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06.10.21 - 19:11
Aggiornamento: 19:42

La pandemia ci ha resi un po’ più poveri e depressi

È quanto emerge dall’indagine Silc dell’Ufficio federale di statistica. Le risposte dei parlanti italiano sono in linea con quelle nazionali

di Generoso Chiaradonna
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Chi lavorava nella ristorazione ha percepito di più la crisi

L’acronimo inglese Silc sta per Statistics on income and living conditions, ovvero statistica sui redditi e sulle condizioni di vita. Un’indagine che ha lo scopo di studiare la distribuzione dei redditi, la povertà, l’esclusione sociale e le condizioni di vita per mezzo di indicatori confrontabili a livello europeo. L’approccio metodologico è però definito sperimentale ovvero sull’autovalutazione delle persone, in questo caso un campione ridotto di economie domestiche. L’Ufficio federale di statistica (Ust) ha reso noti i risultati, appunto sperimentali, sul periodo della pandemia di Covid nella prima metà del 2021.

Ebbene, il dato che emerge è che il 20% della popolazione svizzera è stato confrontato con diminuzioni reddituali negli ultimi dodici mesi. La metà di questi (l’11,3%) indica la pandemia di Covid come causa principale di questa diminuzione. Pandemia che ha spesso generato perdite a chi era svantaggiato già prima della crisi sanitaria: chi era occupato nei servizi di alloggio e ristorazione (35,5%), chi aveva redditi bassi (19,5%) e gli stranieri (16,7%). L’indagine Silc, che non ha la precisione di un’analisi statistica classica fondata su fonti di dati consolidati, non riporta i risultati per i singoli cantoni ma solo la lingua madre in cui è stata svolta l’intervista. Rimanendo alla sola autovalutazione della diminuzione del reddito emerge che la percezione del calo tra i parlanti italiano (si può dedurre che corrispondano quasi integralmente ai ticinesi) c’è stato. È però rimasto sotto la media svizzera sia per quanto riguarda la diminuzione in generale negli ultimi 12 mesi (circa il 15%, la media svizzera è del 20%, ndr), sia per il calo imputabile alla pandemia (il 9% circa contro l’11,3% nazionale). Sono di più i rispondenti in lingua francese coloro che hanno visto le entrate calare maggiormente: il 22% circa indica una diminuzione generale e il 15% la mette in relazione alla pandemia. L’intervallo di confidenza di questi risultati è però del 95%. Questo vuol dire che il margine di errore della stima è più elevata.

Tuttavia, si spiega ancora nella nota dell’Ust, tra il 2019 e il 2021 la quota di persone che sono riuscite facilmente o molto facilmente a sbarcare il lunario è aumentata dal 48,4 al 57,9%, quasi dieci punti percentuali in più. “Ciò si spiega, oltre che per un generale calo dei consumi, anche perché nel periodo in rassegna si è più spesso rinunciato ad attività ricreative, come andare al ristorante oppure praticare attività sportive o culturali”, si legge.

Più sicurezza del posto di lavoro

Un dato che sorprende è l’aumentato senso di sicurezza verso l’impiego. All’inizio della crisi sanitaria sono state manifestate preoccupazioni in merito alla situazione finanziaria futura, in particolare ci si è sentiti molto meno sicuri del posto di lavoro.

Dopo un forte peggioramento durante il confinamento parziale del 2020, la percezione soggettiva della sicurezza dell’impiego è di nuovo migliorata. A livello nazionale la quota della popolazione occupata che valuta molto basso il rischio di perdere il posto di lavoro è salita dal 53,5% durante il primo lockdown al 60,5% nel 2021, pur rimanendo significativamente al di sotto del livello del 2019 (64,6%).

Gli intervistati in lingua italiana hanno affermato che il sentimento di sicurezza è addirittura aumentato. Nel 2019 questo sentimento era di circa il 53%, per salire al 60% prima del confinamento parziale del 2020 e scendere al 50% durante il primo lockdown. Un dato che è poi salito quasi al 60% nel 2021.

La pandemia ha avuto anche effetti sul morale della popolazione, in particolare tra i giovani. Il 40,2% ha indicato che nella prima metà del 2021 ha percepito ripercussioni negative. La quota si è rivelata particolarmente elevata per le persone tra i 16 e i 24 anni (55,1%), per quelle con una formazione universitaria (44,8%) e per coloro con un reddito autovalutato elevato (45,1%). La crisi sanitaria ha invece avuto meno effetti negativi sul morale delle persone residenti in zone scarsamente popolate (36,4%) e di quelle di oltre 65 anni (26%). Gli intervistati in lingua italiana hanno percepito maggiormente questo disagio: oltre il 43%, la quota più alta di tutta la Svizzera.

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