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19.01.22 - 05:30

Meteo, in corso uno degli inverni più caldi

Temperature record in montagna. Luca Nisi di MeteoSvizzera: ‘È la frequenza del fenomeno a essere sintomo del cambiamento climatico’

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Ti–Press

Sembra che quest’anno i più freddolosi possano tirare un sospiro di sollievo. In Ticino l’inverno non ha finora mostrato la sua faccia più gelida. «Il mese di febbraio potrà riservare ancora grosse sorprese, ma le attuali proiezioni mostrerebbero uno dei 5–10 inverni più caldi a Sud delle Alpi e dei 20 per quanto riguarda la Svizzera», ci dice Luca Nisi di MeteoSvizzera. Inoltre le situazioni di alta pressione spesso persistenti candidano questo inverno a essere, a livello nazionale, «uno dei 20–30 più soleggiati dall’inizio delle misurazioni. In Ticino, dove non c’è il problema della nebbia alta, potrebbe risultare tra i primi 10 con più sole dal 1959».

È un effetto del cambiamento climatico? «Un inverno di questo tipo lo abbiamo già osservato in passato, non è comune ma fa parte della variabilità delle Alpi – premette il meteorologo –. Singole stagioni così non sono di per sé sintomo del cambiamento climatico, ma la frequenza con cui si presentano sì. Questa è infatti aumentata negli ultimi vent’anni».

Poca neve: possibili problemi per la scorta idrica estiva

A mancare all’appello, oltre al grande freddo, è anche la neve. Infatti «a 1’500 metri nella maggior parte delle regioni è assente – riferisce Nisi –. Anche in quota siamo sotto la media: è presente tra il 20 e il 30 per cento della neve che c’è solitamente in questo periodo, eccezion fatta per la valle Bedretto». Un fattore da non sottovalutare: «Se la situazione non migliora potrebbero esserci problemi per quanto riguarda la scorta d’acqua estiva. L’allarme non è però ancora lanciato, poiché spesso in alta montagna si registrano abbondanti nevicate nel tardo inverno e in primavera». A essere sotto la media, aggiunge il meteorologo, sono anche le precipitazioni.

Temperature da record in montagna

«Il mese di gennaio 2022 potrebbe essere tra i 4–5 più caldi dall’inizio delle misurazioni, soprattutto nelle regioni collinari», dice Luca Nisi. Finora l’inverno è stato caratterizzato da «tre o quattro periodi di alta pressione pronunciata che causano inversioni termiche – fenomeno caratterizzato da temperature che aumentano salendo in quota –. A cavallo tra il 2021 e il 2022 sono stati dunque registrati dati da record soprattutto nelle stazioni di rilevamento presenti in montagna». In pianura, pur essendo mite, le temperature sono state più contenute e soprattutto lontane dai primati». Infatti il meteorologo ricorda che «potenzialmente si possono arrivare a rilevare, a Sud delle Alpi, oltre 20 gradi. Quest’anno ne abbiamo rilevati 16-17». Nonostante si abbia l’impressione che si tratti dell’inverno più caldo di sempre non è così: «Quelli del 2006-2007 e del 2019-2020 sono stati decisamente più miti». Mentre quest’anno, complice il cielo sereno, la temperatura di notte scende molto, spiega il meteorologo. Una stagione che si sta presentando con vesti diverse rispetto all’anno scorso, quando ci sono state «ondate di freddo abbastanza pronunciate nel mese di gennaio, con minime anche inferiori ai 10 gradi sotto zero in modo esteso. Inoltre in pianura il tempo è stato variabile con alcune precipitazioni».

