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Ti-Press
25.05.22 - 05:15
Aggiornamento: 22:22

Che cosa ci dice il lavoro? Risponde Marazzi

La lectio magistralis dell’economista Supsi è un’occasione per fare il punto con lui su senso e cambiamenti della realtà locale e globale

"Mi piace il lavoro. Mi affascina. Potrei stare ore seduto a guardarlo". Le parole di Jerome K. Jerome sono sempre una valida risposta ai retori dello stachanovismo, quelli che "il lavoro nobilita", "bisogna rimboccarsi le maniche", "oggi son tutti lazzaroni". Ma che senso ha il lavoro, quando e se ne ha davvero uno? Come è cambiato nel tempo, e come potremmo cambiarlo? Classe 1951, economista, su questi interrogativi Christian Marazzi ha riflettuto per una vita, dedicandovi numerose ricerche, saggi e una carriera accademica in Europa e negli Usa. È anche il tema della lectio magistralis con la quale ieri, presso la sede Supsi di Manno, ha coronato il suo percorso all’interno dell’università. Un’occasione per ripartire dall’inizio.

Escludendo verosimilmente l’ipotesi di una divertita indifferenza à la Jerome, da dove è venuta la sua passione per i problemi del lavoro?

È un tema al quale mi sono avvicinato anzitutto attraverso la militanza nei movimenti studenteschi, a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Al liceo aderii qui in Ticino al Movimento Giovanile Progressista, poi rinominatosi Lotta di Classe, e mi avvicinai progressivamente all’operaismo dei Quaderni Rossi e di Potere Operaio. Allora ci pareva che le lotte nelle fabbriche incarnassero il cambiamento politico e sociale, e che a noi studenti spettasse la con-ricerca, la cosiddetta ‘inchiesta operaia’, svolta su quel mondo vivendovi e conoscendolo dall’interno. Per questo andai a Zurigo a fare il mulettista per la Brown-Boveri. Non le dico che casini riuscivo a combinare, ma intanto era un modo per partecipare alle istanze di trasformazione, alla lotta per i diritti. Anche se la mia famiglia, per quanto aperta e liberale, non condivideva molto la mia scelta.

Poi sarebbe andato a studiare a Padova, la cui università era il nido di ‘Potere operaio’: la cattedra di Filosofia politica era occupata da Toni Negri. Dalla padella nella brace?

In effetti Padova era un ‘focolaio’ di Potere Operaio. Il quale – a differenza di altri movimenti di sinistra e grazie a figure come quella di Ferruccio Gambino (vedi ‘laRegione’ del 6 maggio scorso, ndr) – studiava con molta assiduità anche la realtà americana. Fu con questo negli occhi che approdai a New York, alla State University: le rivendicazioni afroamericane, il Free Speech Movement prima e il Civil Rights Movement poi, la protesta nelle università contro la guerra in Vietnam, ma anche gli scioperi degli operai di Detroit, allora capitale dell’automobile. Gli Usa erano allora la punta di diamante del capitalismo maturo, studiarli – e insegnarvi – prometteva di farmi capire meglio le loro contraddizioni.

Quando nel 1984 tornerà in Ticino, il Dipartimento delle Opere sociali – l’attuale Dss – le chiederà di fare luce sulle nuove forme di povertà, delle quali ai tempi si parlava molto meno che oggi.

Ebbi la possibilità di applicare gli strumenti dell’indagine economica a un fenomeno nuovo e ancora poco esplorato, quello dei cosiddetti ‘working poor’: si cominciavano a vedere anche da noi persone che erano povere non perché emarginate dal sistema produttivo, ma essendone parte integrante. Erano il presagio della trasformazione avviata dalla deregolamentazione liberista: espressione vivente di una povertà non collaterale, bensì consustanziale alla crescita economica. I primi sintomi delle conseguenze sociali avviate con la crisi del modello fordista. Questa situazione si sarebbe poi radicalizzata e aggravata negli anni Novanta.

Intanto il mondo era passato dalle fabbriche ai servizi, dal capitalismo industriale al capitalismo digitale. Lei era ‘nato’ operaista, ma a un certo punto – esageriamo – non c’erano più gli operai. Cos’era successo?

Si stava superando la fabbrica come unità spazio-temporale del capitalismo globale. La digitalizzazione – dai lettori di codici a barre agli smartphone – ha imposto un modello dominato da una sorta di ‘fabbrica ubiqua’, nella quale cade la distinzione tra produzione e tempo libero, tutta la nostra vita è posta al lavoro, spesso senza retribuzione o con una retribuzione tutt’altro che dignitosa (un tema ricorrente nel recentissimo saggio ‘La gratuità si paga’, pubblicato per Casagrande da Marazzi, dal collega Spartaco Greppi e dal sociologo Samuele Cavalli: vedi ‘laRegione’ del 24 febbraio scorso, ndr).

Sicché lavoriamo sempre, un esito paradossale: John Maynard Keynes prevedeva per i suoi nipoti una settimana lavorativa di 15 ore, Karl Marx nei ‘Grundrisse’ pensava che le macchine avrebbero preso il sopravvento sulla produzione viva, permettendoci di fare altro, e invece guarda un po’. Cosa è andato storto?

