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Hassan el Araby
21.04.21 - 21:22
Aggiornamento: 23:24

Il Ramadan pandemico e i problemi dell’Islam ticinese

Hassan El Araby, cofondatore della biblioteca islamica di Chiasso: ‘Mancano moschea e imam’. Quest anno il mese del digiuno passa anche online

Il 13 aprile è iniziato il mese di Ramadan – il nono del calendario islamico – che si concluderà il 12 maggio. Si tratta del secondo Ramadan ‘pandemico’, e quindi anche per quest’anno sarà inevitabilmente negata alla comunità musulmana gran parte della socializzazione in un periodo che non è solo digiuno, ma anche condivisione della preghiera e del desco. Di quel momento «per ricordarci dei poveri, dei bisognosi, per metterci nei loro panni e vivere appieno le virtù del rispetto e della fratellanza» ci parla Hassan El Araby, cofondatore della biblioteca islamica di Chiasso, uno dei sette centri della comunità musulmana presenti in Ticino (gli altri sono distribuiti tra Lugano, Giubiasco e Mezzovico). Quello che ne emerge è il breve ritratto di una realtà che deve ancora affrontare numerosi ostacoli pratici e culturali.

In un Ticino e una Svizzera sempre più secolarizzati, la comunità musulmana rispetta ancora il Ramadan? Oppure si tratta di una ricorrenza ormai più culturale che religiosa?

Non tutti i musulmani in Ticino sono praticanti, certo, ma il Ramadan risveglia gli animi ed entra in qualche modo in tutte le case, un po’ come il Natale per i Cristiani: è il momento per riscoprire quei valori di fratellanza alla base della fede. Così, ad esempio, sono molto sentite le due ricorrenze principali dell’anno, la Festa del sacrificio – che quest’anno cade il 20 luglio – e l’interruzione finale del digiuno, la festa del Fitr.

Feste che naturalmente non potrete festeggiare in grande compagnia. Quali soluzioni avete trovato?

Naturalmente si tratta di un grande limite, anche perché per noi l’elemento della compagnia e della condivisione è fondamentale non solo durante il Ramadan, ma anche – ad esempio – in occasione di ciascuna delle cinque preghiere giornaliere. Quest’anno cerchiamo di rimanere in contatto organizzando momenti di scambio in remoto tramite Zoom e Facebook. Le difficoltà legate al Covid d’altronde sono comuni a tutti. Anche la separazione dalle famiglie d’origine riguarda ogni immigrato, non certo solo quelli musulmani. Al di là delle difficoltà, l’epidemia può comunque fungere da ulteriore stimolo a recuperare certi valori quali la condivisione, il perdono, l’umiltà. Ad ogni modo di difficoltà ne abbiamo sempre avute, a prescindere dal virus.

In che senso?

Anzitutto soffriamo di una cronica carenza di imam, perché in Svizzera ottenere un permesso per loro è molto difficile, per non dire impossibile. E poi non disponiamo di strutture adeguate: per i cristiani c’è una chiesa ogni cento abitanti circa, per i circa 6mila musulmani in Ticino neppure una moschea.

La paura è che una moschea diventi avamposto per l’Islam radicale.

Ma cosa significa Islam radicale? L’Islam è pace e associarlo al terrorismo è profondamente sbagliato. Si tratta di pregiudizi che si perpetuano da decenni, anche perché i mass media parlano d’Islam solo quando capitano attacchi terroristici, e una certa politica se ne approfitta. Ma la nostra religione – e il Ramadan lo simboleggia bene – è apertura, vita per tutta la comunità. I nostri centri servono a permettere la pratica religiosa e a fornire supporto a chi ne ha bisogno, come è capitato molte volte in questi mesi di difficoltà psicologiche e di separazione dalle famiglie. Vogliamo solo il permesso di vivere la nostra fede in tranquillità e serenità, come sanno bene moltissimi ticinesi che convivono con noi e ci vogliono bene. 

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