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Ticino
25.11.21 - 18:400

Il flop democratico dei Comites italiani

Per gli organismi consultivi che supportano la comunità degli italiani all’estero non vota quasi nessuno

a cura de laRegione

“Ma come, c’era da iscriversi per l’elezione dei Comites”? Un artigianale giro d’orizzonte presso la comunità degli italiani in Ticino registra sempre la stessa reazione, quella di chi cade dalle nuvole. I Comitati degli italiani all’estero – Comites, appunto – sono organi consultivi su base regionale a partecipazione volontaria e gratuita che si rinnovano ogni cinque anni, la cui funzione è principalmente quella di offrire attività culturali e di aggregazione. Stavolta si voterà il 3 dicembre, ma pochi italiani all’estero ne conoscono l’esistenza, e ancor meno si iscrivono alle liste ormai chiuse del voto (che avviene per corrispondenza). Il risultato è un evidente deficit di democrazia: l’ultima volta votarono solo 5’500 persone, pari al 5,5% degli aventi diritto in Ticino. “Una vera e propria Caporetto per la partecipazione”, ha denunciato il Segretario generale degli italiani all’estero Michele Schiavone, stigmatizzando anche come “candidate e candidati e vari addetti ai lavori, in molti casi, si siano lasciati andar nel politicizzare un ambito nel quale la politica partitica italiana è fuori luogo”, segno della “distanza romana dal mondo degli italiani all’estero”.

Silvio Di Giulio, presidente uscente del Comites ticinese (18 membri), denuncia: «Purtroppo l’elezione dei Comites – complice anche un limitato interesse da parte della politica – deve scontare alcune scelte orientate al risparmio che limitano il coinvolgimento della comunità italiana. Si è scelto in particolare di non inviare il materiale di voto a tutti gli iscritti all’Aire, ma solo a chi ne fa richiesta, compilando un apposito modulo accompagnato da un documento di identificazione. È una procedura alquanto macchinosa, che si discosta enormemente dalla prassi italiana e da quelle europee: qui si prevede normalmente l’iscrizione automatica alle liste di voto, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti».

Ma cosa fanno di preciso i Comites? Di Giulio, giurilinguista in pensione e capolista di ‘Associazionismo solidale’, spiega: «Non costituiscono trampolini di lancio per carriere politiche e si sottraggono così alla logica stessa della partitocrazia. La partecipazione – su base volontaria e non retribuita – avviene in particolare nella dimensione del supporto alle comunità italiane presenti sul territorio, attraverso attività culturali e aggregative: nel corso dell’ultimo mandato – prolungato da 5 a 6 anni a causa della pandemia – abbiamo organizzato convegni e incontri concentrandoci in particolare sui temi dell’immigrazione e sulle innovazioni in tema fiscale e patrimoniale, con particolare attenzione alla voluntary disclosure, con il supporto di esperti del settore fiscale locale».

Le liste che si contendono l’elezione sono tre: la stessa Associazionismo solidale, vicino a realtà quali le Acli e altre associazioni legate alle varie comunità regionali, Centrodestra unito – zona Lega/Berlusconi – e il Movimento Italia Comites, che come capolista ha l’ormai ex patron del Lugano Angelo Renzetti e conta altri immobiliaristi, imprenditori, personalità dello sport e della finanza.

Ma attraverso i Comites non c’è il rischio di creare delle ‘riserve’, posti nei quali gli italiani si chiudono su sé stessi, in microcosmi che sanno tanto di un presepe dell’Italia che fu, roba da festa dell’arrosticino o della piadina? Di Giulio lo esclude categoricamente: «Promuovere la vita delle comunità italiane non significa affatto costruire ghetti isolati dalla realtà ticinese, tanto più che non sussiste neppure una barriera linguistica e circa un ticinese su tre ha origini italiane. Al contrario: nei Comites si raccolgono professionisti ben inseriti nei settori più svariati, in costante osmosi con la realtà locale e spesso titolari di doppio passaporto. Le radici italiane e la residenza in loco non si elidono, ma si rafforzano: come in matematica, possiamo dire che uno più uno fa due, non zero».

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