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12.11.21 - 16:35
Aggiornamento: 17:19
di Marco Marelli

Riciclaggio, Zummo ai domiciliari. Quei conti ticinesi

L’89enne imprenditore edile siciliano era finito in passato anche sotto la lente degli inquirenti svizzeri

L’89enne imprenditore edile di Palermo Francesco Zummo – tra i principali responsabili del ‘sacco di Palermo’, ordito dall’esponente politico mafioso Vito Ciancimino, realizzando un impero edile di circa 2’700 immobili – è finito ai domiciliari con le accuse di riciclaggio e autoriciclaggio aggravati dalla transnazionalità in un’inchiesta della Procura di Palermo alla quale hanno collaborato la Direzione distrettuale antimafia di Napoli e la Procura Anticorruzione albanese, che nell’agosto scorso aveva segnalato ai pm siciliani di aver bloccato un conto aperto dall’imprenditore in una banca greca a Tirana di 19 milioni di euro provenienti da istituti bancari del Canton Ticino.

Ad aiutare Zummo a occultare il denaro, per sottrarlo alla confisca, un commercialista palermitano che vive a Milano, finito in carcere. Decisive le intercettazioni telefoniche a carico del commercialista. Arresti sono stati eseguiti anche in Albania. Indagato a piede libero anche Ignazio Zummo, figlio dell’imprenditore palermitano. Altri 30 milioni di euro riconducibili a Francesco Zummo sono stati posti sotto sequestro in banche italiane. Nell’imprenditore palermitano gli investigatori si sono imbattuti per la prima volta grazie a un appunto scoperto nella macchina di un “front man” della mafia canadese trovato ucciso nel ’79 a Toronto. Successivamente, nell’ambito di una rogatoria inerente all’indagine ‘Pizza connection’, coordinata da Giovanni Falcone all’inizio degli anni Ottanta, emerse che alcuni conti correnti in banche svizzere (soprattutto a Lugano) erano stati utilizzati legati al traffico di stupefacenti. Su uno di questi conti correnti, aperto in una banca di Lugano, per una trentina di miliardi di lire nel 1994 si era chinata anche Carla Del Ponte: fondi che su richiesta di Giovanni Falcone erano stati posti sotto sequestro “in quanto oggettivamente provento del traffico di eroina, commerciata negli Stati Uniti, il cui ricavato veniva depositato su conti correnti in Ticino”. Fondi poi dissequestrati in quanto allora non si era concretizzato il convincimento che erano provento del traffico di droga e che Zummo era legato alla mafia. I soldi non si spostarono dal Ticino. Sino al 2005 anno in cui furono trasferiti a Nassau, per essere depositati nella filiale di una banca di Lugano, e investititi nel “The Pluto Investiment Fund”, intestato alla moglie dell’imprenditore palermitano. E da Nassau nel 2007 sarebbero dovuti rientrare su un conto intestato a una giovane nipote di Zummo. Una falsa intestazione con lo scopo di evitarne il sequestro, considerato che nel 2000 i magistrati svizzeri all’ex socio di Vito Ciancimino avevano sequestrato 50 miliardi di lire. La vicenda dei 13 milioni di euro era emersa grazie a una intercettazione della Procura di Como nell’ambito di un’inchiesta su un colossale traffico di valuta nei confronti di 49 persone, una ventina delle quali ticinesi, fra cui il direttore della banca luganese, considerato l’architetto del tentativo di occultare i 13 milioni di Zummo. Per questa vicenda quattro le condanne per tentata intestazione fittizia di beni. Condanne passate in giudicato nel 2017 dopo che la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso dei quattro imputati (Zummo, moglie, nipote e direttore della banca luganese) che avevano impugnato la sentenza dei giudici d’appello di Milano.

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