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Uomo di ragionamento (archivio Keystone)
16.12.20 - 22:35

Vita politica e non di Cotti nelle parole di chi l’ha conosciuto

Il ricordo di Fulvio Caccia, Armando Dadò, Renzo Respini, Luigi Pedrazzini, Fiorenzo Dadò e Maurizio Agustoni

«Ci siamo conosciuti da studenti quando entrambi militavamo nel movimento giovanile del Ppd. Lui è stato presidente del movimento giovanile fino al 1968 e io il suo successore». Risale a più 50 anni fa la frequentazione tra Fulvio Caccia e Flavio Cotti. «Furono gli anni della formazione politica», aggiunge ricordando che poi le rispettive strade si sono incrociate in seno al Consiglio di Stato dal 1977 al 1983, anno in cui Cotti fu eletto in consiglio nazionale. «Cotti era una personalità nata fare politica e per fare il politico. Rapidissimo nell’affermare la sostanza dei problemi. Dote che ha dimostrato quando è diventato Consigliere federale prendendo le redini del Dipartimento degli affari esteri. In quell’occasione assunse anche compiti a livello internazionale. Penso a quello assunto per conto dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) durante la guerra nella ex Jugoslavia. Rappresentò bene la politica svizzera della neutralità ai massimi livelli internazionali», conclude.

Sui banchi del Papio

Un’amicizia di lunga, lunghissima data è stata quella fra Cotti e l'editore locarnese Armando Dadò, che lo ricorda con affetto: «Ci siamo conosciuti che eravamo studenti del Collegio Papio ad Ascona; lui aveva due anni in meno di me. Poi abbiamo mantenuto i contatti per oltre 50 anni. Spesso a pranzo e di persona, ma anche, quando lui era a Berna, con telefonate almeno settimanali. Non mi raccontava di certo i segreti di Stato, ma mi parlava della sua vita e dei suoi incontri con personalità dell’epoca, come il cancelliere della Germania Helmut Kohl o il presidente francese François Mitterand e altri ancora. Erano pure occasioni, preziose per entrambi, per parlare del più e del meno in tutta amicizia». Dadò lo definisce un uomo misurato, equilibrato: «Non aveva posizioni estreme e tentava di conciliare la sua sensibilità per le questioni sociali con le istanze di carattere economico. Sempre gentile e affabile aveva una vera e propria vocazione per la politica, accompagnata anche dall’ambizione. Qualità che gli hanno permesso di arrivare alle massime cariche federali. Negli ultimi tempi non è stato bene e le nostre telefonate si sono un po' diradate. L’ultima volta che l’ho sentito era circa una settimana fa, quand’era ospite alla residenza al Parco di Muralto». 

Politico di razza

È una conoscenza che risale alla fine degli anni 60, quando Cotti sedeva in gran consiglio ed era municipale di Locarno, quella con Renzo Respini, già Consigliere nazionale e consigliere di Stato Ppd. «Già in quegli anni ha dimostrato che era un politico di razza, caratteristica che non lo ha mai abbandonato nel corso della sua lunga carriera politica fino a servire il suo paese come Consigliere federale», ricorda Respini. «Lui credeva fermamente nell’azione politica e nel coinvolgimento dell’interlocutore. Un confronto che serviva a far venire fuori il meglio anche delle idee altrui, senza prevaricare e perseguire così il bene comune».

Grande spirito di servizio 

«Il Ticino e la Svizzera perdono una delle personalità politiche più importanti della seconda parte del ventesimo secolo», afferma il già consigliere di Stato Luigi Pedrazzini. Cotti è stato «un uomo che ha occupato praticamente tutte le funzioni della politica con un grande spirito di servizio, una grande dedizione e un grande impegno. In gioventù era tra virgolette progressista, aveva sostenuto diversi atti politici di apertura come ad esempio la Legge urbanistica. Poi è diventato più pragmatico, ma sempre dedito alla comunità». Prendendo anche «decisioni molto coraggiose in Consiglio federale. Grazie a lui - ricorda Pedrazzini - sono state date delle soluzioni al problema degli averi ebraici, è stato l’uomo che ha voluto spingere per una rivisitazione storica incisiva sul comportamento della Svizzera nella seconda guerra mondiale». Cotti, conclude, «non è mai venuto meno alla determinazione e al coraggio che aveva nel portare avanti le proprie posizioni».

Il Ticino gli deve molto

È commosso il ricordo che affida alla ‘Regione’ il presidente cantonale del Ppd Fiorenzo Dadò, suo amico di famiglia. «Abbiamo avuto degli scambi costanti fino a quasi all’ultimo, quando purtroppo si è ammalato. Rammento quando sono diventato presidente del partito e abbiamo fatto un pranzo a Locarno. Era molto contento della mia nomina, abbiamo avuto modo di confrontarci e parlare del futuro del Ppd». A Dadò piace ricordare anche che «Cotti è stato fino ad oggi l’ultimo uomo politico ticinese che ha avuto una rilevanza così grande a livello internazionale». Non c’è dubbio: «È una grossa perdita per il partito, per il cantone e per me: quando ho cominciato la mia attività politica ho avuto la fortuna di poterlo incontrare, di poter ricevere i suoi consigli e le sue opinioni. Era un uomo con una passione incredibile per la politica, e ci ha davvero insegnato tantissimo. Ha sostenuto veramente, con i fatti, il nostro cantone e tutte le istanze della Svizzera italiana: il Ticino gli deve molto».

Una presenza quasi mitica

«Flavio Cotti ha lasciato il Consiglio federale quando avevo 17 anni e non posso quindi dire di avere un ricordo personale della sua attività politica. Per me - aggiunge il capogruppo dei popolari democratici in Gran Consiglio Maurizio Agustoni - era soprattutto una presenza quasi mitica nella storia del Partito, resa concreta soprattutto dai racconti e dagli aneddoti di chi era stato al suo fianco. Le eccezionali doti intellettuali, la perfetta padronanza del tedesco, le riunioni fissate prima dell’alba, la straordinaria conoscenza del nostro elettorato (nomi, famiglie, origini, crucci). Ha governato una Svizzera molto diversa da quella di oggi, forse più ottimista, sicuramente più consensuale. Sono passati appena vent’anni, sembra trascorsa un’epoca. Il rimpianto per l’uomo Flavio Cotti è anche il rimpianto per un tempo in cui la popolarità non doveva pagare alcun prezzo alla serietà e alla competenza».

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