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24.11.21 - 05:30
Aggiornamento: 17:43

TiSin ancora all’attacco contro i sindacati ‘storici’

Per l’organizzazione di via Monte Boglia i lavoratori versano troppi contributi di solidarietà e i sindacati si arricchiscono. Ceruso: ‘Siete faziosi’

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Ti-Press

«Tu non stai facendo un articolo su TiSin, stai facendo un processo. Con noi fate articoli faziosi, prevenuti, ideologici e pretestuosi solo perché ce l’avete con la Lega. Ci state mettendo alla gogna». Nando Ceruso è sullo stizzito andante, quando proviamo a chiedergli ragione dell’ultimo comunicato di TiSin, il “Comitato interprofessionale” – e sindacato, secondo lui – che ha appena fatto firmare in tre aziende manifatturiere un contratto in deroga al salario minimo. E che ora, nel definire il “programma d’azione per il 2022”, ribadisce una sua priorità: dimezzare il cosiddetto contributo professionale o di solidarietà versato dai lavoratori soggetti a un contratto collettivo di lavoro (Ccl). Soldi che servono a finanziare le commissioni paritetiche nelle quali si riuniscono rappresentanti dei lavoratori e delle imprese, affinché queste possano controllare il rispetto delle regole, oltre a permettere consulenza e formazione. Il taglio costituirebbe un aiuto ai lavoratori in difficoltà, secondo TiSin. Secondo i sindacati, invece, è l’ennesimo guanto di sfida figlio di insinuazioni infondate.

Il presidente dell’associazione di via Monte Boglia – che con la Lega dei ticinesi condivide l’indirizzo della sede e due granconsiglieri, la vicepresidente Sabrina Aldi e il membro del direttivo Boris Bignasca – non le manda a dire: con questo contributo «si stanno sfruttando i lavoratori. Non c’è motivo per continuare a esigere l’1% dello stipendio (in realtà questa è la quota massima, applicata solo in alcuni casi, ndr). Nell’edilizia, ad esempio, si arriva già a cifre superiori ai 500 franchi annui per un lavoratore generico. Una cifra iperbolica, che sale ancora per i più qualificati. I lavoratori stessi ci chiedono: cosa se ne fanno i sindacati di tutti quei soldi? Davvero servono per commissioni paritetiche, formazione e sostegno e basta? Balle!».

Gargantini (Unia): ‘Gestione trasparente’

A onor del vero le commissioni paritetiche sono poste sotto la vigilanza della Segreteria di Stato dell’economia (Seco) e dell’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro. Sono quindi tenute a sottoporre a vigilanza i loro rapporti di revisione, in modo da assicurare l’uso corretto dei fondi a sostegno delle attività statutarie ed escludere malversazioni. I lavoratori che oltre al contributo pagano anche una quota sindacale (volontaria) sono indennizzati dalla ‘doppia imposizione’ attraverso ristorni. Eppure Ceruso non ci sta, per lui «una parte di quei soldi viene gestita in modo non trasparente, e basterebbe un contributo dello 0,5% sui salari. Ma agli altri sindacati dà fastidio, ecco perché ci combattono. Quei soldi, come quelli destinati alle paritetiche, fanno entrare una bella barcata di milioni nelle loro tasche».

Giriamo l’accusa a Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di Unia, sindacato spesso chiamato in causa da TiSin insieme a Ocst. Risposta: «La gestione dei fondi è assolutamente trasparente e perfettamente rendicontata, come d’altronde impongono le norme federali e cantonali. Le attività di ciascuna paritetica sono condivise da sindacati e imprenditori e includono ad esempio i controlli per il rispetto del contratto, la formazione e la consulenza a chi è soggetto al contratto. Il contributo versato dai lavoratori è utilizzato esclusivamente a questi scopi».

Sindacato ‘giallo’?

A Ceruso queste spiegazioni interesseranno poco, come d’altronde gli interessa poco una delle principali critiche mosse in passato dai sindacati: TiSin conterebbe poche decine di soci e sarebbe dunque, tutt’al più, un sindacato ‘giallo’ utile ai padroni per fregare i lavoratori. Il suo presidente si rifiuta di fornire cifre sugli iscritti, ma ribatte: «TiSin riunisce persone di diversi settori, tanto basta. Quante sono non è importante per la legittimità del nostro come di nessun altro sindacato. Il tentativo di delegittimarci da parte di altre organizzazioni sconfina nella concorrenza sleale». Fatto sta che al momento di contrattare occorre una certa rappresentatività. «Ma allora gli altri, quelli che ci contestano lo statuto di sindacato, sarebbero più sindacalisti di noi? E a che titolo dovrei sentirmelo dire, dopo cinquant’anni di impegno? Anche ieri eravamo in pretura a difendere un lavoratore dell’edilizia. Combattiamo per i diritti dei lavoratori. Siamo presenti. Eppure solo a noi si contesta la legittimità di sindacato».

