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15.05.22 - 08:15
Aggiornamento: 15:27

‘In questo modo lavoriamo con gli autori di violenza domestica’

‘Inizialmente minimizzano, poi spesso iniziano a vedere le loro azioni in maniera diversa’. Un primo bilancio sul ‘Programma di prevenzione’ obbligatorio

«All’inizio prevalgono la titubanza e la tendenza a minimizzare o banalizzare la gravità della violenza compiuta. La responsabilità viene spesso attribuita a fattori esterni come partner, società, lavoro o alcol. Ma in generale, abbastanza presto, emerge la volontà di condividere il vissuto personale e una progressiva disponibilità all’autocritica e a mettersi in gioco per cambiare». Si tratta dei principali atteggiamenti riscontrati negli autori di violenza domestica coinvolti nel ‘Programma di prevenzione’ obbligatorio, della durata di sei mesi – corrispondenti al periodo di sospensione del procedimento penale –, introdotto in Ticino nel luglio del 2020. Per tracciare un primo bilancio relativo a questo nuovo strumento abbiamo interpellato Siva Steiner, capo Ufficio assistenza riabilitativa (Uar), il servizio del Dipartimento istituzioni preposto alla gestione del Programma. Dodici, finora, i mandati ricevuti dal Ministero pubblico per la sua attuazione. «Il nostro Ufficio, che si occupa di seguire le persone incarcerate, dal 2011 garantisce anche una presa a carico esterna individuale di coloro che hanno esercitato violenza domestica – premette Steiner –. Si tratta di persone allontanate da casa che ci vengono segnalate dalla Polizia cantonale e che autorizzano la trasmissione dei propri dati al nostro Ufficio. In occasione dell’entrata in vigore nel 2020 dell’articolo 55a del Codice penale – che ha istituito il Programma di prevenzione obbligatorio per i responsabili tra le mura domestiche di lesioni semplici, vie di fatto, minacce e coazione – accanto alla presa a carico individuale abbiamo introdotto come principale novità una formazione partecipativa a gruppi su temi legati alla violenza domestica. Abbiamo anche creato dei moduli incentrati sull’astinenza per chi riscontra problemi di consumo di sostanze, e proponiamo pure un sostegno terapeutico su delega».

Un problema di genere, trasversale a tutta la società

A rendersi autori di violenza domestica sono in prevalenza uomini. «La percentuale si aggira sul 70-80%, e questo vale per l’insieme dei reati in generale – spiega Steiner –. La questione di genere è infatti strettamente connessa alla messa in atto di comportamenti violenti in ogni forma e ambito». A influire su queste proporzioni è un retaggio che viene da molto lontano e che riguarda, come evidenzia Steiner, «la concezione dell’identità maschile ancorata all’esercizio del potere e al controllo dell’altro, che vengono messi in atto anche con comportamenti violenti». Nella storia invece le donne sono state «prevalentemente educate alla relazione di cura, e forse questo è un motivo per cui tendono proporzionalmente a esercitare meno violenza». Il criterio del genere gioca dunque un ruolo preponderante nella profilazione degli autori di violenza domestica. Ed è il solo applicabile: «Da noi arrivano persone di qualsiasi estrazione sociale, formazione, età e cultura di riferimento. La violenza domestica è un problema che si riscontra trasversalmente in tutta la società».


Infografica laRegione / Ti-Press

Proteggere le vittime e le potenziali tali

A compiere i reati tra le pareti domestiche sono persone confrontate con conflitti e problemi familiari o di coppia perlopiù ordinari, che però non hanno a disposizione sufficienti competenze e strumenti per affrontarli in maniera rispettosa e pacifica e quindi mettono in atto comportamenti prevaricatori. «Quello che proviamo a fare insieme a loro è cercare di distinguere e riconoscere i vari fattori di rischio per ridurre il pericolo di un passaggio all’atto e rafforzare i fattori di protezione – dice Steiner –. Lo stile comunicativo, la gestione delle emozioni, il consumo di alcol possono essere degli elementi su cui si rivela necessario agire». Lo scopo del Programma è quello di proteggere le vittime e le potenziali vittime, anche in ottica di relazioni future. «Cerchiamo di esplorare le conseguenze di un comportamento violento per la vittima, ma anche per l’entourage e l’autore stesso. Al contempo mettiamo in luce le varie forme di violenza domestica, da quelle più facilmente individuabili a quelle che lo sono meno, come la violenza psicologica che bisogna imparare a leggere e capire. Lavoriamo anche su quello che distingue il conflitto dalla violenza, ragionando su quanto il primo possa essere utile se si attuano delle buone strategie per risolverlo».

Da un coinvolgimento imposto a una motivazione personale

La parte formativa del Programma è garantita da assistenti sociali. «Solitamente sono 2 o 3 operatrici che conducono e animano un gruppo di partecipanti che varia da 3 a 8, e questo con una frequenza di circa un incontro ogni due settimane. Il lavoro in gruppo è molto proficuo in quanto si creano delle relazioni e delle situazioni pratiche su cui sperimentare, estremamente utili alla causa. Finora abbiamo sempre avuto l’impressione che nel corso degli incontri l’attenzione, la partecipazione e l’interesse crescessero. Spesso i partecipanti ci dicono che col passare del tempo iniziano a vedere le situazioni in maniera differente, con una disponibilità a mettere in atto delle modalità di risoluzione dei conflitti più serene e più rispettose». La sfida di passare da un coinvolgimento imposto – inizialmente non molto motivante – a un’implicazione personale sembra dunque procedere su buoni binari. «L’obbligatorietà è importante per intercettare chi magari non si sarebbe mai rivolto a certi servizi spontaneamente. È una sorta di spintarella, per quanto dettata dall’autorità, che permette però di fare un primo passo. Poi sta a noi trasformarla in una motivazione che sia propria alla persona per intraprendere un processo di cambiamento».

Sei mesi per porre le basi del cambiamento

Ma sei mesi sono sufficienti per modificare in profondità certi schemi relazionali problematici? «I meccanismi che sottostanno a comportamenti maltrattanti spesso si sono radicati negli anni e necessitano di tempi lunghi per modificarsi – risponde Steiner –. Sei mesi non bastano. Ma sono sicuramente un enorme passo avanti rispetto al passato, quando un Programma del genere non esisteva. In un tale lasso di tempo si possono cercare delle soluzioni e si possono mettere le basi per imboccare un percorso che necessariamente si compie su tempi lunghi». Una volta terminato il Programma, che prevede una valutazione con la persona interessata e un rapporto/preavviso al Ministero pubblico, rimane la possibilità di mantenere una presa a carico volontaria: «Qualcuno vi fa capo in modo continuativo. Altri si fanno vivi per delle necessità puntuali. Da parte nostra la porta rimane sempre aperta qualora dovessero presentarsi delle necessità».

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