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Ticino
07.09.18 - 06:100
Aggiornamento 09:27

Ppd diviso sul candidato Dadò

La commissione ‘cerca’ sarebbe intenzionata a escludere il presidente dalla lista per il governo

Fiorenzo Dadò, presidente cantonale del Ppd, non ha sciolto le riserve e magari un motivo c’è. Sarà o no in lista per il Consiglio di Stato? Stando a informazioni da noi raccolte, la commissione ‘cerca’ popolare democratica starebbe pensando – a maggioranza – di non inserire il nome di Dadò nell’elenco dei candidati da sottoporre all’Ufficio presidenziale e alla Direttiva del partito. Il che avrebbe del clamoroso.
Marco Passalia, vicepresidente del partito e coordinatore della commissione in questione, interpellato da ‘laRegione’ non si sbilancia e nulla dice su questa ipotesi come su altre: «Non lo faccio, né lo farò, con qualsiasi altro nome». Per Passalia si tratta di «una questione di rispetto verso tutti i candidati che abbiamo sentito. Ci sono persone che hanno fatto colloqui, si sono messe a disposizione e giustamente aspettano un nostro riscontro. Al termine delle valutazioni che stiamo facendo, risponderemo». Un ‘no comment’, insomma, anche «in segno del rispetto del modus operandi che abbiamo stabilito di seguire all’interno della commissione». I segnali che escono, ad ogni modo, da colloqui e incontri svolti durante tutta l’estate per il Ppd sono positivi. «Quello che posso dire – riprende Passalia – è che tanti buoni possibili candidati si sono resi disponibili, ed è molto confortante». Soprattutto, va da sé, pensando al momento particolare che si vive in casa popolare democratica. «È innegabile, nell’ultimo periodo abbiamo avuto alcune difficoltà. Ma, proprio se consideriamo questo fatto, è molto positivo che da diverse persone che potenzialmente potrebbero entrare nella lista per il Consiglio di Stato siano arrivate molta collaborazione e voglia di mettersi a disposizione. Mi ha fatto molto piacere, in questa misura così ampia onestamente non me l’aspettavo». Che poi questa corsa alla candidatura sia anche un modo per far capire al vertice che sarebbe ora di voltare pagina, ma davvero, Passalia ovviamente non lo dice. Lo diciamo noi, stando a quanto si dice – da personalità autorevoli del Ppd – nei corridoi.
Ma sarà una cinquina secca quella che verrà proposta al ‘parlamentino’ verosimilmente verso la metà di ottobre o una lista con sei, sette o più nomi? In altre parole: in casa Ppd si celebreranno le primarie per decidere chi parteciperà alla corsa per il Consiglio di Stato? «È un tema sicuramente di attualità – risponde Passalia – ma dovrà scegliere la Direttiva». Da qualche anno, quando coordinatore del partito era Filippo Lombardi, sono stati modificati gli statuti che prevedono una sorta di ‘preavviso’ sulla lista per il governo da parte della Direttiva politica. Insomma, anche qui se ne saprà di più. Mutamento statutario, quello accennato, non di poco conto perché di fatto indebolisce l’Ufficio presidenziale dove Fiorenzo Dadò gode, ovviamente, di ampio consenso. Come dire, toccherà casomai alla Direttiva stabilire se il presidente cantonale dovrà o meno essere presente nella lista per il governo da sottoporre al giudizio del ‘parlamentino azzurro’. E qui, come già capitato in passato, la discussione sui nomi è “trasparente e franca”. Si ricorda un precedente, in cui un candidato per le elezioni federali passò grazie a un solo voto in più a suo favore...

Salari minimi e distaccati, i popolari democratici non ci stanno

Il Ppd su distaccati e salari minimi non ci sta, e inoltra un’iniziativa cantonale (presentata da Fiorenzo Dadò, Maurizio Agustoni, Giorgio Fonio e Marco Passalia) affinché i salari minimi cantonali si applichino anche ai lavoratori distaccati. ‘‘La loro esclusione dall’ambito di applicazione del salario cantonale rischia, almeno in Ticino, di vanificarne lo scopo stesso, ovvero consentire a tutti i lavoratori di avere un tenore di vita dignitoso’’ secondo i popolari democratici. Questa esclusione è stata, di fatto, confermata da un recente semaforo rosso posto dal Consiglio federale a una mozione di Fabio Abate. Il consigliere agli Stati liberale radicale chiedeva ‘‘la possibilità di imporre ai datori di lavoro esteri che distaccano i propri lavoratori in Svizzera anche il rispetto delle condizioni salariali minime prescritte in una Legge cantonale’’. In altre parole: se in un cantone vige una Legge che prevede un salario minimo, essa deve essere rispettata anche con i lavoratori distaccati. Eppure il Consiglio federale non è stato dello stesso parere. A suo avviso ‘‘il salario minimo non rientrerebbe nell’ambito delle misure collaterali della libera circolazione’’. Di più. ‘‘Le leggi cantonali stesse escluderebbero i lavoratori distaccati dal campo d’applicazione del salario minimo’’. Per il Ppd non è così. Anzi. ‘‘Riteniamo che il salario minimo costituisca a tutti gli effetti una misura che consente di contrastare, almeno in parte, gli effetti negativi della libera circolazione – scrivono i popolari democratici ticinesi –. Inoltre, sta ai vari Cantoni stabilire se, e in quale misura, la legislazione sul salario minimo si applichi ai lavoratori distaccati’’. Per il partito di Dadò ‘‘tale esclusione è un incentivo economico a far capo a lavoratori distaccati a discapito dei lavoratori residenti, portando a un impoverimento del mercato del lavoro ticinese’’. Soprattutto perché nel nostro cantone il fenomeno è ‘‘particolarmente sviluppato’’, venendo impiegati lavoratori distaccati ‘‘per l’equivalente di 6mila lavoratori a tempo pieno’’. Questa iniziativa, quindi, riprende la mozione di Abate nei contenuti e negli obiettivi, ‘‘per tutelare il mercato del lavoro’’.

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