‘Non siamo leghisti’

Se è per quello, qualche dubbio lo pone pure la natura di quest’associazione spuntata dal nulla, che continua a dirsi indipendente dalla Lega eppure è co-diretta da alcuni suoi membri. Non che gli altri partiti non contino sindacalisti tra le loro fila, ma in questo caso Bignasca fa anche l’imprenditore oltre al capogruppo in Gran Consiglio, eppure il partito continua a smentire particolari legami con TiSin. «Io non sono leghista né legato ad alcun partito, mi impegno solo per buoni progetti», reagisce un Ceruso palesemente inalberato. «TiSin d’altronde non ha intenzione di essere riconosciuta come associazione legata alla Lega». Ma la presenza di Aldi e Bignasca, allora? «Non è che siccome nel nostro esecutivo abbiamo due leghisti, allora siamo di matrice leghista. I lavoratori sono lavoratori, senza etichette, e i nostri associati votano anche altri partiti. C’è gente che vuole buttarla in cagnara politica, ma io non ci sto». Quanto al fatto di avere la sede allo stesso indirizzo della Lega, Ceruso si chiede: «Che importanza ha dove abbiamo l’ufficio? Non posso avere l’ufficio dove mi pare? Qui si insinuano cose che non stanno né in cielo né in terra».

A imbarazzare anche la Lega, d’altronde, è la polemica seguita alla firma del contratto con le aziende del neonato consorzio Ticino Manufacturing, tre realtà del Mendrisiotto che impiegano soprattutto frontalieri. L’accordo sfrutta una clausola della nuova legge sul salario minimo, che entrerà in vigore a fine 2021 e la cui validità è stata di recente confermata dal Tribunale federale con la bocciatura dei relativi ricorsi: la legge prevede un’eccezione per chi disponga di soglie più basse, purché concordate in sede di Ccl (contro questa eccezione e per elevare il salario minimo da 19 a 21,5 franchi, la sinistra ha lanciato un’iniziativa popolare). Ceruso però non molla: «Il contratto con Ticino Manufacturing è firmato e per noi è valido a tutti gli effetti, come quelli degli altri sindacati. D’altronde altre organizzazioni hanno negoziato accordi salariali al ribasso – ad esempio nel tessile e con singole aziende –, evidentemente perché c’era un problema oggettivo di sostenibilità del settore, e poi perché di un contratto vanno tenuti in conto tutti i benefici, non solo il salario. Eppure solo noi veniamo messi alla gogna».

‘Nessun mandato dai lavoratori’

Stavolta è Gargantini a non starci: «Contesto formalmente quanto sostiene Ceruso. Noi non abbiamo mai firmato contratti ‘al ribasso’. Quello del settore tessile era in discussione da anni e il rinnovo è servito anche a garantire il progressivo allineamento coi salari minimi previsti dalla legge, quindi a un netto miglioramento del trattamento dei lavoratori. Lavoratori che sono stati peraltro coinvolti durante la trattativa tramite decine di assemblee, parallelamente alle discussioni che sono avvenute già nel corso del 2020. C’è una bella differenza rispetto a un accordo come quello con Ticino Manufacturing, siglato dove un precedente Ccl non esisteva e solo per aggirare il salario minimo, col rischio sempre più concreto di fungere da precedente anche per altri malintenzionati». Altri contestano anche che il contratto prevederebbe il versamento del contributo di solidarietà a TiSin direttamente da parte dell’azienda, con ovvi interrogativi sull’indipendenza di chi dovrebbe rappresentare i lavoratori. Ma per Gargantini la questione va ampliata. «Il problema è evidente: quello di TiSin con Ticino Manufacturing non è un contratto collettivo, così come TiSin non è un sindacato; non ha ricevuto alcun mandato dai lavoratori, conta nella sua direzione degli imprenditori in ovvio conflitto d’interesse. In più se n’è uscito con un accordo già firmato sottoponendolo ai lavoratori solo a posteriori, peraltro in presenza del datore di lavoro».

‘L’ottobre rosso è passato’

Tornando al “programma d’azione” di TiSin, nel comunicato non si menzionano particolari misure al netto della contestazione al contributo di solidarietà (al quale attualmente corrisponde un finanziamento in proporzione alla massa salariale anche da parte dei datori di lavoro, le cui associazioni a oggi paiono molto meno critiche di TiSin). Stando allo stesso Ceruso, l’azione sarebbe orientata al pragmatismo più che ai proclami: «Ci stiamo muovendo per offrire consulenza e difendere i diritti dei lavoratori. Portiamo avanti pratiche per licenziamenti non giustificati e altre prevaricazioni. Siamo al loro fianco, anche su contratti firmati da altri sindacati. Insomma: forniamo servizi analoghi, ma vogliamo farlo senza svenare i lavoratori e con maggiore indipendenza. Non scendiamo però in piazza coi bastoni. Quel famoso ottobre è passato da un pezzo».

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