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25.01.22 - 05:30

Attraverso i boschi di Stabio, in cerca della salvezza

Bruna Cases è fuggita da Milano con la famiglia per scappare ai rastrellamenti. Il diario dove racconta il passaggio da Montalbano è stato pubblicato

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Ti-Press/E.Bianchi
Sul luogo da dove Bruna Cases è entrata in Svizzera

Il passo fermo e deciso lungo la ramina che corre attraverso i boschi di Stabio, per raggiungere quel luogo che 79 anni fa la mise in salvo dai rastrellamenti nazisti. Quella di ieri è stata una giornata particolare per Bruna Cases, ebrea milanese, accolta dalle autorità comunali e cantonali e poi accompagnata a rivedere dopo molti anni il luogo che per lei, ancora bambina, e la sua famiglia significò il raggiungimento della salvezza. Al suo fianco il marito Giordano D’Urbino, che nello stesso periodo del 1943 raggiunse il Ticino camminando per oltre due giorni sulle pendici del Monte Generoso e del Bisbino. «Ricordo bene quella notte e la grande paura che avevamo di essere presi. Eravamo in 11, accompagnati da contrabbandieri che conoscevano il territorio e che ci avrebbero garantito un passaggio attraverso il confine. Siamo rimasti nascosti a lungo e non molto distante da noi, a un certo punto, abbiamo sentito dei soldati parlare in tedesco. Non sapremo mai se non ci hanno visto oppure hanno fatto finta di niente lasciandoci passare. Mi commuovo a essere qui», ha raccontato la signora Cases a giornalisti e curiosi presenti. Ricordi e disegni di quei tragici giorni, visti dagli occhi di una bambina, che è possibile conoscere attraverso il diario di Bruna, pubblicato dalla casa editrice Abendstern. «All’epoca avevo solo 9 anni, ma rileggendo quelle pagine si capisce quanto fossi già matura. Capivo quello che stava succedendo e ricordo bene l’agitazione di mia madre in attesa di sapere se saremmo potuti rimanere». Una fortuna di cui solo alcuni componenti del gruppo hanno potuto godere. «Tre fratelli, che entrarono in Svizzera insieme a Bruna e alla sua famiglia, furono respinti. Vennero in seguito catturati e uccisi. È una vicenda che ci tocca come comunità e come individui», ha spiegato Simona Sala, che si è occupata della pubblicazione del libro e dell’organizzazione della giornata.

‘Siete passati da qui’

Ad accompagnare sul posto Bruna Cases e il marito c’era Fiorenzo Rossinelli, ex guardia di confine che si è incaricato d’individuare il punto della frontiera attraverso il quale sono passati gli 11 fuggiaschi. «Abbiamo potuto stabilire con una certa precisione, incrociando le carte con i racconti, che il punto esatto si trova a Montalbano, nei pressi dei vigneti della tenuta che confinano con il bosco. Bruna ricorda infatti di essere scesa verso il paese di Stabio, che vedeva sulla sua sinistra». Rossinelli negli anni si è occupato di studiare i racconti dell’epoca. Ai coniugi ha voluto mostrare una delle campanelle originali che i soldati fissavano sulle reti del confine e che permettevano di accorgersi quando qualcuno cercava di attraversare. «Erano segnali d’allarme. Anche il più piccolo movimento agitava le campanelle. I giorni migliori per tentare il passaggio erano quelli con un forte vento, i soldati non potevano infatti capire cosa agitava le reti. Possiamo dire che il vento ha salvato molte vite». Emozionato anche Giordano, che come la moglie ha poi frequentato i primi anni di scuola nel nostro cantone. «Ricordo che la prima cosa che mi stupì della Svizzera furono i contadini. Avevano l’orologio al polso. Una cosa impossibile in Italia. Anche se parlavano la stessa lingua, sentivo di essere arrivato in un posto diverso».

‘Frontiere luoghi di salvezza e condanna’

La mattinata è cominciata al Municipio di Stabio, dove la autorità cittadine e cantonali hanno voluto accogliere i coniugi che vivono a Milano. «Oggi ricordiamo una bella pagina di storia all’interno di una tragedia immensa, che anche se conosciuta resta difficile da digerire», ha esordito il consigliere di Stato Manuele Bertoli. «Il Ticino è da sempre un ponte sia fisico che culturale tra l’Italia e la Svizzera. Una realtà che è ancora più percepita nelle zone di confine. Frontiere che sono state luoghi di salvezza ma anche di condanna, come ci ha mostrato la storia di Liliana Segre, respinta al confine di Arzo e poi deportata ad Auschwitz», ha proseguito Bertoli. Storie che servono a conoscere il passato per affrontare il futuro. «È triste che da queste testimonianze si fa fatica a trarre insegnamento. Anche al giorno d’oggi, non lontano da noi, ci sono frontiere dove l’indifferenza regna sovrana. Su storie come quella di Bruna e Giordano si dovrebbe costruire un’impostazione politica». Dedicate al legame con il territorio anche le parole espresse dal sindaco Simone Castelletti: «Siamo una realtà di passaggio, oggi come allora. Stabio ha molto da raccontare, la nostra è una realtà molto più complessa di quello che sembra e queste storie, anche se difficili da accettare, sono un’opportunità per capire e imparare». Importante è quindi il lavoro degli storici. «Restano delle zone d’ombra sulla politica dei respingimenti e l’atteggiamento ondivago della Svizzera in quegli anni. Per questo la vostra testimonianza è così importante», ha concluso Michela Trisconi, delegata per l’integrazione degli stranieri.

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