laRegione
16.11.21 - 22:20
Aggiornamento: 23:11

Arresti antimafia, in Ticino con permessi B e G

Le operazioni in Italia e in Svizzera contro la ’ndrangheta (cosca Molè). Due fermi a fini estradizionali anche nel Luganese

di Marco Marelli e Andrea Manna
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“In Italia ci hanno rovinato, in Svizzera stanno bene senza 416 bis...”. È il tenore di una conversazione tra indagati intercettata nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, coordinata dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dai sostituti Sara Ombra e Pasquale Addesso, sino a pochi mesi fa in servizio alla procura di Como. Inchiesta che all’alba di oggi, martedì, in Lombardia, ma anche in Svizzera, ha portato all’arresto di cinquantaquattro persone, di cui trentasette nel Comasco, provincia dove il radicamento della ’ndrangheta, con sconfinamento in Canton Ticino, è cementato anche da sentenze passate in giudicato dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione. Nella Confederazione quattro arresti, in vista di estradizione in Italia, sono stati eseguiti a Vilters, Winterthur, Domat/Ems e Coira. Nel Comasco e in Calabria sono state arrestate altre tre persone domiciliate a Zurigo e nel Canton San Gallo. Sono tutte originarie della Calabria, provenienti dalla piana di Gioia Tauro, presunte affiliate alla cosca Molè, una delle più potenti ’ndrine, soprattutto nel traffico di cocaina. Un’attività criminosa che troviamo in tutti e tre i filoni dell’indagine che in Italia, oltre alla Lombardia, ha interessato Toscana (Firenze e Livorno) e Calabria, con i blitz delle forze dell’ordine coordinato dello Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. L’indagine si è sviluppata anche in coordinamento tra le Direzione distrettuali antimafia di Milano, Reggio Calabria e Firenze. Se in Lombardia i fermi sono stati 54, in Calabria i provvedimenti restrittivi sono stati 34, in Toscana sono una quindicina quelli chiesti.

Uno lavorava nella ristorazione

Ed è nell’inchiesta della Dda di Firenze che sarebbero coinvolte due persone arrestate, anche loro su istanza italiana e sempre a fini estradizionali, nel Luganese la notte scorsa. Fermi e perquisizioni domiciliari sono stati eseguiti dalla Polizia cantonale e da quella federale. Stando a quanto appreso dalla ’Regione’, si tratterebbe di un 59enne, originario della provincia di Milano e di un 42enne, originario di Catanzaro. Entrambi erano in Ticino con regolare permesso di lavoro. Il primo sarebbe stato al beneficio di un permesso B (dimorante), il secondo di un G (frontaliere): quest’ultimo sembra che lavorasse come cameriere.

Spaccio di droga per acquistare armi

Complessivamente nel corso delle tre inchieste, sfociate in totale in un centinaio di misure cautelari, è stata sequestrata una tonnellata di cocaina. In particolare nei porti di Gioia Tauro e Livorno. La droga arrivava dal Sud America. E parte di essa - oltre 30 chilogrammi in pochi mesi del 2020 - è stata sequestrata anche in Svizzera. L’inchiesta ha fatto emergere che lo spaccio di droga serviva per l’acquisto di armi. Una trentina quelle su cui gli investigatori hanno messo le mani.

Anche in questa importante inchiesta hanno agito in simbiosi squadre di investigatori italiani e svizzeri. Così come era accaduto con l’operazione battezzata Imponimento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro: oltre 300 persone arrestata, settanta delle quali già condannate (complessivamente 630 gli anni di reclusione), mentre le altre sono sotto processo con rito ordinario.

Così iniziò nel Comasco

Per quanto concerne il filone lombardo, l’indagine era partita nel 2017 ed era inizialmente di competenza della Procura di Como: è poi passata alla Direzione distrettuale antimafia di Milano, quando sono emersi collegamenti con la criminalità organizzata. L’indagine del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza del capoluogo lariano era incentrata sulla gestione fraudolenta di appalti relativo al servizio di pulizia in grandi aziende della bassa comasca, che aveva portato all’arresto di 34 persone fra cui un sindaco e un direttore di banca. Ai fermati dell’ultima ora vengono contestati estorsioni, violenze e numerosi reati di natura fiscale. Insomma, espressione di quella che viene indicata come la “ndrangheta 2.0 Società Per Affari“. Ma come sottolineano gli inquirenti, la ’ndrangheta a ridosso della Svizzera non ha mai abbandonato l’interesse per il traffico internazionale di stupefacenti: l’inchiesta delle fiamme gialle di Como e della Squadra mobile di Milano ha fatto emergere le mire espansionistiche verso la Svizzera e, in particolare, verso il Canton San Gallo. "Un cantone che era divenuto una vera e propria base logistica dei quattro arrestati nella Confederazione (nell’ambito del filone d’indagine lombardo, ndr.), dove si erano stabilmente insediati, con lo scopo di costituire nuove ’ndrine”, come ha sostenuto in conferenza stampa la pm Alessandra Dolci. Una scelta che fa ben comprendere il contenuto di quella significativa intercettazione ("in Svizzera si sta bene in quanto non c’è il 416 bis”).

