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02.11.21 - 17:31
Aggiornamento: 26.03.22 - 15:47

Restrizioni per gli over 65: ‘Mi sono sentita vecchia di colpo’

Lo studio Supsi: a colpire maggiormente sono stati divieto di fare la spesa e distanziamento. Alcuni criticano le modalità di comunicazione delle autorità

Dignità, libertà, autonomia. Sono concetti che durante il lockdown hanno toccato in maniera preponderante la vita di tutti, ma soprattutto degli anziani. Sì, perché alcune misure, volte a limitare la diffusione del coronavirus e a proteggere le persone a rischio, toccavano esclusivamente chi aveva più di 65 anni. "Mi sono sentita di colpo anziana", così scrive una donna di 66 anni che ha risposto al questionario della ricerca ‘Dignità, anziani e Covid-19’, svolto dalla Scuola universitaria della Svizzera italiana (Supsi) e promosso dal Consiglio degli anziani del Canton Ticino e dalla Fondazione Sasso Corbaro.

«Volevamo portare all’attenzione della popolazione e delle autorità i problemi legati alla dignità e alla solitudine che hanno percepito le persone della terza e quarta età», spiega Maria Luisa Delcò, presidente del Consiglio degli anziani del Cantone Ticino. «Ci siamo accorti che molti sono rimasti delusi o colpiti dalle modalità di comunicazione delle autorità», dice, ricordando l’esortazione del comandante Matteo Cocchi ad "andare in letargo".

«Ci siamo chiesti come gli anziani ticinesi hanno vissuto le restrizioni che colpivano gli over 65», spiega Stefano Cavalli, professore in percorsi di vita e invecchiamento presso la Supsi. «In generale hanno accettato e capito lo scopo delle misure e dunque hanno riferito di essersi adattati. Per quasi un terzo, però, si è trattato di un’esperienza negativa. Sono persone che per esempio hanno considerato le misure esagerate o che hanno provato frustrazione, disagio».

Particolarmente difficili le misure di distanziamento e il divieto di fare la spesa

Il 29 per cento dei circa 800 partecipanti ha sofferto particolarmente le misure di distanziamento fisico: «Il fatto di non poter abbracciare i figli e i nipoti è stato un elemento molto presente nelle risposte. Ci sono anche parecchie persone che hanno provato tristezza e solitudine», dice Cavalli. Ad aver creato molti problemi nella popolazione anziana è anche la misura che chiedeva loro di non recarsi a fare la spesa. «Le ragioni sono principalmente due. La prima è il fatto di dover dipendere dagli altri, di perdere parte dell’autonomia. Infatti emergono delle risposte che possono rientrare nel cappello della dignità. Si parla poi di libertà, di essersi sentiti discriminati e improvvisamente vecchi».

Altra misura è quella del confinamento. Dover stare a casa ha impedito agli over 65 di svolgere attività: «Particolarmente citate sono le passeggiate all’aperto, ma anche l’impossibilità di poter aiutare gli altri», illustra Cavalli. Un’ulteriore restrizione emersa è stata la chiusura di commerci e luoghi d’incontro: «Questo ha reso necessaria una riorganizzazione delle proprie giornate, non ci si poteva recare nei posti dove si socializzava». La misura era valida per tutte le età, «ma fra le persone che l’hanno citata qualcuno l’ha reputata sproporzionata e poco incisiva».

Sessantacinque anni: una soglia ‘arbitraria’

Perché non poter fare la spesa ha creato così tanti problemi? «Prima di tutto perché è l’unica misura che faceva chiaramente riferimento all’età anagrafica – spiega il professore –. Certamente è un modo semplice e pratico per effettuare dei controlli. Al tempo stesso, però, è un metodo problematico. Innanzitutto la soglia scelta è arbitraria, non è che le persone diventino a rischio compiendo 65 anni. In secondo luogo non si considerano le differenze tra gli individui. Sappiamo che la popolazione anziana è estremamente eterogenea». Infatti «per un terzo dei partecipanti l’età non è un criterio adeguato per indicare le persone a rischio. Molti hanno spiegato che bisogna tenere conto dello stato di salute».

«La seconda spiegazione della problematicità di questa misura è legata al fatto che gli over 65 sono stati oggetto di una categorizzazione forzata», prosegue Cavalli. «Sono stati inclusi in un gruppo connotato negativamente: le persone a rischio, fragili, vulnerabili. Infine è stato ricordato loro che sono anziani. Questo in una società in cui, malgrado tutti gli sforzi, prevalgono le rappresentazioni negative di questa fascia della popolazione». C’è anche una terza ragione: «La messa in discussione della propria autonomia ha arrecato dei disagi. L’idea di perdere il controllo sulle proprie decisioni ha colpito molto. Ricordo che culturalmente l’autonomia è uno dei principi morali dominanti».

Le parole ‘non tornano più indietro’

«Questo virus ha colpito all’inizio la non conoscenza degli scienziati, quindi ci sono voluti alcuni mesi affinché essi riuscissero a capire i meccanismi dell’agente patogeno», ricorda Roberto Malacrida, presidente del comitato scientifico della Fondazione Sasso Corbaro. «Penso che a livello comunicativo le autorità, come tutti noi, siano state prese alla sprovvista da questa pandemia. Coi mesi hanno poi acquisito in stile, in prudenza, e si sono misurate meglio le parole». Parole che «non tornano più indietro. Bisogna fare attenzione, perché quello che si dice viene memorizzato per anni, soprattutto se si tratta di brutte notizie».

«Riguardo al giudizio nei confronti dei politici mi aspettavo una visione più critica», afferma Stefano Cavalli. «Ci sono persone che sottolineano l’inadeguatezza del modo di comunicare, però sono poche. Come ultima domanda del questionario abbiamo chiesto quali sarebbero i consigli che darebbero alle autorità in caso di una nuova emergenza sanitaria. Molti hanno espresso fiducia nei confronti di queste ultime e nella scienza. Fra chi invece avanzava richieste o proposte tanti hanno insistito nell’evitare d’introdurre delle misure legate all’età».

‘Siamo stati discriminati. Salute non è solo assenza di malattia’

«Per mettere una protezione si è arrivati alla discriminazione», dice Maria Luisa Delcò. «Il pianeta anziani non è l’anziano, ma è un’ampiezza di persone». La ricerca – svolta nell’ambito dello studio ‘Corona immunitas Ticino’ e che ha coinvolto persone tra i 65 e i 93 anni che risiedevano al loro domicilio ed erano in grado di rispondere autonomamente – verrà presentata al pubblico in occasione di alcune serate. «Vogliamo sensibilizzare e aprire questo discorso. Infatti al primo incontro – a Bellinzona l’11 novembre – abbiamo invitato tre membri del Dipartimento sanità e socialità (Dss). Uno degli obiettivi del Consiglio degli anziani è quello di pensare al benessere e di ricordare che la salute non è solo assenza di malattia. È rappresentata anche dal benessere psicologico, relazionale, emotivo. Isolamento, distanziamento e solitudine sono aspetti che hanno toccato molto l’anziano nel suo essere».

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