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23.06.21 - 05:30
Aggiornamento: 16:13

'Mendrisio non è ancora diventata un campus universitario'

Parla Mario Botta, papà dell'Accademia, dopo lo 'scontro' fra agenti e studenti. 'Il bilancio di questi anni? Do un voto favorevole'

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Botta crede ancora all'esperienza del campus diffuso (Ti-Press)

In quelle ore l’architetto Mario Botta, il ‘papà’ dell’Accademia di architettura, era in viaggio. «Ho saputo solo il giorno dopo ciò che era accaduto», ci spiega. Un episodio grave, lo ‘scontro’ avvenuto alle tre di venerdì fra agenti di polizia e studenti di una festa di laurea e che per le sue implicazioni e conseguenze ha scosso la comunità studentesca e i docenti che le sono vicini. Il punto è che la Città di Mendrisio e il mondo che ruota attorno alla facoltà sembrano non comprendersi a fondo o vivere da separati in casa (o quasi). Eppure l’ateneo esiste da venticinque anni. Non è mai scoccata davvero la scintilla? Abbiamo provato a girare la domanda a Mario Botta, che l’Accademia la conosce bene. «Mendrisio – esordisce – non è ancora diventata tutta un campus universitario». Eppure ci si sperava. «Pensavo – spiega a ‘laRegione’ – che l’immissione di un campus universitario diffuso nella vecchia città europea – che era e resta negli obiettivi – fosse un elemento molto positivo per la vita della città. Di fatto, Urbino insegna. Le città medio piccole italiane o anche altrove, all’estero – come a Innsbruck – hanno fatto sì che, qualora fosse venuta meno la vita artigiana che sorreggeva la città storica, fosse rimpiazzata da attività culturali come l’insegnamento. Facendo in modo che fosse parte di un tessuto connettivo molto adeguato e importante. Da parte mia, io credo ancora adesso che sia una delle possibili crescite della città europea». Del resto, l’incontro fra università e centro urbano è quotidiano. «Occorre immaginare un campus universitario diffuso dentro questi centri a macchia di leopardo, che va ad alimentare ristoranti, bistrot, le parti anche più nascoste e intime della città. Walter Benjamin (filosofo e scrittore, ndr) parla degli angoli nascosti di Parigi, ed è un elemento di grande qualità urbana che a poco a poco stiamo perdendo».

‘Resta la soluzione ideale’

Agli occhi dell’architetto, insomma, «l’attività dispersa dei gruppi di studenti e delle facoltà non sono più grandi mammut, ma sono dislocate, come stiamo facendo anche noi a Mendrisio. Una realtà che si è arricchita, infatti, non solo della parte didattica: è nato un Archivio del Moderno, che ora è a Balerna, una Biblioteca che non è ancora stata inaugurata ma che ha preso possesso di Palazzo Turconi, nobilitandolo, e un Teatro dell’architettura. C’è quindi tutta una serie di eventi collaterali che, credo, non siano solo compatibili ma pure adeguati alla crescita dei nuclei urbani, che prima erano agricoli, poi sono diventati parzialmente artigiani e che poi erano dispersi». La conclusione è chiara: «La vocazione di una struttura universitaria all’interno di un campus diffuso nella città storica per me, ancora adesso, da un punto di vista teorico resta l’ideale. E questo indipendentemente dal fatto che succedano delle esasperazioni sia da un lato che dall’altro. Da cittadino mi sembra che sia una conquista quella dei piccoli borghi che diventano parte di un campus universitario».

‘Quando mi chiamava la polizia’

«Lei è del posto – Botta si rivolge alla cronista –. Ebbene, io le posso dire che già venti o venticinque anni or sono – dunque quando è nata l’Accademia, ndr – mi è capitato più volte di essere chiamato quando ero direttore. La polizia è sempre venuta a suonare alla mia porta chiedendomi di far presente al professore di abbassare la musica o ai ragazzi di fumare un po’ di meno (all’epoca lo si faceva, addirittura negli atelier)». Corsi e ricorsi storici, insomma. «La regola della vita civile è sempre stata sul margine della vita studentesca, quando vi sono queste accelerazioni di festa, di giubilo, di acquisizione di un risultato come un esame passato o la laurea – fa capire l’architetto –. Succedeva a Venezia, quando vi studiavo. Il mondo non è cambiato».

