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17.03.22 - 05:30
Aggiornamento: 18:49

Crisi energetica, Vitta: ‘Alcune incognite, ma pure opportunità’

Il direttore del Dfe a tutto campo sull’approvvigionamento che per ora non rischia carenze, ruolo dell’idroelettrico e compiti della politica

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Ti-Press
Punti interrogativi, ma in Ticino il percorso è ben tracciato

Il prezzo della benzina cresciuto sensibilmente, i timori per l’importazione di energia in Europa, l’ansia con cui il mondo imprenditoriale guarda al futuro prossimo. Il conflitto in Ucraina sta cominciando a riverberare i propri effetti dal punto di vista economico anche in Ticino, ma «la preoccupazione è legata più all’incertezza con il rincaro di alcune fonti di energia, piuttosto che a concreti problemi di forniture» afferma a colloquio con ‘laRegione’ il direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta. Perché «dal lato dell’approvvigionamento energetico non abbiamo segnali, nel corto termine, di particolari carenze».

Però la questione dei prezzi comincia a farsi sentire.

Per quello che riguarda il costo dei carburanti sì. Quello che avviene in Ticino sta avvenendo anche altrove. Per contro, se penso all’energia elettrica, avendo in Svizzera i prezzi amministrati, per il cittadino non si stanno registrando aumenti della fattura, al contrario di altri Paesi. È uno scudo che ci mette al riparo perché le aziende distributrici si sono rifornite di energia negli scorsi anni ai prezzi precedenti al conflitto. Chiaramente, per gli stessi motivi il riflesso degli attuali problemi lo si avrà tra qualche anno. Diverso è il discorso relativo ai grandi consumatori che operano sul mercato in base a scelte aziendali: c’è chi ha firmato dei contratti di durata prolungata ed è quindi protetto dal prezzo stabilito dagli accordi. C’è chi invece ha preferito fare dei contratti di corto termine e subisce maggiormente le oscillazioni.

Il mondo imprenditoriale ed economico è preoccupato. È in contatto con loro?

Certo, ho ancora recentemente avuto un incontro con rappresentanti dell’Associazione delle industrie ticinesi e siamo consapevoli che a livello di produzione e di impatto sui consumatori vi sono delle regole dettate dal settore. È un discorso che interessa tutta la Svizzera e i margini di manovra per i Cantoni sono residui. Questo tema sarà affrontato a livello federale e stiamo collaborando per avanzare delle proposte a questo livello.

La stessa risposta immagino valga per tutti gli atti parlamentari che chiedono al Cantone cosa possa fare per mitigare la situazione.

Esatto, perché sono tutti settori regolati a livello nazionale. È impensabile che ogni Cantone si muova per conto suo, anche perché a livello cantonale gli strumenti per farlo sono limitati.

Questa crisi dal lato dell’energia riguarda soprattutto gas e petrolio importati dalla Russia, e porta al bisogno di essere sempre più indipendenti a livello di forniture. In Ticino se si parla di produzione di energia l’idroelettrico la fa quasi da padrone. Possiamo fare il punto della situazione?

Se alcuni anni fa era un vettore energetico che soffriva la pressione sui prezzi, perché ci sono stati periodi in cui il costo di produzione era superiore al prezzo ricavato dal mercato, nello spazio di pochi anni è cambiato il quadro di riferimento: oggi abbiamo energia idroelettrica che può essere venduta a un prezzo interessante, che è pulita e prodotta in loco. Con la sicurezza quindi di un approvvigionamento che non dipende troppo dall’esterno. Però dobbiamo essere consapevoli che da una quindicina d’anni chi produce, per scelta federale, si deve confrontare col mercato libero: quindi la produzione che farà l’Azienda elettrica ticinese nei prossimi mesi è già in buona parte stata venduta sul mercato. Quando a livello federale si ipotizza che l’energia idroelettrica potrebbe rappresentare una riserva in caso di necessità bisogna tenere conto di due aspetti. Il primo è che se occorre bloccare una parte della capacità produttiva, è necessario un indennizzo perché non si può allo stesso tempo pretendere di essere sul mercato e poi porre dei blocchi. Il secondo aspetto è temporale, non è possibile dall’oggi al domani bloccare quest’acqua e utilizzarla in caso di necessità per la produzione perché ci sono impegni già presi e contratti già firmati in anticipo.

Ecco, in merito alla produzione può fornire qualche dato?

All’idroelettrico oggi si deve mediamente circa il 95% della produzione di energia elettrica totale in Ticino. Con la politica di riversioni che abbiamo deciso di portare avanti, grazie alla scelta strategica fatta da governo e parlamento nel 2010, passeremo da una produzione idroelettrica annua che oggi è in mano al Canton Ticino nell’ordine del 40/45% a una produzione annua nel 2050 che sarà per il 96% in mano al Cantone. Diventeremo un attore principale nell’utilizzo e nello sfruttamento delle nostre acque perché le useremo pressoché tutte noi, le restanti produzioni saranno in mano a entità che si rifanno ad altri enti pubblici. Affronteremo la grossa riversione degli impianti di Ofima, che al 20% è già del Cantone, e si tratta di ben sei impianti. Complessivamente, per questi impianti, si parla di circa 1’400 gigawattora sui circa 3’700 prodotti, una grossa fetta.

Ci sono possibilità di sfruttare di più quanto già in funzione oggi?

