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20.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 16:44

‘Dopo 25 anni in carcere soffro di sindrome di prigionizzazione’

Si racconta l’uomo che la scorsa estate sequestrò un passante a Chiasso. ‘Ho scritto un libro. Vorrei aiutare i giovani a evitare certi errori’

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«In carcere ho trascorso oltre metà della mia vita, imparando a conoscere quel mondo chiuso e spesso regolato attraverso dinamiche poco pulite». Non ha paura di aprire pubblicamente il libro della sua vita Mujo Mujic, 42enne cittadino apolide nato a Zagabria. Una storia, la sua, dimezzata: metà dentro, metà fuori. Oltre 20 gli anni passati dietro le sbarre. Gli ultimi da scontare in Svizzera. Il capitolo più recente della sua travagliata esistenza è infatti stato scritto a Chiasso, dove Mujic ha sequestrato una persona (e tentato di fare lo stesso con altre due) derubandola e scaricandola, dopo averle rubato l’auto, nella periferia milanese. Un agire che gli ha procurato una nuova pena detentiva di 4 anni e l’espulsione dalla Svizzera, inflitta dal giudice Mauro Ermani al termine del processo che si è tenuto lo scorso mese di marzo alle Assise criminali di Mendrisio. Durante il dibattimento il giudice, come anche gli inquirenti, avevano però riconosciuto al 42enne una "collaborazione quasi sorprendente". «So che può sembrare una frase fatta, ma sono sinceramente pentito per il male che ho procurato alle vittime. Ho scritto loro una lettera di scuse. Voglio cambiare vita, ho cercato di farlo già in passato ma in Italia non ne ho mai avuto la possibilità», ha raccontato Mujic durante un lungo colloquio dove non ha avuto timore di condividere, partendo dall’infanzia, anche i tanti momenti bui della sua vita. «Ora un libro lo sto scrivendo per davvero. E non lo faccio per visibilità. Vorrei che la mia storia venisse letta nelle scuole per aiutare i giovani a non cadere nei miei stessi errori».

I primi capitoli, immaginiamo, saranno dedicati all’infanzia trascorsa nell’ex Jugoslavia e al suo successivo arrivo in Europa occidentale...

«La nostra famiglia viveva in una condizione di grande povertà. Mio papà soffriva di alcolismo, un disturbo che poi ho ereditato. Cambiavamo spesso abitazione cercando di sopravvivere. Ero il figlio maggiore e per questo i miei genitori hanno deciso di abbandonarmi, pensando che me la sarei potuta cavare da solo. Lì mi sono avvicinato al modo della criminalità, con furti e rapine. Ero ancora minorenne quindi era più facile evitare di finire nei guai. Sono stato in alcuni centri di rieducazione, a tutti gli effetti delle carceri minorili, per poi partire per l’Italia in cerca di fortuna insieme a dei rom che mi hanno chiesto un prezzo molto alto per il viaggio. Arrivato a Milano la situazione però non è cambiata, ho continuato a delinquere per sopravvivere. È stata un’escalation: furti e rapine, poi traffico di armi e sequestri.

Da qui i tanti anni passati in carcere, con il periodo più lungo durato 17 anni

In galera ho ottenuto il diploma di scuola media, che prima non avevo, e altri certificati. Questi non mi sono però serviti per trovare un lavoro una volta tornato in libertà. In Italia i diplomi ottenuti in carcere specificano che la formazione è avvenuta dietro le sbarre, un dettaglio che rende molto più difficile trovare un impiego. In Svizzera la situazione carceraria è totalmente diversa, vieni rispettato e hai la sensazione di essere davvero in una fase della tua vita di rieducazione. La mia esperienza nelle carceri lombarde è invece opposta. Il detenuto viene quasi messo nella condizione di delinquere ancora e alcuni di quelli che dovrebbe rieducarti, parlo di guardie carcerarie e assistenti sociali, sono i primi a portarti sulla cattiva strada.

Durante i suoi ultimi anni nelle carceri italiane è stato collaboratore all’interno di un’indagine (come abbiamo potuto verificare, ndr) che ha portato all’arresto di alcune guardie carcerarie

Volevo dare una svolta alla mia vita, mettermi sulla giusta strada. Ho denunciato delle situazioni che chi ha vissuto le carceri in Italia conosce bene. Storie di favoritismi in cambio di denaro. Se dietro le sbarre non hai soldi per permetterti qualche ‘extra’ la vita si fa davvero dura. Purtroppo la mia collaborazione e le informazioni che ho fornito non hanno spinto gli inquirenti a concedermi la protezioni di cui avevo bisogno. Mi sono ritrovato in una situazione, all’interno della galera dove non ero ‘né carne né pesce’. Sia guardie che detenuti mi vedevano come una spia. Da qui la mia decisione di scappare dall’Italia. Non mi sentivo al sicuro.

Poi però è arrivato in Svizzera ed è ricaduto nella criminalità, derubando e sequestrando diverse persone. Il caso più clamoroso a Chiasso, ai danni di un ignaro passante

Mi pento di quello che ho fatto, come ho anche detto più volte al giudice durante il processo. Volevo andare in Danimarca a chiedere asilo politico visto che sono un cittadino apolide, ma non avevo soldi. Ho chiesto aiuto in chiesa per poter acquistare il biglietto del treno alla stazione di Chiasso. Non sono stato ascoltato e quindi ho ceduto. Dopo il sequestro mi sono diretto a Milano per cercare di rivendere la macchina e aver i soldi per il viaggio, un dettaglio che agli inquirenti ho evitato di dire per non aggravare la mia posizione. In Svizzera non conoscevo nessuno mentre a Milano sapevo come muovermi. Sono rientrato in Italia solo per questo, poi sarei ripartito per il Nord.

Durante il processo ha anche affermato di essere affetto dalla ‘sindrome di prigionizzazione’. Di cosa si tratta?

È un disturbo psicologico che mi è stato diagnosticato nel 2015 (come conferma un certificato medico che abbiamo visto, ndr). Ho passato tanti anni dietro le sbarre e per questo, quando sono in spazi molto aperti, mi sento male. Non è una paura della libertà, ma una condizione di malessere. Per certi versi il mondo normale e la vita di tutti i giorni non li conosco fino in fondo. Un esempio: stavo viaggiando sul treno in Italia e vedevo che tutti i passeggeri mostravano il cellulare al controllore. Non capivo il motivo, ma quando è arrivato il mio turno ho fatto lo stesso con il mio telefonino, un vecchio Nokia con ancora i tasti. Si è creata un’incomprensione. Solo dopo ho scoperto che esiste la possibilità di avere il biglietto sul telefono.

Ora è in carcere e sta scrivendo un libro sulla sua vita. Chi vorrebbe che lo leggesse?

Tutti. Troppo spesso chi nasce nelle società moderne occidentali, come l’Italia o la Svizzera, non si rende conto di cosa voglia dire crescere in altre realtà. Si danno molte cose per scontate, come l’istruzione o l’aiuto da parte dello Stato. Raccontando la mia storia vorrei far capire che in alcuni paesi, non per forza dall’altra parte del mondo, non è così. Mi piacerebbe poi che il mio libro arrivasse nelle scuole. Per sensibilizzare i giovani e aiutarli a non commettere gli errori che ho fatto io nella mia vita.

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