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10.09.18 - 18:590
Aggiornamento 21:16

Ghiringhelli: 'Basta preghiere nei luoghi pubblici'

Lanciata la petizione che muove da alcuni episodi 'ticinesi' e dal libro di Sami Aldeeb. Si chiede al Gran Consiglio di completare la norma sull'ordine pubblico.

Vietare nei luoghi pubblici, o aperti al pubblico o destinati a offrire un servizio pubblico ( ev. ad eccezione dei luoghi di culto) le preghiere che contengono messaggi di odio e di discriminazione verso i fedeli di altre religioni e che violano le norme del Codice penale (art. 261 bis). È quanto chiede Giorgio Ghiringhelli attraverso una petizione che trametterà domani, 11 settembre, al Gran Consiglio.

Una petizione che prende spunto da alcuni episodi discussi capitati in Ticino (l'ultimo è trattato in cronaca di Lugano nell'edizione cartacea di domani) e dal libro dell’esperto di diritto arabo e islamico dr. Sami Aldeeb (svizzero di origini palestinesi) intitolato “La Fatiha e la cultura dell’odio” (in vendita su Amazon) in cui si dimostra in modo scientifico che le preghiere che i musulmani praticanti devono recitare per cinque volte al giorno contengono delle invocazioni che istigano all’odio verso i cristiani e gli ebrei.

Secondo Ghiringhelli, nell’ambito di queste preghiere occorre recitare più volte la Fatiha, ossia i sette brevi versetti che compongono la prima Sura (capitolo) del Corano intitolata per l’appunto Fatiha ( Prologo). Il messaggio d’odio, secondo l’autore del libro, sarebbe contenuto nel settimo di questi versetti, il quale deve essere ripetuto 17 volte al giorno e dunque più di 6'000 volte all’anno.

Ma cosa dicono di così deplorevole i versetti 6 e 7 della Fatiha? Nella traduzione italiana del Corano fatta da Federico Peirone per la collana Oscar classici Mondadori si legge : “(6) Guida i nostri passi sul sentiero sicuro, (7) sul sentiero di coloro a cui hai elargito benefici in abbondanza, sentiero ben diverso da quello di coloro coi quali ti sei adirato, ben diverso da quello di coloro che, errando, si sono smarriti”. La traduzione in francese fatta dallo stesso Aldeeb suona invece così : “Dirige-nous vers le chemin droit. Le chemin de ceux que tu a gratifiés, contre lesquels [tu n’es] pas en colère et qui ne se sont pas égarés”.

Apparentemente, i termini che designano i due gruppi di persone prese di mira nella preghiera, e cioè “la gente contro cui Dio è in collera” e “la gente che ha smarrito la retta via” sembrerebbero rivestire un significato generico e designare tutti coloro che sono considerati peccatori e tutti coloro che si allontanano dalla via prescritta da Dio, senza puntare il dito verso i fedeli di una religione specifica. Se fosse davvero così questa invocazione non porrebbe problemi. ma la realtà è ben diversa.

Prosegue Ghiringhelli: "Nel suo libro Sami Aldeeb ha riportato fedelmente le interpretazioni del settimo versetto della Fatiha fatte da quasi un centinaio di esegeti musulmani a partire dall’ottavo secolo e fino ai giorni nostri, ed è giunto alla conclusione che secondo la schiacciante maggioranza di loro – cosa di cui tutti gli imam che predicano nelle moschee svizzere sono sicuramente a conoscenza – le genti contro le quali Dio è in collera sono gli ebrei e coloro che invece sono rimproverati di aver smarrito la retta via sono i cristiani".

Di più. Ghiringhelli sostiene che "indipendentemente dal fatto che la preghiera dei musulmani violi o no il Codice penale, è comunque inaccettabile che questa preghiera che incita all’odio verso cristiani ed ebrei in ragione solo della loro appartenenza a una religione diversa da quella islamica possa essere recitata nel nostro Paese in pubblico e non solo nelle moschee bensì sempre più spesso sotto il naso di tutti : nei giardini pubblici, nei posteggi di grossi centri commerciali, negli aeroporti, nelle stazioni, nelle piazze ecc. Si tratta di un vero e proprio affronto, specie in una società democratica e in un Paese di tradizione cristiana come la Svizzera"

Da qui nasce la richiesta di modifica legislativa. E la petizione chiede al Gran Consiglio di completare la legge sull’ordine pubblico con una norma che vieti nei luoghi pubblici o aperti al pubblico o destinati a offrire un servizio pubblico (ev. a eccezione dei luoghi di culto) la recita di preghiere che contengono riferimenti velati o espliciti di odio e di discriminazione verso i fedeli di altre credenze (con particolare riferimento alla preghiera rituale che i musulmani praticanti devono recitare cinque volte al giorno a orari prestabiliti e ovunque essi si trovino in quel momento). 

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