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Keystone
Ticino
 
05.07.21 - 05:100
Aggiornamento : 12:53

Faccio la vaccinazione anche se la mamma non vuole

Dai 12 anni in Ticino un adolescente può scegliere liberamente, anche contro il parere dei genitori, quali cure o vaccini fare. Quando il pediatra rischia la multa

Dopo che l’autorità sanitaria elvetica ha dato luce verde al vaccino Pfizer ai 12enni, i Grigioni hanno già iniziato a iniettarlo, mentre il Ticino si sta organizzando, le autorità stanno consultando gli specialisti per appianare alcuni quesiti: farlo dal pediatra o in un centro cantonale vaccinale? Avere il consenso dei genitori o meno? La discussione è aperta dentro e fuori le istituzioni, a tratti bollente in tante famiglie. «Molti genitori in questi giorni ci stanno chiedendo che cosa fare, se vaccinare o meno i figli a partire dai 12 anni. Noi consigliamo di farlo, tuttavia per ora non facciamo una campagna attiva, ma ci mettiamo a disposizione di chi ci pone delle domande», ci spiega il dottor Valdo Pezzoli, primario all’Istituto pediatrico della Svizzera italiana. E i ragazzi, che cosa ne pensano? Quando mamma è pro vaccino e papà è contrario: chi decide? Se entrambi sono contrari e l’adolescente vuole vaccinarsi, chi la spunta? Al riguardo la legge parla chiaro: se lo desiderano, gli adolescenti (dai 12 anni) possono essere vaccinati, anche se i loro genitori sono contrari; tutto dipende dalla capacità di giudizio dei minori. In una recente lettera ai direttori cantonali della sanità e al personale sanitario l’Ufficio federale della sanità pubblica ha ribadito che i minori (dai 12 anni) possono decidere da soli se farsi vaccinare o meno, a prescindere dall’opinione dei loro genitori. L’unica condizione è che il minore sia “capace di discernimento” e dunque sappia valutare le conseguenze dell’intervento sul proprio corpo.

Aveva solo il consenso della madre

I genitori dunque non possono obbligare i 12enni a vaccinarsi, né possono fare il contrario, ossia impedire loro di farlo, se loro stessi sono scettici sui vaccini o se il papà la pensa in un modo e la mamma in un altro. In realtà non hanno nemmeno bisogno di sapere dell’iniezione, perché il personale sanitario è legato al segreto professionale. Se un medico non rispetta queste regole e asseconda i desideri dei genitori, può anche essere multato, come dimostra una sentenza della Corte federale del 2008. In questo caso, un osteopata aveva proseguito il trattamento anche se la paziente 13enne si era chiaramente opposta. Il medico si era basato solo sul consenso della madre.

Quando decidono mamma e papà

Questa è la legge, ma nella pratica quotidiana che cosa succede quando in pediatria genitori e figli sono in disaccordo sulle cure? Ce lo spiega il primario Pezzoli. «Quello che fa stato per il codice civile (art. 16) è la capacità di discernimento del minore, che non deve essere impedito ad agire ragionevolmente per effetto della sua età, per una disabilità mentale o altri stati simili; uno dei criteri che usiamo in pediatria è l’età. Sotto i 12 anni, si presuppone non vi sia capacità di discernimento; dai 12 anni, si ascolta l’opinione del giovane sui trattamenti che lo riguardano valutando di situazione in situazione», precisa il pediatra. La capacità di discernimento non è da pensare come qualcosa di assoluto, ma può variare in funzione della situazione: se pensiamo alla vaccinazione contro il Covid – continua il medico – «un adolescente ha già seguito lezioni di biologia e capisce che cosa è un virus, come funziona il sistema immunitario, mentre un bimbo di 7 anni fatica a capire anche solo il concetto stesso di malattia».

A volte c’è un problema di comunicazione

Quando le opinioni in famiglia divergono, potrebbe esserci un problema di comunicazione. «La prima domanda da porsi è in base a quali informazioni si prendono delle decisioni. Spesso i genitori sono favorevoli alla vaccinazione e i bambini contrari, ed è normale, perché i bambini hanno spesso paura della punzione, ma sta ai genitori informarli compiutamente, basta prendersi il tempo e poi di regola anche il bambino segue». Ma la situazione può anche essere opposta, uno o entrambi i genitori contrari alla vaccinazione e il figlio 12enne favorevole, perché ne ha parlato con l’insegnante di scienze o perché vuole proteggere la nonna o per altri motivi suoi. «Essendo dato il presupposto della capacità di discernimento, come medico accetto la posizione dell’adolescente e non quella del genitore, anche se quest’ultimo ha l’autorità parentale. Si devono poi convincere i genitori ad accettare che, pur restando nella loro opinione, il loro figlio ha il diritto di fare ciò che vuole».

Perché vaccinarsi se il decorso è blando

Veniamo ora al perché fare il vaccino a 12 anni, un’età non certo critica per il Covid: chi lo contrae ha di regola un decorso blando. E sappiamo che la vaccinazione per i giovanissimi può essere più fastidiosa in termini di effetti secondari, anche se tutto si risolve di regola in 48 ore in modo spontaneo o con semplici farmaci analgesici. La Società svizzera di pediatria consiglia il vaccino ai 12enni seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie nazionali e internazionali per proteggerli comunque dalla malattia, dalle conseguenze indirette come le lunghe (e noiose) quarantene, ma soprattutto per interrompere la catena di contagi e dunque nuovi episodi pandemici. «I più giovani sono mobili, si spostano da scuola ad ambienti socialmente misti con adulti fragili, sono veicoli per il virus. Se anche loro sono vaccinati si rallenta la circolazione del virus, per evitare nel limite del possibile futuri eventi pandemici con le limitazioni che conosciamo. I giovani hanno sofferto davvero molto, a livello psicologico, per tutte queste restrizioni. Lo vediamo nella nostra pratica quotidiana». La vaccinazione è caldamente consigliata soprattutto ai giovani con malattie croniche, che lavorano in ambiti sanitari o a contatto con persone fragili. «Chi ha dei dubbi viene seguito e si discute il rapporto tra rischi e benefici», precisa Pezzoli. Al riguardo, segnala lo specialista, c’è anche la posizione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che vista la penuria di vaccini per l’intera popolazione mondiale, invita i Paesi occidentali a ridistribuire le dosi destinate ai più giovani ai Paesi più poveri, dove gran parte della popolazione è senza vaccino.

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