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12.10.21 - 05:30
Aggiornamento: 14:03

Viaggio tra gli universitari al tempo del Covid pass

C’è chi ha temporeggiato fino all’ultimo prima di fare il vaccino e chi invece è entusiasta del fatto che si è tornati a una vita sociale ‘quasi normale’

di Vittoria De Feo
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Keystone
Test mobili all’Università di Zurigo

«Non sono né contro il vaccino, né scettica nei confronti della pandemia, ho semplicemente temporeggiato negli ultimi mesi». Queste le parole di Denise (nome di fantasia), studentessa all’Università di Neuchâtel, che si è vista vietare l’accesso ai corsi una settimana prima dell’inizio del semestre autunnale.

Gli studenti universitari sono in effetti tornati in classe da ormai più di due settimane. Nella quasi totalità degli atenei elvetici, la ripresa è stata però caratterizzata dall’obbligatorietà di presentare un certificato Covid per poter accedere ai campus, così da prediligere un insegnamento in presenza. Una misura tuttavia annunciata con poco preavviso, tant’è che le incomprensioni non si sono fatte attendere.

‘All’Università non me lo aspettavo’

È il caso di Denise che, subito dopo l’annuncio del Consiglio federale, ha deciso di sottoporsi alla prima dose di vaccino ed è attualmente in attesa della seconda inoculazione. «Comprendo assolutamente e appoggio le ragioni per cui questo pass è importante – spiega –, anzi, è indispensabile spingere e sensibilizzare la popolazione al vaccino. Devo però dire che nell’ambito universitario non me lo aspettavo, anche in ragione delle tempistiche che non hanno lasciato margine di manovra a chi, come me, molto banalmente ancora non si era vaccinato». Denise non fa in effetti parte di una categoria a rischio, durante l’estate non ha viaggiato, ha ridotto al massimo i contatti con persone più fragili e ha cercato di evitare gli assembramenti.

Ciononostante, i tempi stretti hanno lasciato a Denise poche opzioni. Da un lato, in vista della vaccinazione completa, esiste la possibilità di fare periodicamente dei tamponi (a pagamento da ieri, ndr). D’altro canto, le modalità d’insegnamento restano ibride ed è quindi possibile seguire le lezioni anche a distanza. «Siccome mi trovo in questa situazione per un lasso di tempo limitato – precisa Denise –, ho scelto la seconda alternativa, anche perché è difficile prendere degli appuntamenti per farsi testare a causa di una richiesta molto elevata».

Nel frattempo, Denise non nasconde che «è molto dura, soprattutto per una questione legata alla qualità della didattica a distanza. Penso che l’intera popolazione universitaria si sia resa conto durante lo scorso anno e mezzo che l’insegnamento da remoto è sì una fortuna, perché ha garantito il proseguimento del proprio percorso di studi, però non è chiaramente allo stesso livello di quello in presenza. Trovo sia facile sentirsi un po’ alienati rispetto a chi è in aula standosene alla propria scrivania davanti a uno schermo tutto il giorno». Per Denise, l’Università di Neuchâtel è comunque una realtà relativamente piccola: «mi ritengo quindi abbastanza fortunata perché alcuni professori sono molto inclusivi e, talvolta, c’è la possibilità di intervenire e partecipare, il che aiuta molto».

A ogni modo, la paura di essere giudicati da chi è in aula è una sensazione che tocca Denise da vicino: «spesso mi capita di essere l’unica collegata online e, nonostante nessuno mi abbia mai criticata, mi viene comunque spontaneo sentirmi così. In effetti, ho l’impressione che sia molto diffusa l’idea secondo cui, se non sei ancora completamente vaccinato, è perché sei un cittadino irresponsabile, definizione in cui però non mi ritrovo personalmente. Inoltre, durante alcune lezioni i professori non si ricordano che sono connessa da remoto e, anche se immagino sia facile dimenticarsi di qualcuno che non è fisicamente presente, per chi è nella mia situazione è molto pesante. Detto ciò, non vedo veramente l’ora di ritornare in presenza appena avrò ottenuto il pass».

‘Ritornare al campus è stato bellissimo’

L’introduzione del pass sembra però trovare un consenso tutto sommato ampio tra chi invece è completamente vaccinato. Valerio, studente a Losanna, ritiene che sia «globalmente una buona idea, dato che ci sta permettendo di andare a lezione senza la costante preoccupazione di contagiarsi. D’altra parte, sono anche consapevole che si tratta di una decisione che ha scatenato non poche polemiche. Eppure, per me ritornare al campus è stato bellissimo, non aspettavo altro».

«Per la mia facoltà – prosegue Valerio, che attualmente sta seguendo una formazione in Scienze motorie e dello sport – è importantissimo poter seguire i corsi pratici in tranquillità, senza la mascherina e con la possibilità di entrare in contatto fisico con gli altri».

Valerio ci spiega poi che grazie al Covid pass l’Essul, un’associazione studentesca legata alla facoltà di sport di cui fa parte, «abbiamo di nuovo potuto pianificare delle attività. Settimana scorsa per esempio, si è tenuta ‘l’iniziazione’ dei nuovi studenti, un momento conviviale in cui poter fare delle conoscenze. Per il futuro, abbiamo in programma numerosi progetti e, in generale, il certificato ha agevolato il nostro ruolo di associazione nel poter organizzare eventi e feste».

Anche Martina, studentessa al Politecnico di Zurigo, si trova completamente d’accordo con l’introduzione di questa misura. «Si tratta sia di una questione di rispetto reciproco nei confronti di chi ci circonda, sia di una decisione che contribuisce a generare un sentimento di maggiore tranquillità personale. In tal senso, sapere che tutte le persone che incontro in questi spazi sono o vaccinate o testate mi rende più sicura».

Pensando all’inizio del semestre in presenza, Martina racconta che per lei non si è trattato di un ritorno, piuttosto di un esordio, visto che il Bachelor cominciato un anno fa si è svolto principalmente online. «Rispetto a quel periodo (cfr. laRegione del 15 marzo scorso), mi trovo veramente molto meglio, in quanto mi sento più motivata e riesco a organizzarmi. Sicuramente l’interazione in presenza è molto più stimolante».

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