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02.03.21 - 06:00
Aggiornamento: 16:47

Gli stranieri e il dilemma tra assistenza e soggiorno

Mentre permessi e naturalizzazioni dipendono sempre più dall'indipendenza economica, proprio chi non è svizzero patisce di più le conseguenze della crisi

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(Ti-Press)

Permessi e naturalizzazioni difficili, disuguaglianze crescenti: due realtà apparentemente distinte, che però rischiano di creare un incrocio pericoloso. Perché se ottenere un permesso o la cittadinanza dipende sempre più dall’indipendenza economica, a rischio povertà – e quindi potenzialmente dipendenti dagli aiuti sociali – sono soprattutto gli stranieri: uno su quattro, mentre gli svizzeri in situazione analoga sono quasi uno su sette. E mentre il Ticino decide che per la naturalizzazione occorre aver trascorso dieci anni senza aiuti (o averli interamente restituiti), la pandemia infierisce: secondo uno studio del Politecnico di Zurigo, la crisi economica dovuta al coronavirus ha ridotto in media del 20% proprio i redditi più bassi, quelli sotto i 4mila franchi al mese per famiglia. Il rischio è che sempre più stranieri in difficoltà economica si trovino perciò a dover scegliere: chiedere aiuti rischiando di ipotecare la permanenza in Svizzera, oppure subire condizioni di vita e di lavoro proibitive pur di non sembrare ‘poco integrati’? Ne parliamo con Christian Marazzi, economista e professore alla Supsi specializzato nello studio del nostro mercato del lavoro.

Professore, nei prossimi anni la crisi economica renderà sempre più necessario il ricorso agli aiuti sociali. Intanto l’ultima decisione del Gran Consiglio conferma una tendenza vista anche a Berna, anche per i ‘semplici’ permessi: si stigmatizza l’accesso agli aiuti come prova di scarsa integrazione.

Si tratta di un gesto molto grave. Legare sempre più il diritto al soggiorno e alla naturalizzazione alla capacità di mantenersi da soli spingerà sempre più stranieri ad accettare le condizioni di lavoro più infime pur di non dover chiedere aiuti pubblici. Questo significa che il loro potere contrattuale sarà ancora più debole di quanto già non sia, favorendo una corsa al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro e il diffondersi di una povertà nascosta, quindi intrattabile. Questo deterioramento – e le forme di dumping che possono scaturirne – penalizzeranno a loro volta tutti i lavoratori, anche quelli svizzeri.

In compenso, per ora misure come le indennità per perdita di guadagno e lavoro ridotto, i crediti agevolati e altri aiuti stanno funzionando piuttosto bene.

Si tratta solo di strumenti di contenimento, ma ora bisogna pensare a strumenti di contrasto a lungo termine della deriva sociale: una deriva che vede sulla stessa barca stranieri e svizzeri, per i quali l’ultima cosa che ci serve è una guerra tra poveri. La discriminazione nei diritti – anche indiretta – esacerba il darwinismo sociale e aumenta il divario tra ricchi e poveri. Un divario peraltro già aggravato dalla pandemia: le economie domestiche più deboli hanno perso reddito ed è bastato il lavoro ridotto per costringerle a indebitarsi in modo crescente, mentre i redditi più elevati hanno aumentato i risparmi e una minoranza privilegiata si è addirittura arricchita.

Però, secondo la Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale, nei prossimi due anni le persone che richiederanno aiuti aumenteranno del 21%. Se questo è il futuro, occorrerà preoccuparsi anche dell’esplosione del debito pubblico.

Si tratta di una scusa per reiterare vecchie politiche di taglio dello Stato sociale proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. È il passato che non passa. L’aumento del debito pubblico in Svizzera sarà prevedibilmente più sostenibile della sua alternativa: un deterioramento del tessuto sociale dovuto all’impoverimento generale, per non parlare dei conflitti che potrebbero sorgere nel caso in cui si venisse a creare ulteriore antagonismo tra stranieri e svizzeri in difficoltà, nonostante entrambi contribuiscano attivamente all’economia del Paese.

Il granconsigliere: ‘La responsabilità è fondamentale’

Tornando agli aspetti più immediati della scelta sulle naturalizzazioni, il liberale Giorgio Galusero invita a non esagerare le ricadute della decisione: «È un ulteriore passo per affermare la responsabilizzazione come componente fondamentale del processo di integrazione, ma è chiaro che chi per malattia, lavori mal retribuiti o altri problemi oggettivi dovesse comunque avere bisogno di assistenza non verrà per questo penalizzato al momento della naturalizzazione», osserva il relatore del rapporto di maggioranza, approvato la settimana scorsa dal Gran Consiglio con 49 favorevoli e 28 contrari. Quanto al fatto che la crisi pandemica tenda a sua volta a moltiplicare le difficoltà, «non ho dubbi sul fatto che la gravità della situazione possa essere tenuta in conto secondo le leggi e le procedure già esistenti. Intanto, però, prolungare da tre a dieci anni il periodo nel quale si deve essere stati indipendenti dall’assistenza o averne restituito gli aiuti permette di evitare abusi».

D’altronde, per arrivare alla naturalizzazione bisogna prima passare dalla ‘escalation’ dei permessi di soggiorno, la cui concessione è già fortemente condizionata dal criterio dell’indipendenza economica. Tanto che molti, soprattutto a sinistra, hanno visto nella nuova norma un segnale perlopiù simbolico, un giudizio di valore: si è integrati solo se si è indipendenti. «Più che altro – ribatte Galusero – si tratta di affermare un principio, quello della cittadinanza Svizzera come atto di responsabilità». Ma allora gli svizzeri in assistenza sono poco responsabili e poco integrati? «No, questo è un ragionamento forzato. Stiamo parlando di due realtà diverse, chi è nato in Svizzera è già inevitabilmente parte della comunità, e comunque anche in quel caso gli abusi sono prevenuti e puntualmente sanzionati».

Il deputato liberale non teme neppure di essersi lasciato tirare per la giacchetta dalla retorica antistranieri della Lega (la modifica della Legge sulla cittadinanza nasce da un’iniziativa di Nicholas Marioli, ripresa da Sem Genini e Omar Balli): «Lo scopo non è alimentare una cultura del sospetto nei confronti degli stranieri, ma garantire un approccio equo che riconosca l’impegno e l’integrazione effettivi. Principi confermati anche dal Tribunale federale nelle sentenze recenti su ricorsi per la mancata concessione di permessi».

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