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14.03.22 - 18:58
Aggiornamento: 19:19

Accoglienza profughi ucraini, ecco il Piano del Canton Ticino

Presentate le tre fasi: dall’arrivo al Centro di affluenza di Cadenazzo, fino alla collocazione definitiva: ‘Garantire il miglior benvenuto possibile’

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A Cadenazzo è tutto pronto

Il Canton Ticino è pronto ad accogliere i profughi ucraini in fuga dal proprio Paese dopo l’invasione da parte della Russia. La Segreteria di Stato della migrazione (Sem) stima in un migliaio al giorno gli arrivi in Svizzera, che con la chiave di riparto attorno al 5% per il Ticino si traduce in 40/50 persone al giorno. A oggi sono già state accolte tra le 200 e le 250 persone al Centro federale di Chiasso e altre 200 presso abitazioni private. Il Consiglio di Stato, davanti a questi numeri, ha messo a punto in tempo record un Piano di accoglienza articolato in tre fasi, «per garantire la migliore accoglienza alla popolazione in fuga dalla guerra», sottolinea il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa davanti alla stampa.

Fase 1, accoglienza

La prima fase riguarda, va da sé, l’arrivo delle persone in Ticino. Persone che arrivano «o con un’accoglienza da parte di parenti, conoscenti o amici che hanno la possibilità di ospitarli, almeno per un periodo transitorio, o in forma individuale o collettiva ma senza agganci con il nostro territorio», spiega De Rosa. Una volta in Ticino, «indipendentemente dalla modalità di arrivo tutti i profughi provenienti dall’Ucraina possono fare richiesta di protezione, chiedere quindi lo Statuto S, in uno dei Centri federali d’asilo. In Ticino si fa riferimento a quello di Chiasso». Il Centro si occupa di «rilevare i dati anagrafici e le impronte digitali, con una procedura celere e senza troppe complicazioni burocratiche».

Per chi è arrivato in Ticino e, grazie ad amici o parenti dispone già di un alloggio, «la registrazione a Chiasso significa l’avvio della procedura per ricevere lo Statuto S; una volta annunciatosi ritorna all’alloggio. Per chi non ha contatti particolari in Ticino – afferma il direttore del Dss –, le possibilità sono due: per le persone ritenute non vulnerabili, a Chiasso viene valutato grazie al mandato conferito all’Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati, demandato al Soccorso operaio svizzero Ticino, se vi sia la possibilità di trovare un alloggio presso privati; le persone ritenute vulnerabili vengono indirizzate verso una struttura sociosanitaria».

Fase 2, il ruolo del centro di Cadenazzo

Una volta che le persone sono formalmente attribuite al Cantone, la gestione passa nelle mani del Cantone e si dà il via alla seconda fase. Dopo la permanenza al Centro federale di Chiasso, che non dovrebbe superare le 24 ore, «se non è stato trovato un alloggio i profughi lasciano Chiasso e raggiungono il Punto di affluenza cantonale di Cadenazzo (Paf), allestito nel centro della Protezione civile». L’accoglienza a Cadenazzo (ma sarà possibile anche per tutti i profughi che si annunciano al Paf e che risiedono già in un alloggio), proseguirà con «il completamento delle procedure amministrative e formative; la valutazione dei bisogni principali e delle necessità, beni di prima necessità, sussistenza; l’offerta di assistenza sanitaria, psicologica o spirituale». La permanenza al Paf di Cadenazzo è prevista per al massimo tre giorni.

Fase 3, verso una collocazione definitiva

La terza fase, che segue quindi la registrazione a Cadenazzo, «vedrà le persone trasferirsi nei Centri regionali di alloggio collettivo dove saranno completate le pratiche amministrative non portate a termine durante la seconda fase, per esempio l’apertura di un conto corrente o l’affiliazione a una cassa malati. Inoltre, saranno valutati i bisogni individuali prima di una collocazione presso strutture collettive o alloggi privati». A questo scopo, dice ancora De Rosa, «invitiamo i privati o chi avesse spazi a disposizione ad annunciarsi tramite le cancellerie comunali».

Per chi vale e cosa si può fare con lo Statuto S

Il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi ricorda in entrata che «se oggi col primo arrivo di profughi abbiamo già delle soluzioni, è perché c’è stato un lavoro preventivo di presa di contatto e di condivisione con i Comuni, per questo ringrazio sia la Sezione del militare sia gli enti locali». Ciò detto, Gobbi rammenta che «lo Statuto S è valido per un anno, prorogabile al massimo per cinque anni, ed è uno Statuto di protezione molto agevole, che permette subito l’entrata nel mondo del lavoro, evitando rallentamenti e permettendo a queste persone di trovare una normalità dopo tanto dolore, una normalità che passa necessariamente dalla scolarizzazione e dal lavoro».

