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23.11.20 - 06:00
Aggiornamento: 11:38

Molestie sul lavoro: la responsabilità è anche delle aziende

A sporgere denuncia sono ancora poche donne rispetto al numero di vittime.

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Le donne. Spesso vittime silenziose di attenzioni non desiderate oltre che a violenze psicologiche e fisiche. Il mondo del lavoro è anch’esso teatro di molestie verso il genere femminile e non sempre è facile denunciare i fatti alla polizia e alla propria azienda e i motivi sono molti: paura di perdere il lavoro, sofferenza a parlarne e costi legali. Gli strumenti legali a disposizione delle vittime sono due: «Il primo è penale e corrisponde alla querela di parte nei confronti del molestatore, mentre il secondo si fonda sulla Legge federale sulla parità dei sessi (Lpar) ed è nei confronti dell’azienda», spiega l’avvocato Nora Jardini Croci Torti, coordinatrice e consulente presso il consultorio giuridico Donna & lavoro, che ricorda che a rendere ancora più difficile la segnalazione è il fatto che a volte il molestatore e il proprietario della ditta sono la stessa persona.

«Anche se l’azienda non viene avvisata riguardo agli atti di molestia, ha comunque delle responsabilità», illustra l’avvocato. «Essa deve predisporre dei regolamenti per evitare il presentarsi di questi atti, come pure un referente interno e uno esterno, ai quali i dipendenti possono rivolgersi in caso di soprusi. Se l'impresa non ha queste cose, la persona non segnala anche perché non è predisposta una struttura per combattere le molestie». E aggiunge: «L’azienda deve dunque essere una parte attiva della prevenzione e rendere noti i regolamenti ai dipendenti; non basta averli chiusi in un cassetto».

Per chi trova il coraggio di denunciare, la strada è in salita: «È difficile vincere una causa di questo tipo – afferma Jardini Croci Torti – perché bisogna avere la prova piena per dimostrare una molestia; cosa che difficilmente è presente. Non capita quasi mai che una telecamera riprenda tutto o che vi siano testimoni. Inoltre quando ci sono non sempre sono disposti a parlare per il timore di ripercussioni sulla carriera». E gli ostacoli non finiscono qui: «la procedura è lunga, costosa e inoltre è stato dimostrato da un rapporto dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna che la Lpar non è conosciuta molto bene dai giudici; anche per questo motivo si rischia di perdere le cause. Chiaramente si può fare ricorso ma è un’altra procedura lunga e costosa». Questo comporta che la vittima «deve ripetere molte volte la storia entrare, nei dettagli e a volte rispondere a domande fuori luogo come ‘ma lei com’era vestita?’», dice l’avvocato.

Spesso un fenomeno normalizzato

Ma dunque cos'è davvero una molestia? La definizione la dà il ‘Gruppo stop molestie’ attivo presso la Sezione delle risorse umane del Cantone: “Ogni tipo di comportamento a carattere sessuale che, per una delle due parti, risulta sgradito, imposto e non desiderato, offendendo la persona nella sua dignità”. Con questa descrizione diventa più chiaro il concetto ma non sempre una segnalazione viene presa sul serio: «Spesso a chi racconta di un episodio di molestia viene detto che sta esagerando, che è troppo sensibile, e questo perché sono comportamenti (quelli di certi uomini) che abbiamo talmente interiorizzato da accettarli come “normali” e quindi banalizzarli», afferma Corinne Sala, responsabile dell’organizzazione Comundo. A minimizzare sono anche le aziende che spesso non aprono un’inchiesta interna: «Questo è un problema perché magari in seguito la donna subisce atti peggiori e non osa segnalarli, tenendosi tutto dentro», rende attenti l’avvocato. «Nel caso l’impresa non fa un controllo in seguito a una segnalazione, essa può venire condannata a pagare un’indennità alla vittima».

Andando alla radice ci si chiede anche dove hanno origine gli atti, che a vari livelli mancano di rispetto al genere femminile. «La mascolinità e la femminilità sono delle costruzioni culturali, con delle radici molto profonde trasmesse quasi inconsciamente da secoli. Sono tutta una serie di atteggiamenti anche molto sessisti che stanno anche alla base della violenza di genere», illustra Sala. «Anche noi donne che li subiamo, abbiamo imparato a minimizzare questi fenomeni. Per esempio cosa facciamo noi quando un uomo ci fa un commento offensivo? Lo ignoriamo, o ridiamo di una battuta sessista, o stringiamo i denti per non dire niente. Perché se dicessimo qualcosa si andrebbe verso uno scontro e spesso non si ha la voglia, si ha paura, o non si ha la forza per reagire in un altro modo a certi commenti o a certi atteggiamenti», spiega.

La violenza di genere rimane un fenomeno presente nel mondo e di cui Sala ricorda la natura democratica poiché «esiste in tutte le culture, indipendentemente dal reddito, dalla religione, dalla razza o nazionalità». E spiega: «Come Comundo lo combattiamo coi nostri progetti in sette paesi dell’America latina e dell’Africa e allo stesso tempo, per far vedere che questi problemi sono mondiali, portiamo avanti la campagna del pane contro la violenza verso le donne. Da cinque anni collaboriamo con le panetterie che tutti i 25 di novembre distribuiscono i loro prodotti in sacchetti che presentano lo slogan: “Per molte donne la violenza è pane quotidiano. Io dico no!”.
L’idea di mandare questo messaggio tramite i panettieri è un modo di entrare là dove spesso ha luogo la violenza: tra le mure domestiche. Il pane va bene che sia un alimento quotidiano, la violenza no.

Oltre alla campagna del pane saranno varie le iniziative per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Mercoledì alle 18.30 verranno accese delle candele in vari luoghi “per rendere visibile la violenza di genere e sessuale di cui le donne sono spesso vittime”, ricorda il collettivo femminista “Io l'8 ogni giorno’ in un comunicato, invitando tutti coloro che vogliono mostrare sorellanza o solidarietà a mettere una candela alla finestra in quell’orario. Inoltre il Dipartimento delle istituzioni (Di) richiamerà l’attenzione sul tema con un incontro presso la Biblioteca cantonale di Bellinzona.

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