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09.10.21 - 05:15

Disagio giovanile, ‘non è tutta colpa di internet’

Per lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini: ‘C’è difficoltà a prendersi carico del dolore dei ragazzi’. Sabato 16 la conferenza

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L’allarme è stato lanciato da numerose organizzazioni, psicologi e insegnanti: i nostri giovani stanno soffrendo, e molto. Ma perché? È tutta colpa di internet o della pandemia? Lo abbiamo chiesto a Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della Fondazione Minotauro, che sarà ospite all’incontro ‘Giovani e tecnologia: uso (in)consapevole e rischi della rete. Cosa possono fare i genitori?’, organizzato dalla Conferenza cantonale dei genitori. L’appuntamento è per sabato 16 ottobre, dalle 9 alle 12, presso l’auditorium BancaStato a Bellinzona (iscrizione obbligatoria entro l’11 ottobre, con anche la possibilità di collegarsi via Zoom). Saranno inoltre presenti la psicopedagogista Barbara Tamborini e Alessandro Trivilini, docente e ricercatore presso il Dipartimento tecnologie innovative della Supsi.

Con la pandemia abbiamo notato che molti adolescenti sono in difficoltà. È tutta colpa della rete?

Una certa fragilità adulta tende a imputare il malessere dei ragazzi ad avvenimenti esterni. Questo perché negli ultimi anni si fa fatica ad assumersi certe responsabilità. La pandemia ha esacerbato disagi già presenti. Essi sono molto legati al corpo: i disturbi della condotta alimentare femminili e il ritiro sociale maschile, cioè un popolo di ragazzi che si suicida socialmente nel momento in cui dovrebbe nascere socialmente. Poi abbiamo l’autolesionismo e l’aumento dei suicidi. La rete è l’altro imputato. È chiaro che la rete, i social, i videogiochi, hanno cambiato il mondo, ma si sono diffusi così perché già c’era un humus sociale e dei miti affettivi che andavano in quella direzione. Ritengo che uno degli errori che si è fatto in questi anni sia nel vedere in internet un mezzo, uno strumento. Internet è più del coltello, che ‘dipende da come lo usi’.

Quindi da dove arriva tutto questo disagio giovanile?

Dal nostro tipo di società che crea delle aspettative ideali molto elevate di successo, popolarità e individualismo. Questi crollano in adolescenza e portano non tanto ad atteggiamenti aggressivi, oppositivi, ma a comportamenti legati all’attacco al corpo, alla vergogna, all’inadeguatezza. Internet ha contribuito a ciò, come pure la televisione, i miti affettivi delle famiglie e il tipo di scuola che proponiamo.

I genitori cosa possono fare per proteggere i ragazzi dalle grandi aspettative, dall’individualismo?

C’è bisogno di adulti che siano pronti a sentire cos’hanno da dirci i giovani. Il problema è che non siamo pronti a farlo, perché c’è difficoltà a prendersi carico del dolore e della fragilità. Non si tratta del semplice ascoltare, perché i figli si ascoltano molto più che in passato. Ricordo che è un problema che non riguarda solo le famiglie ma anche la scuola. Spesso si infantilizza l’adolescente o si banalizza il suo vissuto, perché non si è in grado di sentire le sue difficoltà. In questi anni gli adulti sono troppo fragili e i ragazzi cercano di risolvere i loro problemi all’interno dei gruppi di amici o in rete. Bisogna chiedere ai figli come va in internet e non solo come va a scuola, lo dico da 15 anni e non è una battuta. Abbiamo costruito questo sistema dove la vita reale e quella virtuale si intrecciano, ma quando a usarlo sono i ragazzi lo si pensa come a un semplice oggetto. Quando poi un giovane si toglie la vita viene data la colpa alle ‘challenge’ sui social, come se non fosse un suicidio, in realtà però lo è. Attribuire tutto a internet o alla pandemia sarebbe un errore imperdonabile.

Perché gli adulti sono più fragili?

Negli anni sono cambiate, e per fortuna, molte cose. Si dà molto più spazio al sé che alla genitorialità e la maternità non è più vista come l’apice dell’identità femminile. Gli adulti hanno però costruito un sistema educativo dove chiedono ai figli di autonomizzarsi molto precocemente. Si fanno molti più figli unici sui quali si investe molto. Si crea spesso una miscela di sensi di colpa e iperinvestimento tali che il brutto voto, o lo sbaglio, vengono attribuiti alla propria incapacità genitoriale e quindi risulta un avvenimento tragico. A quel punto i figli non riescono a utilizzare gli adulti per fargli arrivare il loro dolore, c’è una sorta di iperadattamento dei bambini. Questo riguarda anche certe forme di scuola. Con l’arrivo dell’adolescenza tutta questa questione compressa esita in aspetti più depressivi, di ritiro, d’inadeguatezza. Tutto il dolore esplode quando inevitabilmente devi realizzare te stesso e devi separarti dai genitori. Non puoi più solo tenerli a bada ma hai necessità di tirare fuori chi sei tu.

Che fare dunque?

Bisogna educare al dolore e al fallimento, aiutare i genitori a capire che la vita è fatta d’inciampi, di sofferenza. Se un figlio va male a scuola, nonostante quel che dicono i mass media, è colpa anche della scuola e di altre cose, non solo di internet. Viviamo in una società che vuole rimuovere il dolore. È invece necessaria una rivoluzione culturale e affettiva dove ci sia spazio per questo aspetto e in cui gli errori vengano percepiti come parte del processo di crescita.

Prima parlava di maggiori aspettative sui giovani, ce n’erano di meno anni fa?

Dipende da quanto andiamo indietro, ma una volta di figli se ne facevano mediamente molti di più e c’era una minor dipendenza da loro, sicuramente meno investimento. Inoltre era un contesto sociale con miti affettivi molto differenti. Non solo c’erano meno aspettative, ma anche altri modelli educativi. Ad esempio la sessualità era molto centrale e si faceva di tutto per bloccare questo aspetto. L’adolescenza era l’età in cui finalmente ti emancipavi dal giogo degli adulti, che ti avevano normato e non avevano esitato a rompere la relazione affettiva con te da piccolo, che dicevano che il sesso era il peccato. Quindi i ragazzi erano più trasgressivi, oppositivi o edipici. Agli adolescenti il sesso non interessa come pensiamo. Gli adulti continuano a essere fissati che essi ne abbiano la mania, invece ce l’hanno gli adulti stessi. Ai giovani interessa vivere nella mente dell’altro.

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