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15.11.22 - 12:14
Aggiornamento: 16.11.22 - 11:47

‘Delinquenza come regola di vita’, 6 anni e 2 mesi di carcere

Due sentenze di condanna per la rapina di San Pietro di Stabio, caduta l’aggravante delle armi da fuoco. Scarcerata la 23enne

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archivio Ti-Press
Il luogo della rapina

«Ha fatto della delinquenza la sua regola di vita». Con queste parole il giudice Amos Pagnamenta ha condannato il 35enne ticinese a processo da lunedì per rispondere di rapina aggravata al distributore di San Pietro di Stabio a 6 anni e 2 mesi di detenzione. La sua compagna di vita, una 23enne libanese domiciliata nel Luganese è invece stata condannata a 18 mesi, sospesi per un periodo di prova di due anni. Per la giovane, che verrà scarcerata e ha accolto la notizia in lacrime, la Corte delle Assise criminali di Mendrisio ha riconosciuto il caso di rigore e non ha quindi ordinato l’espulsione. «Questa è la prima e unica possibilità che le viene concessa – sono state le parole del giudice –. Il non essersi distanziata dal suo compagno lascia temere che simili episodi potranno ripetersi». Per la decisione di non pronunciare l’espulsione «è stato valutato con molto peso l’influenza che ha subito dall’uomo». Nella prima giornata di processo il procuratore pubblico Roberto Ruggeri aveva proposto 7 anni di detenzione per l’imputato e 2 anni e 10 mesi parzialmente sospesi per la 23enne. Le difese, rappresentate dagli avvocati Samuel Maffi ed Elisa Lurati, che non sono intenzionati a ricorrere in Appello, si erano invece battute per delle riduzioni.

Caduta l’aggravante delle armi

Essendo gli imputati reo confessi per il reato principale, commesso il 22 ottobre dell’anno scorso, per la Corte il «punto saliente» è stato sapere se le armi utilizzate – la pistola e il taser – erano «vere o false e le conseguenze giuridiche». Non è stato possibile stabilire un legame certo con i fatti avvenuti a Monteggio due mesi dopo. «Anche se è estremamente strano che questi oggetti mostrano delle evidenze, in base al principio in dubio pro reo non è possibile trovare delle certezze», ha aggiunto il presidente. In base al medesimo principio, quella usata a San Pietro è stata una pistola scacciacani, come sempre sostenuto dall’imputato. «Anche volendo ammettere che la pistola fosse reale, niente dice che fosse carica. Il 35enne non l’ha mai puntata contro nessuno, posto che gerente e commessa sono fuggiti prima che la estraesse». Per questo, la Corte ha concluso che «l’aggravante dell’arma è da escludere. Il taser, per contro, è uno strumento ideato per stordire e non uccidere. Quello usato è uno a contatto: dalla posizione mantenuta dalla 23enne non sarebbe nemmeno stato possibile provocare una scossa in danno del cliente presente». Il 35enne è stato prosciolto anche dalla rapina del 14 ottobre scorso a Novazzano. «È vero che ci sono inquietanti similitudini tra uno dei protagonisti della rapina e l’imputato, ma questo non è sufficiente per una condanna. Ha sì messo a disposizione il parcheggio per l’auto poi utilizzata per il colpo, ma in assenza di altri elementi di collegamento, non si può concludere che sapesse cosa fosse il piano».

‘Spregiudicatezza e determinazione’

Tornando al reato principale, il presidente della Corte ha evidenziato la «spregiudicatezza e determinazione» nel delinquere. A favore degli imputati è stato considerato che «l’azione è durata poco tempo, la fuga del gerente e della commessa e che il cliente presente nell’ufficio cambi sia stato quasi interamente ignorato, visto che quest’ultimo si è sdraiato». La colpa oggettiva della 23enne è stata classificata come «medio-bassa». La giovane «ha mostrato una preoccupante propensione a delinquere e non può stupire il modo con cui ha aderito all’idea della rapina, quasi come fosse un gioco». Per la Corte l’imputata «disponeva delle risorse intellettuali ed economiche che le avrebbero dovuto imporre di distanziarsi. Ha comunque avuto un ruolo marginale, è stata coinvolta dal compagno verso il quale va riconosciuta una certa sudditanza».

‘Non c’è motivo per ritenere che sarà la volta buona’

Diversa la posizione del 35enne, che si è presentato in aula con una decina d’anni di carcere già scontati. Al momento della sua ultima scarcerazione, nel giugno 2020 (dopo aver scontato i due terzi della condanna a 6 anni e mezzo inflittagli nel 2017 per reati analoghi) «ha avviato un’attività lucrativa e non si trovata in particolare difficoltà economica». Ha però «vanificato tutto in modo scellerato con l’ennesima rapina. Ad aggravare la sua colpa c’è l’intensità della sua volontà delinquenziale: ha elaborato il piano, contattato persone per le armi e l’auto e malgrado i suoi precedenti si è adeguato senza problemi a detenere cocaina». La condanna emessa martedì conta anche i due anni e due mesi della precedente condanna. «Ha delinquito durante la liberazione condizionale – ha concluso Pagnamenta –. Non vi è motivo di ritenere che oggi sarà la volta buona perché decide di farlo. È vero che ha confessato, ma c’è stata anche un’incredibile omertà verso altre persone coinvolte nella vicenda».

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