C’è il grande tema delle capacità e di stoccaggio dell’acqua, cioè come rafforzare e innalzare determinati impianti. Nella tavola rotonda istituita da Berna per identificare una prima serie di impianti che potrebbero entrare in una logica di potenziamento siamo riusciti a inserire la diga del Sambuco, che figura infatti tra i 15 progetti che a livello federale sono riconosciuti come meritevoli di approfondimento. A fronte dell’esigenza di disporre di più energia ci sono esigenze ambientali e di protezione del paesaggio che possono frenare il potenziamento, bisogna quindi trovare il giusto compromesso tra le varie esigenze. Con l’aumento della produzione, in particolare di quella invernale, si amplierebbe anche il portafoglio di Aet soprattutto al momento delle riversioni.

Il Ticino è ancora in tempo per prendere il treno della transizione energetica? Da alcuni partiti e associazioni si sentono toni emergenziali, a volte ultimativi.

Il nostro riferimento per quanto riguarda questa transizione è il Piano energetico cantonale, che verrà aggiornato e rinominato Piano energetico e climatico cantonale. Se guardo a quello attualmente in vigore, su questi temi abbiamo superato le attese: gli obiettivi fissati sono stati superati, quindi si è registrata un’accelerazione. Col nuovo Piano si potranno fissare obiettivi ancora più ambiziosi. Da parte nostra, con Aet, stiamo attuando una politica nell’ambito degli edifici pubblici mirata a valorizzare l’energia solare, senza dimenticare ovviamente il pilastro che altri cantoni non hanno che è l’idroelettrico. È anche vero che questa transizione avviene in un periodo dove l’evoluzione della società ci porta ad avere un accresciuto bisogno di energia, questa transizione andrà ben gestita per evitare un problema di incontro tra domanda e offerta con il rischio di non poter far fronte a tutte le necessità. I problemi a quel punto non sarebbero solo legati ai prezzi, ma anche alla penuria di energia. La mancanza di un accordo sull’energia con l’Ue complica ulteriormente il quadro di riferimento.

Che insegnamenti trae da un periodo, cominciato con la pandemia e proseguito ora con il conflitto in Ucraina, che ha stravolto abitudini e bisogni della popolazione?

La storia è fatta di momenti di crisi, ma questi sono sempre stati accompagnati da momenti di rilancio e slancio della società. Bisogna saper identificare le opportunità e coglierle, come ad esempio è stato fatto di fronte alla pandemia nell’ambito del turismo: se guardiamo ai primi mesi del 2020 c’erano grandissimi timori nel settore. Pochi mesi dopo, qualcosa che ci spaventava molto come chiusure e cessazioni di attività in tutto il comparto si è trasformato in una grande occasione per rilanciarsi. Quello che sta succedendo in Ucraina è molto triste, per tutte le vittime che si contano ogni giorno e per gli strascichi che avrà questa guerra. Ma come dice lei occorre trarre degli insegnamenti. E penso alla dipendenza eccessiva da determinate fonti energetiche o aree geografiche, che è un problema. Quello che stiamo vivendo oggi porterà a un nuovo assetto geopolitico e assisteremo sicuramente a una ridefinizione dei contenuti della globalizzazione, dove torneranno ad avere un importante valore gli aspetti legati alla prossimità. Chi produce cercherà di minimizzare i rischi prevedendo anche antenne di produzione non troppo lontane sul territorio, e rivedrà la politica dell’approvvigionamento. Alcuni cambiamenti sono già oggi visibili. Ad esempio, prima della pandemia la gestione dei magazzini era spesso e volentieri ’just in time’, gestita comandando solo lo stretto necessario. Ora, buona parte dell’industria per i pezzi essenziali per la produzione fa delle scorte di magazzino perché se si rompe la catena di approvvigionamento si creano grossi problemi nella produzione. Uscendo dal discorso prettamente economico o industriale ci sono molti fattori che porteranno dei cambiamenti nella società anche di natura strutturale, basti pensare al telelavoro o alla rivalorizzazione delle zone più periferiche rispetto ai centri urbani. Abbiamo il privilegio di vivere in un Cantone che garantisce un quadro di riferimento stabile, una capacità di innovare e un’efficacia nella produzione che ci è imposta dalla forza del franco svizzero perché siamo obbligati a fare sempre meglio per essere concorrenziali. Questi, unitamente ad altri fattori, sono elementi di fiducia guardando al futuro.

In tutto questo che ruolo avrà il Consiglio di Stato, la politica esecutiva?

Il Consiglio di Stato e tutti gli attori della politica, dell’economia e della società avranno un ruolo importante: da un lato occorre rafforzare le condizioni quadro, dall’altro è necessario saper anticipare le dinamiche in atto e accompagnarle nel loro sviluppo, senza sostituirsi alle iniziative della società e dei privati. Infine, dobbiamo saper leggere il futuro con una visione non condizionata dal passato, soprattutto in periodi come quelli attuali dove vi sono dei cambiamenti nella traiettoria di sviluppo. Qui entra in gioco anche la capacità di essere originali e creativi. Il Ticino deve continuare a valorizzare i suoi punti di forza, rafforzare la sua capacità di innovare, come sta avvenendo nel contesto del Parco dell’innovazione ticinese, e far partecipe la società dei nuovi fenomeni in atto e delle nuove possibilità.

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