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28.10.21 - 08:35
Aggiornamento: 10:10

I dubbi del Cantone sul certificato Covid post guarigione

Il Consiglio di Stato ha risposto alla consultazione del Consiglio federale accogliendo solo in parte le proposte formulate

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(Ti-Press)

Troppo rischioso allentare l’impiego generalizzato del certificato Covid, ma sulla sua emissione agevolata ad alcune categorie di persone ci sono dubbi di ordine scientifico ed epidemiologico. È questa, in sintesi, la risposta del Consiglio di Stato alla consultazione del Consiglio federale sull’estensione del certificato Covid, tramite test sierologico, alle persone guarite.

L’esecutivo ticinese condivide dunque l’idea che “un allentamento generale dell’impiego del certificato COVID comporterebbe rischi eccessivi per il sistema sanitario, benché la situazione epidemiologica sia in sensibile miglioramento", considerato anche che in Paesi con tassi di vaccinazione simili al nostro che hanno messo in atto simili allentamenti si è avuta un’impennata dei casi con un aumento della pressione ospedaliera. Tuttavia, le proposte formulate circa l’agevolazione di accesso al certificato Covid per le persone guarite sono condivise "solo in parte”.

Sull’accesso al certificato Covid per i turisti vaccinati all’estero con un vaccino autorizzato solo dall’OMS, ovvero attualmente Sinopharm e Sinovac e i loro prodotti su licenza, il Consiglio di Stato si dichiara d’accordo, “in un’ottica di ponderazione degli interessi anche del settore turistico invernale, urbano e congressuale” e considerata la durata di soli 30 giorni. Qualche perplessità resta sull’eventuale carico di lavoro che ricadrà sui Cantoni, soprattutto quelli interessati da un flusso maggiore di turisti extraeuropei, anche se, come osserva il Governo ticinese, questi ultimi non dovranno presentarsi di persona al servizio competente, ciò che invece è necessario per cittadini svizzeri o persone con diritto di soggiorno in Svizzera vaccinati all’estero.

Poche certezze sui test sierologici

Molto più forti sono i dubbi sull’emissione dei certificati Covid in seguito alla presentazione di un test sierologico per gli anticorpi, soprattutto riguardo al fatto che, a conoscenza del Consiglio di Stato, non esiste né un tasso di anticorpi da ritenere realmente protettivo contro la malattia né un valore soglia anticorpale che determina una durata di protezione di 90 giorni“, e dunque non si giustifica "che un semplice dosaggio positivo di anticorpi, fatto in qualsiasi laboratorio autorizzato e con metodi di analisi diversi non standardizzati, possa essere sufficiente per garantire una protezione dalla malattia”. Incertezza sottolineata anche dal fatto, per il Governo ticinese, che non sono stati definiti dei tassi di protezione per i quali viene concesso il certificato Covid, ciò che potrebbe comportare differenze fra i Cantoni lasciati liberi di considerare valido ogni valore oppure fissare delle soglie. Il Consiglio di Stato suggerisce invece che la Confederazione si faccia carico dei test sierologici per le persone non vaccinate, che in caso di esito positivo potrebbero decidere di vaccinarsi con una sola dose, e in caso di negatività al test sapranno di avere un’alta probabilità di infettarsi con la variante Delta attualmente circolante, non essendo mai entrate in contatto con il virus e non avendo dunque alcuna protezione.

Parziale accordo anche sulla proroga da 180 a 365 giorni la durata di validità dei certificati di guarigione dalla COVID-19: ciò perchè, a dire del Cantone, non è detto che la protezione delle persone infettate 6 o anche 9-10 mesi fa, con un virus diverso da quello attualmente in circolazione, sia valida per altri 6 mesi, soprattutto per le persone più vulnerabili, data la minore efficacia degli anticorpi delle varianti del virus precedenti alla Delta. “Occorrerebbe in ogni caso definire una norma transitoria da adottare per le persone che chiederanno ora il certificato dopo una guarigione dalla malattia di 11 mesi fa o per coloro il cui certificato è nel frattempo scaduto e che hanno dovuto sottoporsi a tamponi, ma ora si vedono riattivare il certificato", sottolinea il Consiglio di Stato, che ritiene invece “più ragionevole e proporzionato” prolungare la validità del certificato di guarigione di 3 mesi (9 mesi in totale) "aspettando ulteriori dati sul tasso di reinfezione e di ospedalizzazione di questi gruppi di popolazione”.

Certificato per motivi medici: evitare abusi

Il Cantone è inoltre d’accordo sull’emissione di un certificato COVID per tutte le persone che non possono farsi vaccinare né testare per motivi medici, in quanto “non vi sono alternative”, ma esiste, a dire dell’esecutivo cantonale, un elevato rischio di abusi, per cui è necessario che la Confederazione chiarisca, con un elenco preciso ed esaustivo, i motivi medici per i quali una persona non può essere vaccinata né testata. Controlli a livello cantonale in tal senso, per il Consiglio di Stato, sarebbero troppo onerosi.

Stesso discorso per le persone che presentano chiare controindicazioni mediche alla vaccinazione con uno dei vaccini omologati in Svizzera: essendo esse a rischio sia di trasmettere, sia di contrarre la malattia, un tale rischio sarebbe accettabile, pur non avendo una certezza assoluta, “se nelle manifestazioni fossero presenti solo pochi casi“, scenario in cui “le persone appartenenti a questa categoria sarebbero verosimilmente molto poche e il rischio ipotetico di contagio al quale esporrebbero se stessi e le altre persone sarebbe assai limitato”. "A questo si aggiunge”, osserva ancora il Consiglio di Stato, "che nelle strutture e alle manifestazioni per le quali vige l’obbligo del certificato, i titolari di questi certificati di deroga sarebbero tenuti a portare una mascherina”.

Anche in questo caso, dunque, per evitare abusi, il Governo ticinese ritiene necessario che la Confederazione illustri in una lista esaustiva e valuti in modo molto restrittivo i motivi di “chiara controindicazione medica alla vaccinazione”, monitorando inoltre attivamente la portata del fenomeno. “Se si assistesse ad una considerevole percentuale di cittadini con tale certificato, il rischio diverrebbe intollerabile“, si osserva da Bellinzona. "A ciò si aggiunge che l’utilizzo della mascherina da parte di queste persone sarebbe verosimilmente utopico, perché è poco plausibile che una volta entrati nella struttura o alla manifestazione sarebbero gli unici a portarla”, è la perplessità ulteriore del Consiglio di Stato, secondo il quale "bisognerebbe anche provvedere affinché il certificato COVID potesse segnalare la possibilità di accesso subordinato all’obbligo di mascherina, invece che lasciare l’adempimento di questo onere alla fiducia e responsabilità della persona”.

Ok a test rapidi nasofaringei

Nessuna obiezione, invece, al fatto che possano essere emessi certificati COVID solo in seguito a test antigenici rapidi per uso professionale, cioè con il prelievo del campione effettuato da un professionista o da personale formato e istruito): quindi, con un tampone nasofaringeo e non soltanto nasale.

Sull’adeguamento delle tariffe per i test antigenici rapidi al massimo al costo dei test PCR salivari in pooling, infine, il Cantone rileva che, tuttavia, ciò 2potrebbe comportare rischi nella sostenibilità dell’effettuazione di test in alcuni contesti e quindi una minor efficacia del monitoraggio epidemiologico".

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