Il direttore del Di ricorda pure che lo Statuto S «si applica a tutti i cittadini ucraini e ai loro familiari domiciliati in Ucraina prima del 24 febbraio 2022», così come «alle persone in cerca di protezione di altre nazionalità o apolidi che beneficiavano dello status di protezione internazionale in Ucraina sempre prima del 24 febbraio 2022». Una volta ottenuto lo Statuto S, queste persone – comunica Gobbi – «potranno lavorare, senza termine di attesa, con una notifica all’Ufficio della migrazione e, ovviamente, verranno verificate le condizioni di salario e di lavoro».

Scuola, meglio distribuzione capillare dei ragazzi

Detto del lavoro, la normalità che tutti auspicano possano trovare il prima possibile i profughi ucraini in fuga dalla guerra passa anche dal far andare a scuola i più piccoli. Al riguardo, il direttore del Dipartimento educazione, cultura e sport Manuele Bertoli avverte: «Più la distribuzione dei gruppi familiari con bimbi e ragazzi tra i 3 e i 15 anni sarà capillare sul territorio, più sarà gestibile il loro inserimento scolastico».

Questo perché «siamo proiettati su uno scenario di media durata, che riguarda anche il prossimo anno scolastico il quale – prevede il direttore del Decs – sarà un anno più compiuto e più di istruzione dopo il progressivo inserimento che proveremo a fare da subito». Da tenere conto, per Bertoli, c’è anche il fatto che in Ucraina la scolarizzazione obbligatoria finisce a 18 anni. Quindi, «per chi ha più di 15 anni bisognerà procedere a una verifica delle competenze, anche per capire cosa abbiano studiato e cosa possono fare anche a livello di pre-tirocini».

‘A Cadenazzo intensa accoglienza’

Presente in conferenza stampa, il sindaco di Cadenazzo Marco Bertoli avvicinato dalla ‘Regione’ per un commento sui primi giorni di accoglienza nel suo Comune parla di «una reazione di intensa accoglienza, sarà un processo molto lungo ma è molto positivo che sia già tutto predisposto e che la prima ventina di persone sia stata accolta senza problemi. La popolazione viene informata costantemente su come può contribuire, dare una mano, e ha molto entusiasmo nel farlo».

Questo Piano di accoglienza, dice ancora il sindaco di Cadenazzo, «ci soddisfa. L’impatto è stato velocissimo: il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Ryan Pedevilla ci ha chiamati, ci ha detto che avrebbero avuto bisogno di quel luogo e noi siamo stati prontissimi a renderlo a disposizione. Giorno dopo giorno abbiamo affinato quello che poteva essere il nostro contributo, dall’accoglienza dei bambini a come coinvolgerli a livello di occupazione passando ovviamene dalla collocazione. Adesso speriamo nasca una rete dei sindaci per scambiarci opinioni, idee e perché no spunti su come migliorare sempre più in una situazione di per sé fluida e incline a molti cambiamenti».

Pini: ‘Ferma condanna della guerra, grazie ai ticinesi per la loro solidarietà’

Aprendo la seduta di Gran Consiglio di oggi, il presidente Nicola Pini, anticipando la presentazione di una risoluzione di condanna della guerra da parte dell’Ufficio presidenziale, si rifà al preambolo della Costituzione ticinese: "Garantire la convivenza pacifica nel rispetto della dignità umana, delle libertà fondamentali e della giustizia sociale".

Pensando a queste parole, Pini ribadisce quindi davanti all’aula «nella maniera più categorica la condanna nei confronti di questo e di qualsiasi conflitto e del ricorso alla guerra, alle armi e alla violenza come strumento di risoluzione delle divergenze e dei conflitti tra le nazioni e i popoli».

Ma non solo. Pini esprime «piena solidarietà nei confronti del popolo ucraino e di chi in Russia si vede privato del diritto di opinione, condannando fermamente l’invasione russa e unendoci agli accorati appelli internazionali per la pace» e, infine, chiede di «ringraziare tutte le ticinesi e i ticinesi che in questi giorni hanno dato prova di grande solidarietà e umanità, ognuno nella forma che ha preferito» davanti a «una crisi umanitaria che diviene di giorno in giorno più grave».

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