Anzitutto, credo che l’affermarsi del modello consumista abbia rovesciato le cose: il consumo esasperato ha reso necessario ulteriore lavoro altrettanto esasperato, che combinato all’indebitamento ha permesso al capitalismo di ‘riacciuffare’ il destino delle persone, molte delle quali oggi sono povere non perché non possono consumare, ma perché consumano troppo e restano intrappolate nella spirale del debito. Dal punto di vista tecnologico, questa tendenza è stata accompagnata dalla digitalizzazione di cui dicevamo prima, che ‘arpiona’ ogni momento creando prosumatori, produttori-consumatori che costituiscono il vero valore delle imprese. Il fatto che quel valore – generato gratuitamente, ad esempio attraverso la produzione di dati personali – non sia retribuito lo si vede bene da un confronto: Walmart, catena americana della grande distribuzione non certo famosa per la generosità nei confronti dei suoi dipendenti, versa loro in salari il 40% del suo valore. Facebook, solo l’1%.

La colonna sonora di questi cambiamenti è stata anzitutto quella liberista, che oggi risuona ancora nonostante gli sconvolgimenti epocali degli scorsi anni. Come mai?

In parte penso che il liberismo sia stato un modo – per dirla con le parole d’auspicio contenute in un editoriale del ‘Financial Times’ del ’77 – di "capitalizzare la rivoluzione": ha saputo incanalare le pulsioni antiautoritarie dei movimenti di protesta. Ad esempio, la rivendicazione di autonomia dal lavoro salariato è stata rivenduta in forma di ‘flessibilizzazione’, la critica al potere è divenuta ‘meno Stato’. Intanto l’opinione pubblica ha abbracciato la condivisione del rischio d’impresa da parte di tutti, anche dei lavoratori, a loro volta isolati, parcellizzati, esternalizzati. Il risultato lo vediamo nelle condizioni alle quali sono esposti interi settori e categorie come la logistica, dai magazzinieri di Amazon ai rider locali. Segno che come insegnava Albert Hirschman la storia dei diritti non è evolutiva. Infatti gli ultimi decenni hanno visto affermarsi un vero e proprio controriformismo.

Nel suo famoso saggio ‘Exit, Voice, and Loyalty’, del 1970, proprio Hirschman notava che quando non si è soddisfatti di una situazione si possono fare tre cose: obbedire comunque (lealtà), andarsene (exit) o protestare (voice). Oggi c’è solo obbedienza?

Ogni uscita è anzitutto un esodo semantico, che solo in un secondo tempo assume concretezza. Abbiamo visto diverse forme di uscita: quella dall’economicismo scelta anzitutto dal movimento ecologista, ma anche quella concreta dei molti lavoratori che la pandemia ha spinto a riconsiderare le priorità di vita e dunque a licenziarsi. In America si parla di ‘Great Resignation’, la Grande Dimissione che potrebbe costringere le imprese a un trattamento più umano dei loro lavoratori, se non vogliono trovarsene prive. Poi ci sono segnali di rivendicazioni politiche nuove, per certi versi visionarie, come la richiesta di un reddito di base incondizionato per tutti. E si vedono nuove forme di lotta auto-organizzata – dalla sindacalizzazione degli operai di Amazon alle lotte dei fattorini, anche da noi – che costituiscono segnali importanti. Si tratta però di forme embrionali e frammentarie di mobilitazione, sulla cui evoluzione è difficile formulare previsioni.

Fatto sta che la sinistra non riesce a unire e mobilitare una massa critica significativa: in Ticino lo abbiamo ben visto, tra le altre cose, con la recente approvazione popolare del cosiddetto Decreto Morisoli, che impone il pareggio del conto economico cantonale entro il 2025.

La sinistra fatica ancora a veicolare e unire queste nuove voci, manca di coesione, mentre subisce l’indebolimento del movimento sindacale e l’esplosione di quella che era la classe operaia, un tempo unita dal lavoro nelle catene fordiste. Più in generale, penso che anche la sinistra sia rimasta vittima di un mito malsano, quello dell’‘etica del lavoro’.

Concetto scivoloso e bifronte. Da una parte c’è l’idea che il lavoro sottoposto alla disciplina del mercato ne tragga una forza moralizzatrice: una posizione che trova la sua espressione più icastica nei discorsi di Margaret Thatcher, la figlia di un droghiere arrivata fino a Downing Street. Dall’altra il lavoro è un tema-feticcio della sinistra: il mito staliniano di Stachanov, la retorica del ‘partito dei lavoratori’ si presta a sua volta a malintesi sul senso e il valore del lavoro per l’umanità. Da dove potremmo ripartire?

Se ascoltiamo il lavoro – quel che ho sempre tentato di fare nel corso nella mia attività di ricercatore – possiamo distinguerne il linguaggio dalla retorica, capire meglio cosa ‘ci dice’. Ovvero che siamo soggetti di diritti sociali, diritti che vengono sempre più contestati, che invece dovrebbero esserci riconosciuti per il fatto stesso di esistere. E poi che l’uomo fa per non fare, lavora per non lavorare, e così come il migliore comandante combatte per la pace, il migliore artigiano lavora per guadagnarsi l’ozio. Infine, il lavoro ci dice che ha bisogno di senso, che deve potersi svolgere come attività dell’uomo per l’uomo, in condizioni dignitose. Per arrivarci serve anche l’impegno accademico, serve una ricerca che ci spinga continuamente a guardare avanti, che sia anch’essa per certi versi un exit hirschmaniano, capace di superare norme e categorie date per irreversibili. Il tutto per continuare a rispondere a una domanda i cui termini cambiano sempre, appunto quella sul senso del lavoro, su per chi, per che cosa e ‘in che senso’ lavoriamo.

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Prima del Sessantotto, tra operaismo e contestazione

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