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31.05.22 - 18:44
Aggiornamento: 19:05

Ridefinire lo stupro: ‘Solo sì significa sì’

Lo chiede un coordinamento trasversale in vista della revisione a livello federale del Codice penale sui reati sessuali. D’accordo il Consiglio di Stato

"Ingiusta, irrealista e offensiva". Così il Coordinamento "Solo sì significa sì" definisce la direzione verso cui si prospetta la revisione del Codice penale sui reati sessuali, in discussione durante questa sessione delle Camere federali. Il nodo problematico riguarda la definizione del reato di stupro. Secondo la Commissione preparatoria del Consiglio degli Stati è sufficiente il principio del "no significa no" per cui lo stupro avviene qualora una persona si oppone a un atto sessuale ma è costretta comunque a subirlo. Invece per il Coordinamento ticinese sostenuto da diverse organizzazioni e da politici di vari schieramenti, questo è assolutamente insufficiente, come espresso oggi in conferenza stampa.

«Noi chiediamo che la definizione riconosca finalmente in termini di legge la realtà delle dinamiche con cui avvengono le aggressioni sessuali, ovvero il fatto che nella maggior parte dei casi la vittima non è in condizione di esplicitare il proprio rifiuto per una lunga serie di motivi, come la paura di subire ancora più violenza o la frequente reazione psicologica e fisiologica del "freezing" che la porta a una sorta di paralisi – spiega Elena Nuzzo, attivista per i diritti delle vittime di violenza di genere e referente della Rete Convenzione di Istanbul –. Chiediamo infatti, come sancisce l’articolo 36 della Convenzione di Istanbul ratificata dalla Svizzera, che si definisca stupro ogni rapporto sessuale imposto senza il consenso dell’altra persona coinvolta». Tredici Paesi firmatari della Convenzione hanno già introdotto questo principio, «mentre la Svizzera vuole andare nel senso opposto – evidenzia Nuzzo –. È ingiustificato anche perché il rapporto di un gremio di esperti internazionali raccomanda a tutti i Paesi di adeguarsi».

Favorevole il Consiglio di Stato

La proposta accoglie i favori anche del Consiglio di Stato ticinese, che alla consultazione federale aveva risposto: "Chiediamo che venga adottata una visione più consapevole della realtà delle violenze sessuali e soprattutto invitiamo la qui presente Commissione a imprimere nei reati contro l’integrità sessuale la nozione di consenso di cui al predetto articolo 36 della Convenzione di Istanbul, discostandosi dalla logica di colpevolizzazione delle vittime". Ora l’intento del Coordinamento è di scrivere alle Camere federali portando l’adesione ticinese al principio del consenso e chiedendo alla deputazione ticinese di farsi interprete di tale posizione.

L’anno scorso in Svizzera c’è stato un numero record di denunce per violenza carnale e coazione sessuale: 1’457. «Ciò che più preoccupa è il fatto che da vari studi, tra cui quello del gfs.bern del 2019 – confermato dai risultati della polizia – emerge che le denunce sono meno del 10% dei casi effettivi. Quindi lo scorso anno si sono verificati circa 15mila reati di stupro in Svizzera», illustra Nuzzo. La parte che resta sommersa è quindi enorme: «Questo vuol dire che chi ha commesso quegli abusi resta libero di perpetrare altra violenza. È una situazione gravissima». Ma perché le vittime non denunciano? Lo studio lo ha chiesto direttamente a loro. «Da una parte c’è chi teme il giudizio di famigliari e opinione pubblica. Dall’altra per paura di non essere credute in assenza di segni visibili. E in effetti per una condanna la legge attuale richiede un grado di violenza fisica e psicologica di una certa intensità». Va poi considerato che in oltre il 90% delle situazioni l’abusante è una persona conosciuta: «Questo rende ancora più difficile denunciare perché implica andare contro tutta una serie di schemi e vincoli familiari, professionali e di dipendenza».

Aumenterebbero le denunce infondate?

La critica principale alla modifica secondo il principio del consenso riguarda il timore di un aumento delle denunce infondate. «Basta guardare agli altri Paesi per capire che non è così. Anche perché resteranno i capisaldi fondamentali di qualsiasi Stato di diritto, cioè la presunzione di innocenza per cui se una Corte non è sicura l’imputato viene assolto, e l’onere della prova che non sarà spostato, dunque starà comunque alla vittima e rispettivamente ai magistrati dimostrare l’avvenuta violenza. Continuerà quindi a essere estremamente difficile per una vittima denunciare, ma perlomeno si parte da una considerazione della società che non incolpa chi non ha opposto resistenza, bensì di chi abusa di una situazione. Uno spostamento del focus è fondamentale», considera Nuzzo.

In Ticino è stato lanciato un appello per firmare una petizione in tal senso – la terza negli ultimi anni – sostenuto dal basso da parte della società civile, dalle organizzazioni che si occupano della difesa e presa a carico delle vittime, dai centri antiviolenza e da vari politici di differenti aeree e livelli istituzionali.

Non è una questione di colore politico

«Il fronte trasversale è necessario perché non è una questione partitica ma di libertà individuale che è un diritto di ogni essere umano – sostiene Roberta Passardi, deputata Plr –. Ritengo gravissimo che ancora oggi si debba discutere di stupro in relazione a come una donna si approccia, si veste o a come reagisce sotto minaccia. Se ci consideriamo una nazione democratica dobbiamo assoggettarci a quello che la Convenzione di Istanbul sancisce». Per la granconsigliera Mps Simona Arigoni Zürcher non si può giudicare la gravità di un’aggressione sessuale sulla capacità delle donne di opporsi in modo chiaro. «È una logica pericolosa intrisa di cultura dello stupro che presuppone che il nostro corpo sia sempre a disposizione, a meno che diciamo di no. La modifica che chiediamo è un primo passo importante, ma bisogna anche lavorare sulla scarsità di risorse a disposizione per l’ascolto e la protezione delle vittime». Dal canto suo Anna Biscossa, deputata socialista, tiene a sottolineare il problema della vittimizzazione terziaria, anch’esso tematizzato nella Convenzione di Istanbul: «La trattazione sui media dei reati sessuali suscita un’attenzione particolare da parte della società, ed è loro responsabilità rispettare i diritti delle vittime e la loro dignità, dando conto della gravità della situazione senza stigmatizzarle. Cosa che non sempre avviene», ad esempio quando si evidenzia il fatto che non è stata opposta resistenza, che si è portata avanti una relazione di abuso, o per la descrizione del modo di vestire. «È assurdo che si voglia che nel nostro Codice penale la donna diventi soggetto solo se dice no – afferma la granconsigliera dei Verdi Samantha Bourgoin –. Questo difetto della legge è l’espressione di un problema molto più ampio della società che non riconosce l’equità dei generi. Dobbiamo intraprendere un percorso che ci porti ad avere meno paura di essere soggetti senza doverci giustificare».

L’invito del Coordinamento è di firmare la petizione.

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