laRegione
14.03.22 - 16:51

Pistola alla tempia e sequestro di persona, condannato a 4 anni

Un cittadino apolide dovrà tornare in carcere, dove ha già scontato 25 anni di detenzione, per furti e rapimenti avvenuti a Chiasso e Zurigo

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L’imputato ha affermato di aver ricevuto minacce in carcere per la sua collaborazione passata con la giustizia italiana

«Ho passato 25 anni della mia vita in carcere, dove però non mi è mai stata data la possibilità di riabilitazione. Ora sono pronto a pagare per i miei crimini e spero un domani di avere una vita normale», si è giustificato così un 42enne cittadino apolide comparso questa mattina davanti alla Corte delle Assise criminali di Mendrisio, presieduta dal giudice Mauro Ermani (giudici a latere Monica Sartori Lombardi e Carlo Luigi Caimi). Le imputazioni, contenute all’interno dell’atto d’accusa firmato dal procuratore pubblico (pp) Arturo Garzoni, erano di quelle pesanti: ripetuta rapina aggravata a cui si aggiunge ripetuto rapimento e sequestro di persona. I fatti risalgono al periodo compreso tra il giugno e l’agosto dello scorso anno, quando l’uomo (reo confesso) ha minacciato in quattro diverse occasioni le sue vittime al fine di ottenere del denaro. In due casi, per forzare loro la mano, l’uomo ha anche rapito e sequestrato i malcapitati. Tre episodi si sono verificati a Chiasso, mentre il quarto ha avuto luogo a Zurigo. Il processo, proprio per via della collaborazione dell’imputato ritenuta «quasi sorprendente» dalla Corte, si è svolto con la formula del rito abbreviato. Accusa e difesa, rappresentata dall’avvocata Felicita Soldati, si sono accordate per una pena di 4 anni (da espiare) e l’espulsione dalla Svizzera per un periodo di 10 anni. Una proposta accolta dalla Corte che ha anche disposto la segnalazione dell’uomo al sistema Schengen. «C’è poco da dire, per l’imputato parla il suo passato. Ha dimostrato di non farsi spaventare dalla privazione della libertà», ha chiosato il giudice durante la lettura della sentenza.

Pistola alla tempia fino a Milano

«Volevo andare in Danimarca a chiedere asilo politico, ma mi sono trovato in gravi difficoltà economiche e ho ceduto», ha spiegato l’imputato. A farne le spese sono state però le vittime dell’uomo, costrette sotto minaccia a consegnargli nel complesso diverse migliaia di franchi. Sempre piuttosto simile il modus operandi seguito dal 42enne: avvicinate di sorpresa le vittime, il cittadino apolide nato in Croazia le costringeva (utilizzando una pistola o un coltello) a seguirlo fino al bancomat più vicino per obbligarle a prelevare il denaro. In tre casi le persone avvicinate dall’uomo sono poi riuscite a fuggire chiedendo aiuto. Meno fortunata la sorte della quarta vittima. L’imputato ha infatti costretto l’uomo a salire in macchina con lui, minacciandolo di morte con una pistola ad aria compressa, e intimandogli di prelevare del denaro in due istituti bancari di Chiasso. La vettura si è poi diretta verso la periferia di Milano, dove la vittima è stata scaricata. Durante il tragitto, come si può leggere nell’atto d’accusa firmato dal pp, il 42enne ha ripetutamente puntato la pistola alla tempia e al fianco della vittima, colpendola più volte. L’uomo è anche stato privato degli occhiali da vista e del cellulare, gettato dal finestrino per scoraggiarlo a opporre resistenza. Il veicolo, al quale nel frattempo erano state applicate delle targhe false, è poi stato rinvenuto il giorno seguente dalle autorità italiane.

Il ‘pizzino’ e le minacce

Nel passato dell’uomo, a lungo in carcere per crimini simili in Italia, c’è anche la collaborazione con le autorità giudiziarie della vicina Penisola all’interno di un’indagine che ha portato all’arresto di diverse guardie carcerarie corrotte. Atteggiamento che non gli è comunque bastato per ottenere da parte italiana lo statuto di "pentito". Legate a questa sua collaborazione ci sarebbero anche le minacce ricevute dal 42enne mentre si trovava in carcere a Lugano. L’imputato ha spiegato agli inquirenti ticinesi di aver trovato un biglietto scritto a mano contenente frasi minacciose. Una versione che però non ha convinto la Magistratura. L’uomo ha comunque ottenuto il trasferimento in un carcere ginevrino, dove spera di poter tornare a scontare il resto della pena. «L’Italia con me ha fallito. In carcere ho anche dovuto trascorrere 3 anni d’isolamento per via del mio comportamento. Ho sofferto della "sindrome di prigionizzazione" che ha peggiorato notevolmente il mio carattere», ha spiegato il cittadino apolide. «In Svizzera la mia rieducazione sarebbe andata sicuramente in modo diverso. Qui sono seguito e ho colloqui regolari con gli psicologi. Mi pento di quello che ho fatto e spero che la mia condanna possa far sentire più tranquille le vittime».

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