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03.02.22 - 08:56
Aggiornamento: 16:50

Il lavoro della solitudine. E l’ipotesi della Grande dimissione

Per Christian Marazzi da due anni a questa parte il mercato del lavoro in Ticino è ancora più frammentato. ‘C’è una frattura sociale da risanare’

«Una delle caratteristiche del lavoro sotto la pandemia è il fatto di essersi trasformato in un mercato della solitudine. Una tendenza in atto da tempo, ma che si è fortemente consolidata negli ultimi due anni». A sostenerlo è l’economista e docente Supsi Christian Marazzi, che questa sera a Bellinzona aprirà il ciclo di conferenze del Festival dell’economia organizzato dalla Scuola cantonale di commercio sul tema ‘Nuove forme di lavoro post Covid’.

La solitudine a cui fa riferimento Marazzi è quella indotta dal fenomeno della digitalizzazione con cui una consistente parte dei lavoratori è entrata massicciamente in contatto da marzo 2020, pur costituendo il telelavoro una modalità sperimentata già da un quarto della popolazione attiva a ridosso della crisi sanitaria. «La pandemia ha accelerato alcune trasformazioni all’opera da tempo all’interno del mercato del lavoro – sostiene Marazzi –. Tra queste c’è il lavoro a distanza che in un mondo divenuto ancora più globalizzato ha comportato la possibilità di attingere a lavoratori fuori dal bacino territoriale e di conseguenza a un aumento della concorrenza e della pressione al ribasso sui salari». A dispetto di una narrazione classica – rileva l’economista – digitalizzazione e robotizzazione in generale non si traducono però in un aumento della disoccupazione, «ma sicuramente in un’accresciuta occupazione precaria. Il problema non è la mancanza del lavoro ma la sua qualità», afferma.

Flessibilità cercansi

Un altro fenomeno in corso da lungo tempo che si è amplificato con l’insorgere della pandemia è quello della flessibilità e del lavoro “on demand”. «Con la chiusura di servizi come negozi e ristoranti si è assistito a un crescente bisogno di operatori nell’ambito della consegna a domicilio, della distribuzione, della logistica, con contratti contraddistinti dalla richiesta di una marcata flessibilità e particolarmente precari». Una situazione che ha riguardato in modo principale i cosiddetti lavoratori e lavoratrici essenziali, attivi ad esempio nel commercio, nella cura, nella pulizia, che hanno subito in modo più diretto gli effetti della crisi pandemica dal profilo sanitario e da quello dell’incremento dell’attività lavorativa.

Ma la tendenza esisteva già: «Negli ultimi 15 anni si è assistito a un ricorso sempre maggiore al lavoro part-time, con tempi sempre più brevi, in particolare da parte delle donne spesso costrette a conciliare ambito familiare e professionale. Questo anche in conseguenza del fatto che il salario è rimasto stagnante costringendo a un aumento del volume di lavoro per economia domestica in modo da poter mantenere un reddito complessivo costante». A essere emersa pubblicamente nell’ultimo biennio, attestata dal grande numero di Indennità di perdita di guadagno (le Ipg Corona) concesse dalla Confederazione, è anche l’alta cifra dei lavoratori indipendenti. «In Ticino si tratta del 17% della popolazione attiva. Un dato significativo – commenta l’economista – che rivela anche una tendenza delle imprese a esternalizzare una serie di mansioni e funzioni per ridurre i costi della forza lavoro. Così la parte assicurativa, il costo sociale del lavoro, vengono spostati sulle spalle dei freelance che magari prima facevano parte dell’organico dell’impresa».

Frattura sociale da risanare

Al netto di questa panoramica a delinearsi a tinte piuttosto fosche è uno scenario di instabilità occupazionale preesistente acuito dalla natura stessa della crisi pandemica fortemente pervasa dall’incertezza. Di pari passo – aggiunge Marazzi – si riscontra un forte aumento delle disuguaglianze: «La frattura sociale in questo periodo si è aperta in modo evidente. La condizione di coloro che in questa crisi hanno potuto addirittura arricchirsi, soprattutto sui mercati finanziari, fa da contraltare alle grandi difficoltà di chi si è trovato ad arrabattarsi. Tale disparità è indubbiamente aumentata anche in Svizzera». Questo nonostante nell’immediato le misure di contrasto alla crisi sotto il profilo economico siano funzionate abbastanza bene, dice Marazzi. «Adesso bisognerà vedere a medio termine cosa succederà. In che misura ad esempio l’indebitamento privato, o quello di aziende che hanno fatto ricorso a prestiti in banca, sarà gestibile».

Accanto alla serie di fenomeni elencati, da tempo in atto, Marazzi individua un effetto secondario inedito della crisi, quello definito Great resignation (Grande dimissione), per cui soprattutto nei Paesi anglosassoni sarebbe in corso da parte di una fetta della popolazione una rivalutazione del concetto stesso di lavoro all’interno della propria esistenza: «Si tratta di un’ondata costituita da milioni di persone in particolare negli Stati Uniti che hanno approfittato del periodo di confinamento per rimettere in discussione quel lavoro di stampo iperproduttivo e liberista come lo conosciamo da 30 anni – dai salari, alle modalità, ai ritmi –. Un tentativo di ristabilire un equilibrio tra lavoro e vita, perseguito licenziandosi, per prendere un periodo di pausa o cambiare attività. Ciò che muta anche i rapporti di forza e di contrattazione».

Per ora in Svizzera il fenomeno è limitato

In Svizzera il fenomeno è circoscritto, ma una sua insorgenza, secondo Marazzi, potrebbe ad esempio trovare terreno fertile all’interno del frontalierato, modificando non poco le coordinate del mercato del lavoro locale. Una rimessa in discussione del lavoro quasi filosofica, quella descritta dal professore di economia, dal carattere però individuale che non traduce il disagio in rivendicazioni collettive. «Una delle caratteristiche specifiche e più importanti di questo pluriverso lavorativo è quella di essere estremamente eterogeneo e frammentato, per quanto riguarda statuti, forme contrattuali, modalità di lavoro. Si pensi che i contratti collettivi in Ticino non coprono più del 40% del mondo del lavoro e questo pone un problema di rappresentanza sindacale.

Proprio gli effetti del telelavoro e della digitalizzazione isolano ancora di più le persone, privandole di momenti di aggregazione, di costruzione di forme di movimento rivendicativo, e questo rende ancora più complessa la realizzazione di una resistenza. È d’altra parte vero che ultimamente però si sta vedendo un po’ ovunque l’emergere di alcune forme di mobilitazione organizzata che dimostrano che questi ostacoli sono superabili. Ora bisogna vedere in che misura la cura – che passa per la solidarietà e l’orizzontalità dei rapporti sociali – possa risanare la frattura, trasformando la solitudine in una nuova forma di socialità».

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