L’architetto Botta non vuole entrare nel merito di quanto è accaduto, ma esprime «massima comprensione» verso gli alunni. «La speranza e la certezza è che l’esasperazione, se c’è stata, è stata limitata», ci mette a parte. Ha saputo dei due arrestati? «Mi hanno informato in merito. Per fortuna siamo fuori dall’esasperazione dello straniero. Altrimenti ci sarebbe stato un acuirsi del disagio, peraltro immotivato. Gli studenti stranieri – chiarisce – sono i più legittimi nel seguire le norme e le leggi della convivenza civile». E allora una possibile lettura è che, «credo, sia un caso isolato. Anche se la consuetudine della fine dell’anno scolastico porta a queste cose. Da cittadino, io sono per la tolleranza». Guardando a questi due decenni? «Se faccio un bilancio di un anno o di vent’anni di Accademia a Mendrisio – ci risponde Botta – il voto è tutto favorevole. Anche se sono cresciute poche librerie, anche se forse la città non si è ancora resa conto che vivono lì 800 studenti e un centinaio di professori ogni giorno. Se questa non è ricchezza dei centri storici, allora lasciamoli morire».

L’inchiesta

Reati da ridimensionare

Sul fronte dell’inchiesta tutta l’attenzione è per il lavoro della procuratrice pubblica Pamela Pedretti. È a lei che è stato affidato un caso sul quale tutti si attendono chiarezza. Sarà importante capire, infatti, in modo esatto la dinamica di ciò che è accaduto lì al campus dell’Accademia di architettura: su un fronte le forze dell’ordine, sull’altro una ventina di studenti della facoltà. Un episodio sfociato nel ferimento di sette persone – sei poliziotti e un ragazzo – e nell’arresto di due giovani (uno dei quali tra i feriti). Raccolte le versioni dei fatti fornite dagli agenti, al momento sono stati interrogati solo il 26enne cittadino francese e il 29enne romando finiti in manette quella notte, quindi rilasciati qualche ora dopo. Poi non si è mosso più nulla: del resto la situazione è resa delicata proprio dai racconti contrastanti di istituzioni e alunni dell’ateneo. Diciamo pure che le cose sono state un po’ ingigantite, lascia intendere, da noi interpellata, Felicita Soldati, avvocata, patrocinatrice del 26enne francese. In effetti, la lista dei reati contestati dalla polizia è lunga e pesante: si parla di aggressione, lesioni semplici, vie di fatto, violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari, impedimento di atti delle autorità, sommossa. Di sicuro, una volta acquisiti tutti gli elementi utili, le accuse verranno ridimensionate, ci rende attenti. Di fatto non sussistono tutti i reati ipotizzati sin qui, esplicita. Nella giornata di lunedì la legale ha visionato alcuni filmati con il suo cliente: non si vedono lanci di oggetti verso gli agenti o atti di violenza nei loro confronti. Si nota per contro, annota, i giovani molto turbati e preoccupati, in particolare per il loro collega (il 26enne, ndr) con il volto sanguinante. Da più parti, dunque, urge la necessità di farsi strada tra la confusione e la concitazione del momento. E se, da un lato, ci fa comprendere, gli studenti possono aver sbagliato nel tenere la musica ad alto volume e festeggiare a notte inoltrata (e lo hanno ammesso), e dall’altra gli agenti sono chiamati a fare il loro lavoro; ecco che per trovare un punto di contatto (e non di scontro) serviva con tutta probabilità un po’ più di tolleranza. Soprattutto per cogliere le ragioni dell’euforia di ragazzi giunti al loro traguardo dopo un periodo reso complicato dalla pandemia. Dispiace per questa situazione, conclude Soldati. Perché gli allievi non se lo meritavano.

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