In totale sei fermi in Svizzera a fini estradizionali

In tutto sono sei le persone arrestate in Svizzera a fini estradizionali. I provvedimenti restrittivi sono stati ordinati dall’Ufficio federale di giustizia (Ufg) “sulla base di domande d’estrazione italiane fondate su mandati d’arresto della Procura di Milano e del Tribunale di Firenze per presunti reati commessi in Italia, almeno in parte però anche in Svizzera”. Gli arresti, continua la nota diramata dall’Ufg, “hanno fatto seguito a indagini” svolte dalle polizie cantonali, dalla Polizia giudiziaria federale e dal Ministero pubblico della Confederazione.

Quattro delle persone arrestate nel nostro Paese erano risultate implicate nell’operazione ‘Insubria’ che nel novembre 2014 aveva portato all’arresto di quaranta ’ndranghetisti appartenenti alle ’ndrine di Fino Mornasco, Cermenate e Calolziocorte. Il capo della cosca di Cermenate, all’epoca di fatti, lavorava come saldatore a Bellinzona.

Il Ministero pubblico della Confederazione

’Ecco come si costituiscono le squadre investigative comuni’

«La lotta alla criminalità organizzata non può essere portata avanti da una sola autorità federale. Perché dia dei risultati occorre agire su due piani. Su quello della cooperazione nazionale e cioè la collaborazione tra Cantoni e Confederazione. E su quello della cooperazione internazionale e cioè la collaborazione fra le autorità giudiziarie svizzere e quelle degli altri Paesi. Noi inquirenti abbiamo le frontiere, i criminali no. Un ostacolo che però superiamo in parte grazie alla costituzione delle squadre comuni investigative». È quanto ribadisce il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc), che la ‘Regione’ ha interpellato in seguito alla nuova ondata di arresti che ha interessato nelle scorse ore l’Italia e la Svizzera. E in relazione alla quale ha avviato tempo fa un procedimento penale per organizzazione criminale (sostegno e/o partecipazione) e infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti, eseguendo nel contempo rogatorie inoltrate dalla magistratura italiana.

Come segnalate nel comunicato stampa, con le Procure di Milano e Reggio Calabria l’Mpc ha dato vita a una squadra investigativa comune.

È uno strumento di collaborazione internazionale molto importante perché ci dà la possibilità di condurre procedimenti penali paralleli in tempo reale. Se ci limitiamo alla Svizzera e all’Italia, la prima premessa per la costituzione di una squadra è che vi sia un interesse investigativo da parte di entrambi i Paesi alla conduzione di un’indagine. Un’indagine per la quale in Italia e in Svizzera le rispettive autorità giudiziarie hanno aperto dei procedimenti penali. La base legale sono gli accordi internazionali bilaterali o multilaterali. Con l’Italia abbiamo un accordo bilaterale, ma anche la Convenzione europea in materia di assistenza giudiziaria. La squadra investigativa si costituisce con la sottoscrizione di un accordo, che è un vero e proprio contratto. Le parti sono i procuratori dei due Paesi titolari dei procedimenti penali e le forze di polizia giudiziaria. In questo accordo vengono menzionati i magistrati che coordinano i procedimenti, il numero e una sintesi del procedimento. Viene inoltre allegata una lista dei collaboratori delle polizie giudiziarie che compongono, operativamente, questa squadra.

Quali i vantaggi di un simile strumento di collaborazione?

Si definiscono una strategia e degli obiettivi comuni. Le attività di indagine vengono discusse ed eseguite insieme. Il tutto in tempo reale. Previo consenso del procuratore titolare del procedimento, gli investigatori che formano la squadra possono operare al di qua e al di là del confine per acquisire mezzi di prova. Con una squadra comune risultano inoltre più veloci lo scambio e l’analisi dei mezzi di prova raccolti. Analisi da cui potrebbe scaturire la necessità di ulteriori attività di indagine, di procedere ad arresti o a ulteriori fermi.

Dalle indagini in comune al processo, per esempio all’estero.

Nella fase dibattimentale, all’estero, possono essere utilizzati i mezzi di prova raccolti dalla squadra solo una volta conclusa in Svizzera la procedura di assistenza giudiziaria (la costituzione di una squadra investigativa comune presuppone l’avvio di questa procedura) e una volta cresciuta in giudicato la decisione di trasmettere le prove.

Tornando al recentissimo blitz contro la ‘ndrangheta, alcuni degli intercettati sostengono che ’Stanno bene in Svizzera... non esiste il 416 bis’, l’articolo del Codice penale italiano sull’associazione di stampo mafioso.

Quella conversazione faceva riferimento alle pene previste dal 416 bis. Ma di recente in Svizzera sono state inasprite: la pena per il reato di organizzazione criminale, previsto dall’articolo 260 ter del nostro Codice penale, è stata raddoppiata, da cinque a dieci anni. Da tre a venti anni la pena per i vertici dell’organizzazione.

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