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Ticino
06.04.20 - 21:550

'Posti di lavoro? Mantenerli conviene anche ai datori'

Xavier Daniel, responsabile ufficio giuridico dell'Ocst: 'Le preoccupazioni principali dei lavoratori: disdette a causa del virus e se il loro salario è assicurato'

Come comportarsi con le disdette ordinarie motivate dal Covid-19? E ancora: un datore di lavoro è tenuto a pagare il salario se la sua attività è stata sospesa per decisione dell'autorità cantonale o federale e se i suoi dipendenti non hanno diritto al lavoro ridotto? Sono queste le due domande - quelle principali, perché gli uffici sono pieni di segnalazioni - su cui si sta concentrando l'Ufficio di assistenza giuridica e legale del sindacato cristiano sociale Ocst. E le risposte convergono verso un'unica direzione: "Mantenere i posti di lavoro conviene anche ai datori, pure dal lato economico". Lo spiega a colloquio con 'laRegione' il responsabile del servizio, Xavier Daniel, facendo esempi concreti di casi con cui capita spesso di confrontarsi. Partendo dal primo tema.

Le disdette o i licenziamenti per coronavirus sono motivati?

Sono motivate le disdette, o i licenziamenti, che hanno come causa appunto l'epidemia di coronavirus? "A nostro modo di vedere sono abusive", risponde. E spiega perché: "Prendiamo l’esempio di un igienista dentario che guadagna 5'000 franchi al mese lordi e che ha più di un anno di lavoro alle spalle. Ha diritto, quindi, a due mesi di disdetta ordinaria. In questo caso - continua Daniel - un datore di lavoro che licenzia dei dipendenti non potrà beneficiare dell'indennità di lavoro ridotto e si troverà costretto a dover corrispondere l’integralità dello stipendio". Considerati i due mesi di disdetta, sono 10 mila franchi.

Se non lo avesse licenziato? "Il datore di lavoro avrebbe dovuto farsi unicamente carico della sua parte di trattenute, circa il 20% del salario lordo, ovvero 1'000 franchi al mese, per il resto il dipendente sarebbe stato indennizzato con il lavoro ridotto. A fronte di 10 mila franchi di salario, potenzialmente, il datore avrebbe potuto tenerlo in regime di lavoro ridotto per ben 10 mesi, quindi il risparmio non esiste".

E c'è un altro motivo importante per il quale secondo Daniel non è conveniente licenziare una persona in questo difficile momento: "È bene essere lungimiranti. Quando tutto tornerà a girare, la ripresa sarà forte. Se invece l'autorità ponesse dei paletti per limitare i movimenti, e quindi un dentista, o un bar, o un ristorante dovessero continuare a confrontarsi con una riduzione del lavoro, beh, potranno rinnovare la richiesta di indennità di lavoro ridotto". Insomma, oltreché "per questioni sociali", licenziare "è svantaggioso pure dal lato economico".

Il datore di lavoro è tenuto a pagare il salario anche se la produzione è bloccata? Per l'Ocst sì

E arrivando al secondo tema, se una ditta vede la propria attività bloccata e non vuole più pagare il salario ai dipendenti che si trovano in regime di disdetta? "Contrariamente al primo caso qui di giurisprudenza e di dottrina ce n'è, ma una premessa è d'obbligo". Nel senso, riprende il sindacalista Ocst, "non biasimo un datore di lavoro che si fa prendere dal panico, ma occorre agire con responsabilità". Ecco spiegato perché: "Prendiamo il caso di un dipendente over 55 attivo nell'edilizia e che si è visto notificare una disdetta durante il mese di gennaio. Ebbene, la sua disdetta sarà effettiva a partire dal 30 giugno".

Da una parte "c'è l'articolo 119 del Codice delle obbligazioni, cui si appoggia chi sostiene che il salario non è più dovuto perché si è in presenza di un evento straordinario". Ma dall'altra ci sono pareri "supportati dalla Segreteria di Stato dell'economia che dicono sia preminente l'articolo 324, secondo il quale il datore di lavoro si fa integralmente carico del rischio imprenditoriale, senza che sia possibile farlo ricadere sulla parte debole del contratto, ovvero il lavoratore". Pareri contrastanti e opinabili, "ma la Seco ha espresso il suo parere, e un po' di dottrina c'è, come ad esempio quando è crollato l'euro e le ripercussioni sono state fortissime anche da noi". Il problema, qui, è che si rischierebbero anni di cause in tribunale: "La Seco dice chiaramente che se un datore di lavoro non vuole pagare salario, il dipendente potrà esigere il pagamento immediato dello stipendio arretrato che, se non dovesse essere pagato dal datore, gli permetterà di rivolgersi alla cassa disoccupazione chiedendo un anticipo delle sue indennità. Un diritto fondato sull’articolo 29 della Legge sull'assicurazione contro la disoccupazione. A questo punto la cassa disoccupazione richiederà il pagamento del dovuto al datore di lavoro, rivolgendosi, se necessario, alle competenti autorità giudiziarie. Secondo noi, le possibilità che la causa venga accolta dai giudici sono buone”.

'Più aiuti a fondo perso e dialogo tra autorità, padronato e sindacati'

La soluzione? "Il Consiglio federale dovrebbe seriamente riflettere sulla possibilità di concedere degli aiuti a fondo perso per queste situazioni limite, verificando ovviamente che le disdette siano precedenti all’emergenza Coronavirus. Le associazioni padronali, dal canto loro, dovrebbero dimostrarsi sensibili e quindi rivolgersi in maniera unita alle autorità, ribadendo che, siccome le attività sono bloccate per motivi di salute pubblica, è opportuno che si trovino delle soluzioni che non mettano in ginocchio gli imprenditori che devono rispettare i loro obblighi. Trovare una soluzione insieme, tra autorità, padronato e sindacati è il modo migliore per uscire da questo periodo". Nella speranza, ognuno col suo posto di lavoro.

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