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi giorni? «Verso la fine di questa settimana potrebbe ancora arrivare una fase favonica e quindi accentuare il livello di tempo secco», indica il meteorologo. «In ogni caso in passato abbiamo avuto dei periodi di siccità decisamente più marcati. A inizio gennaio 2022 infatti ci sono state alcune, seppur deboli, precipitazioni». Fino alla fine di gennaio si prevedono ancora «giornate tendenzialmente ben soleggiate, si presenteranno delle inversioni termiche e delle fasi di favonio. Difficilmente, però, si raggiungeranno ancora le temperature estremamente elevate d’inizio anno. Dei momentanei più freddi, soprattutto in montagna, non sono però del tutto esclusi».

La media di riferimento ora tiene conto del riscaldamento globale

Quando si parla di medie è bene sapere con cosa viene fatto il confronto. Da quest’anno il riferimento per le temperature è cambiato e rinvia al trentennio 1991-2020. Un aspetto da non sottovalutare in quanto «ci basiamo su un periodo che presenta già 0.4, 0.5 gradi in più rispetto alla media precedente (calcolata sul trentennio 1981-2010). In sostanza «la nuova norma che MeteoSvizzera utilizza contempla il riscaldamento globale che ha interessato la regione alpina negli ultimi decenni, quindi le temperature medie sono più alte e le anomalie del mese e della stagione in corso potrebbero risultare più contenute rispetto al confronto con la norma del periodo 1981-2020. I dati non devono però essere mal interpretati: quella che stiamo vivendo quest’anno è comunque una stagione invernale più calda rispetto agli ultimi anni». Le misurazioni partono «dal 1864 e per l’inverno (quello meteorologico inizia il 1° dicembre) dal 1865». Bisogna comunque considerare che «col passare degli anni poi si sono aggiunte nuove stazioni di rilevamento».

Le popolazioni di insetti nocivi rischiano di essere più abbondanti

Per noi esseri umani una stagione di questo genere implica, nell’immediato, uno strato in meno di vestiti, ma per flora e fauna? «Quando c’è un inverno rigido, le popolazioni di parassiti e agenti di malattie vengono decimate. Se invece la stagione registra temperature più alte, in primavera le popolazioni di insetti nocivi possono essere più abbondanti e quindi creare problemi durante la bella stagione», ci spiega Marco Conedera ricercatore presso l’Istituto federale di ricerca Wsl. «Un inverno molto caldo e senza neve permette anche agli animali selvatici meno robusti e forti di sopravvivere. Dunque il numero di esemplari è maggiore. Questa non è sempre una buona notizia per la selezione e gli equilibri naturali».

Con una frequenza maggiore di inverni ‘caldi’ a livello di flora ci sono stati cambiamenti nei decenni: «Dagli anni ottanta il risveglio della vegetazione avviene circa due settimane prima rispetto ai decenni precedenti», segnala Luca Nisi. «Quindi la tendenza è un periodo vegetativo più lungo: le piante si risvegliano prima e, in assenza di forti siccità, perdono le foglie più tardi».

«Finché è solo il mese di gennaio a essere caldo, non credo ci saranno effetti estremi su flora e fauna», dice Conedera. «La flora e la fauna reagiscono ai cambiamenti di stagione in base a due parametri: alle temperature e alle ore di luce durante il giorno. Il fatto che sia caldo in gennaio non è così grave come se vi fosse un periodo di calura nel mese di marzo seguito da un freddo improvviso. Molte piante potrebbero essere indotte a germogliare precocemente e a poi subire danni da gelo».

Aumenta il rischio di incendi boschivi

Il ricercatore ricorda anche il fattore incendi: «Neve in alta quota e piogge regolari sono gli elementi che scongiurano un’alta frequenza e intensità degli incendi primaverili. Essi avvengono soprattutto in marzo e aprile, quando il sole inizia a essere più alto sull’orizzonte e quindi a scaldare il fogliame a terra. Ecco quindi che se dovesse continuare a esserci tempo secco combinato a giornate ventose, tra gli scompensi che si potrebbero verificare vi sarebbe anche un maggior pericolo di incendi boschivi. Già in questi giorni ce ne sono stati un paio».

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