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Tra la fine di luglio e il 28 ottobre dell'anno scorso (archivio Ti-Press)
07.05.21 - 16:26
Aggiornamento: 17:42

Era referente del traffico di cocaina a Mendrisio, condannato

Alla sbarra un 22enne. La Corte gli ha inflitto 3 anni e 6 mesi per vendita e detenzione di oltre un chilo di sostanza stupefacente

Non è stato «un semplice venditore» ma «il punto di riferimento locale del suo capo» il 22enne albanese comparso stamattina davanti alla Corte delle Assise criminali di Mendrisio per rispondere di infrazione aggravata e contravvenzione alla Legge federale sugli stupefacenti, riciclaggio di denaro e infrazione alla Legge federale sugli stranieri. Nel corso della scorsa estate nelle mani del giovane è passato oltre un chilo di cocaina: 917 grammi sono stati venduti a consumatori della zona, mentre i rimanenti 186 grammi sono stati trovati sulla sua persona e nascosti presso il parco Canavee il giorno dell’arresto, il 28 ottobre dell’anno scorso. Il giudice Amos Pagnamenta lo ha condannato a 3 anni e 6 mesi di detenzione, gli ha inflitto una multa di 100 franchi per la contravvenzione e lo ha espulso per 7 anni dalla Svizzera.

‘Volevo aiutare la mia famiglia’

L'attività di spaccio in Ticino del 22enne è iniziata nel luglio scorso. «Ho cercato lavoro ma non l'ho trovato anche perché c'era il virus – ha spiegato in aula rispondendo al giudice –. Poi mi è arrivata questa occasione, so che era sbagliato, ma ero disperato e volevo aiutare la mia famiglia». Per sua stessa ammissione, l'imputato è attivato nel Mendrisiotto «solo a vendere stupefacente e solo per aiutare la famiglia e non per finanziare il mio consumo». La sostanza, come si evince dall'atto d'accusa firmato dal procuratore pubblico Moreno Capella, è stata venduta a Mendrisio e in altre non meglio precisate località del Cantone. Compito del 22enne era quello di «confezionare le palline, non tagliavo la droga». Il denaro ottenuto con le vendite, stimato in 105mila franchi, veniva depositato nel bosco – «il capo mi indicava dove lasciarlo» – e veniva in seguito recuperato da altri membri dell'organizzazione che gestiva il traffico.

L'accusa: ‘Un modello collaudato’

L'accusa ha chiesto una condanna a 4 anni di detenzione. Quello esaminato in aula, ha spiegato Capella, «è un modello collaudato, con una persona che dall'ignoto governa l'attività sul nostro territorio facendo capo a una messaggistica criptata. Chi sta al di sopra di queste persone (l'imputato e altri due spacciatori citati nell'atto d'accusa contro i quali il Ministero pubblico si esprimerà quando la sentenza odierna crescerà in giudicato) opera a tutela della sua incolumità verso la giustizia svizzera, assume, recluta in loco e invia sul territorio dove intende avere guadagni infrangendo le norme». Quella dell'imputato, ha aggiunto il rappresentante dell'accusa, «non è la figura di un semplice venditore, ma di referente sul territorio che accoglie i nuovi venuti e dà loro assistenza logistica, è responsabile del recupero e del confezionamento dello stupefacente prima di consegnarlo ai cavallini». Una colpa «grave, tendente al molto grave» visto che il 22enne «ha deliberatamente scelto di porsi dall'altra parte, dato che in Italia ha lavorato e dimostrato che è in grado di guadagnare in modo lecito».

La difesa: ‘Costretto a una scelta sbagliata’

La difesa, rappresentata dall'avvocato Sofia Padlina, si è invece battuta per una condanna non superiore ai 24 mesi, di cui 8 da espiare. «Ha fatto una scelta sbagliata della quale si è pentito subito, ma si è visto costretto a una scelta sbagliata per dare aiuto alla famiglia». La legale ha messo l'accento sulla «collaborazione piena» fornita sin dal primo verbale («dove ha ammesso i quantitativi di droga poi riportai nell'atto d'accusa»). «I fatti sono certamente gravi, ma ha riconosciuto le sue responsabilità. Si tratta di uno dei tanti giovani albanesi assodati da trafficanti di droga» che aveva il ruolo di «spacciatore anziano che, su indicazione del capo in Albania, doveva inserire le nuove leve prima di rientrare in Patria». L'imputato ha infatti affermato che avrebbe lasciato la Svizzera due giorni dopo essere arrestato. Spiegazione che non ha convinto né il giudice né il procuratore. «Era in Svizzera per commettere un'attività non giustificata e ha terminato solo perché è stato arrestato», ha concluso il giudice.

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