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03.01.22 - 08:30
Aggiornamento: 17:53

L’euro e noi: un bilancio dopo vent’anni

Il 1° gennaio del 2002 entrava in vigore la moneta unica europea, un cambiamento decisivo anche per Svizzera e Ticino. Ne parliamo con un economista

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Keystone

D’accordo, col senno di poi siamo tutti professori. Però a vent’anni tondi dall’introduzione dell’euro – nella speranza che la moneta unica aiutasse a creare un continente più forte, pacifico e unito – è opportuno stilare un bilancio: dopotutto ne va non solo dell’economia che ci circonda, ma anche di quegli svizzeri e ticinesi che ci si trovano piantati nel mezzo. A capire meglio come va ci aiuta l’economista Luca Soncini, docente di strategie bancarie all’Università della Svizzera Italiana con una lunga carriera dirigenziale nel mondo finanziario svizzero, oggi membro del consiglio d’amministrazione di BancaStato.

Cominciamo dai ricordi: vent’anni fa – l’introduzione definitiva dell’euro risale al primo gennaio 2002 – voi che lavoravate in banca avete assistito a una svolta epocale: cambiava il ‘cartellino del prezzo’ di fondi e liquidità contrassegnati fino ad allora da dodici diverse valute nazionali (altre sette nazioni aderiranno alla moneta unica negli anni a venire). Come l’ha vissuta?

Ricordo naturalmente l’apprensione ‘tecnica’, dettata dalla necessità informatica e contabile di passare a un mondo completamente nuovo. Ricordo anche, direi soprattutto, un diffuso ottimismo: l’euro rappresentava una pietra miliare nel percorso che mirava a un’Europa più stabile e unita non solo dal punto di vista finanziario ed economico, ma anche da quello politico. D’altra parte, vedevamo le incognite di un progetto che anteponeva l’unità monetaria a quella fiscale, economica e del mercato del lavoro.

Fin dall’inizio – pensiamo ad esempio alle analisi dell’esperto di commercio internazionale e premio Nobel Paul Krugman – la principale critica all’euro fu proprio questa: un’unione tenuta insieme con lo spago tra nazioni troppo diverse, che anche grazie alle fluttuazioni valutarie compensavano tali squilibri, quindi avrebbero sofferto una volta private dell’autonomia monetaria. Avevano ragione i critici?

Anzitutto, va detto che in un mondo ideale l’introduzione della moneta unica si sarebbe dovuta studiare prima con maggiore dettaglio, preparando meglio il terreno – ovvero il contesto economico, fiscale e sociale, oltre che politico – e non concependola come un cantiere aperto, un progetto ancora in divenire, da rielaborare e affinare; ma se si fosse esagerato con la prudenza, quel progetto non avrebbe ancora visto la luce. Io credo che il bilancio sia tutto sommato positivo, per il contributo alla costruzione di un progetto politico comune in un continente storicamente solcato da guerre fratricide, ma anche da crisi finanziarie e svalutazioni competitive, con Paesi come l’Italia che vivevano periodi di inflazione galoppante e politiche monetarie sclerotiche pur di sostenere le esportazioni. Oggi c’è un quadro di riferimento unico, ci sono infrastrutture finanziarie e monetarie coordinate, e con questo una maggiore stabilità complessiva non solo del quadro finanziario, ma anche di quello economico. Però è anche vero che l’Europa va profondamente riformata e che non tutti sono usciti vincenti dall’unificazione monetaria.

Chi ha vinto? E chi ha perso?

Il grande beneficiario, è noto, è la Germania, seguita dall’Olanda. Si calcola che i cittadini tedeschi, quest’anno, abbiano prodotto circa 3mila euro di reddito pro capite in più grazie alla moneta unica e 25mila cumulati negli ultimi 20 anni, per un totale di 1’900 miliardi di euro. L’Italia è agli antipodi: produce meno, è praticamente in stagnazione dal 1999 e avrebbe perso 4’300 miliardi di euro malgrado la marea di finanziamenti da Bruxelles.

E la Svizzera?

Pur rimanendo fuori dall’unione monetaria, la Svizzera si trova anche geograficamente tra questi due estremi. Io penso che gli effetti dell’euro per noi siano stati complessivamente positivi: l’unità anche monetaria è un bel vantaggio per un’economia solida come la nostra, votata alle esportazioni, che coi vicini intrattiene la metà di tutti i suoi scambi commerciali. Abbiamo infatti visto crescere solidamente il nostro prodotto interno lordo, e ci sono stati altrettanto solidi benefici anche per l’accesso a beni di consumo e materie prime.

Però…

…però la nostra competitività ha un notevole rovescio della medaglia: proprio per il successo dei nostri export – con una bilancia commerciale in netto attivo – e la stabilità delle nostre istituzioni, il franco è costantemente richiesto sia per acquistare i nostri prodotti, sia come bene-rifugio: il risultato è stata una sua micidiale supervalutazione contro l’euro. Immaginatevi che cosa significhi per un’economia che vive di esportazione di beni e servizi e di vendite sul proprio territorio a stranieri (il turismo, i servizi del terziario, ecc.) un apprezzamento nell’ordine del 30-35% della propria moneta. Abbiamo avuto difficoltà a esportare, abbiamo perso competitività – sui prezzi, non sul contenuto o la qualità –, il nostro turismo ha subito una ‘mazzata’ perché sempre più caro, la disoccupazione è salita a livelli cui non eravamo abituati, il bilancio della Banca nazionale svizzera è esploso nello sforzo di smorzare l’apprezzamento del franco. Oggettivamente molti dei problemi svizzeri trovano origine proprio nelle crisi dell’euro e nella ricerca di un ‘porto sicuro’.

Ma siamo riusciti ad adattarci?

Sì, il comportamento dell’economia è stato davvero impressionante: laddove altri Paesi avrebbero sofferto molto di più per la moneta forte, noi ci siamo profilati su settori tecnologicamente all’avanguardia e servizi ad alto valore aggiunto, rinnovando sostanzialmente il nostro tessuto produttivo.

Ai lavoratori come è andata?

Ecco, un tasto dolente è il fatto che i redditi da lavoro e il potere d’acquisto sono rimasti stagnanti per vent’anni. Questo ha colpito significativamente la classe media, già indebolita dalle dinamiche della globalizzazione. Una frenata dolorosa, specie dopo la crescita incredibile del benessere vissuta nel secondo Novecento; frenata che d’altronde interessa in generale tutti i Paesi occidentali, anche al netto del contesto monetario.

Il Ticino confina con l’Italia, penalizzata dalla moneta unica. Con quali conseguenze?

Qui entriamo in un discorso molto scivoloso, perché è facile far confusione tra euro e libera circolazione, o più ancora tra euro ed effetti della globalizzazione. In generale, le difficoltà di un’Italia che non può più svalutare la sua lira come vuole – con situazioni di sofferenza anche in una locomotiva economica di portata continentale come la Lombardia – si riflettono sul lavoro, quindi sui flussi frontalieri, con relativa pressione sui salari. D’altro canto, il volume assoluto dell’economia e degli impieghi è nettamente aumentato e il prodotto interno lordo è cresciuto; settori come la farmaceutica e la chimica hanno trainato la crescita, mentre abbiamo smesso di scontare la cronica instabilità dei parametri italiani pre-euro. Questo non significa sostenere che ‘tout va bien, madame la Marquise’, o negare la necessità di riforme profondissime a livello di istituzioni europee. Anche a livello cantonale, però, credo che l’euro abbia creato opportunità e abbia fatto più bene che male.

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