laRegione
23.03.18 - 05:50

Quattro passi in Città con Carlo Croci

Dal Turconi (l'Accademia) a San Martino (e lo svincolo), passando per i nodi pianificatori e le aggregazioni. Ovvero 24 anni da sindaco a Mendrisio

di Daniela Carugati
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Carlo Croci (Ti-Press/Crinari)

A spasso per Mendrisio con Carlo Croci un sabato qualunque: in questi anni non è capitato spesso (soprattutto a noi giornalisti). E allora perché non rileggere una vita da sindaco – ancora poche ore e appenderà la carica definitivamente al chiodo, passando il testimone al suo subentrante in Municipio, Paolo Danielli – attraverso i luoghi. Un ‘viaggio’ a tappe che dice molto della politica che ha caratterizzato gli ultimi 24 anni della ‘regia’ Croci e di quella che, oggi, è una Città.

La prima ‘fermata’ è quasi obbligata: Palazzo Turconi, già Obv, oggi sede (la prima) dell’Accademia di architettura. In fondo la ‘svolta’ di Mendrisio inizia qui. Giusto?

È stato il momento più significativo. Ed è anche il ricordo più bello di tutta la mia carriera politica, pur avendone tanti belli. Di fatto è stata una combinazione di fattori: alla mia prima seduta da vicesindaco – il sindaco di allora si era dimesso – mi trovai fra le mani la lettera del Dipartimento dell’educazione che ci informava di aver elaborato degli studi di fattibilità per l’insediamento dell’università in Ticino; e tra i tanti siti esaminati vi era pure Mendrisio (collegato all’Obv). E lì fu un buttarsi a capofitto: unico, incredibile.

Insomma, la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto.

Ma poi non abbiamo lasciato nulla di intentato. E l’Accademia è arrivata, e con lei l’Università della Svizzera italiana. L’ho rievocato più volte ultimamente – tant’è che Giorgio Giudici (già sindaco di Lugano, ndr) mi ha chiamato –: ci fu quella stretta di mano fra noi, da soli, a Palazzo comunale a Lugano: io, economista, che chiedevo l’Accademia e lui, architetto, che chiedeva la facoltà di Scienze economiche. Quello scambio fu un reciproco impegno ad andare avanti insieme. Poi vennero gli incontri con Buffi, Dell’Ambrogio, tutte le varie fasi della candidatura, con l’intento di costruire il consenso dopo la bocciatura popolare di qualche anno prima del Cusi (Centro universitario Svizzera italiana). Credo di aver influito su questa scelta, ecco perché, tra i ricordi, è il più importante. L’altro ricordo magnifico è aver costruito la Città: Salorino dapprima, poi 5 Comuni nel 2009, e gli altri 3 nel 2013, andando a comporre una Città di 10 Comuni.

Altro passaggio cruciale?

È stato un grande momento di vita locale, prossimità, relazioni, anche di ascolto. Perché c’erano i favorevoli, ma pure i contrari. Insomma, se quello dell’Università è stato un progetto di crescita infrastrutturale, quello dell’aggregazione è stato un grande esercizio di democrazia.

L’Accademia di architettura ha contribuito, in un certo senso, a emancipare Mendrisio?

Il polo accademico ha creato una centralità su Mendrisio, favorendo un consenso anche dei Comuni della cintura, che hanno accettato poi un discorso di aggregazione. È la prima volta che sento parlare di emancipazione, ma ci sta come ragionamento. L’Accademia ci ha fatto diventare un po’ più grandi. Decisamente. Lo intuivamo e ci chiedevamo: Mendrisio cittadina universitaria, cosa vorrà mai dire? Ecco l’Accademia ha dato importanza al Comune nel Paese.

E ha fatto da volano alla Supsi.

Indubbiamente. L’arrivo della Supsi, con il suo Dipartimento di architettura, costruzione e design è strettamente collegato alla presenza dell’Accademia, perché le due tipologie di formazione potranno far capo a una serie di servizi comuni e creare davvero un centro delle eccellenze per gli studi legati al territorio e alle costruzioni. Certo ha contribuito anche l’acquisito strategico da parte della Città dei sedimi alla stazione. In quel caso, come per l’Usi, il Consiglio comunale ha detto sì prima che ci fossero le necessarie autorizzazioni a livello cantonale. Quindi in due occasioni abbiamo avuto un legislativo estremamente capace di comprendere la visione sul tavolo. Del resto, posso dire che in questi anni nel dibattito, talvolta anche acceso, con il legislativo abbiamo sempre trovato una collaborazione e una coesione.

Alla lungimiranza dell’esecutivo, insomma, ha fatto da controcanto il coraggio del legislativo. Si è osato?

Certo. Credo di aver trovato sempre tra i colleghi di Municipio e legislativo delle persone che, seppur con opinioni diverse, sono state disponibili ad ascoltare e a condividere le scelte dell’esecutivo.

Quanto si può dire che l’Accademia faccia parte di Mendrisio e Mendrisio dell’Accademia? Non si è faticato a far incontrare ateneo e Città?

L’Accademia è arrivata a Mendrisio in punta di piedi. Si è comportata sempre delicatamente; ha prima occupato il Turconi e successivamente con gli acquisti dei sedimi a Canavée ha potuto costruire il corpo principale per gli studi. Ha sempre proposto progetti che, dopo qualche tempo cambiavano, ma siamo sempre riusciti a trovare le soluzioni. L’ultima testimonianza è il Teatro dell’architettura: ci sono voluti più di 10 anni dal primo pensiero alla realizzazione. E se penso a Canavée e al Teatro, sono strutture bellissime. Possiamo solo portare rispetto nei confronti dell’Accademia. Certo, qualche volta tra gli studenti e la popolazione gli animi si sono un po’ surriscaldati, ma fa parte delle cose belle di una cittadina che vuole crescere. E da una parte e dall’altra tutti hanno tratto degli insegnamenti. Racconto la mia esperienza: uno dei momenti più forti risale a tanti anni fa, quando gli studenti seppero della morte di Panos Koulermos – era il 1999, ndr – uno dei grandi architetti del mondo venuto a insegnare a Mendrisio e amatissimo dai ragazzi. Faceva ancora parecchio caldo e gli alunni si radunarono sulla scalinata del Turconi e vegliarono tutta la notte con delle fiaccole accese. Io feci parte, per un certo periodo, di quella veglia: fu un momento particolare.

Qui al Turconi non si può non rammentare come per taluni – penso alla Stan (Società ticinese per l’arte e la natura) che ha fatto resistenza ad alcuni dei progetti presentati dall’Accademia di architettura –, l’approccio dell’ateneo sia stato vissuto un po’ come una ‘occupazione’ del territorio. Si è temuto che potesse diventare una presenza ingombrante?

Non sono, forse, la persona più adatta per commentare questa opposizione, atavica, che la Stan ripropone nel contesto dell’Accademia e forse anche delle attività promosse dal suo iniziatore (Botta, ndr). Talvolta posso comprendere che vi sono delle ragionevolezze, almeno nel proporre degli argomenti e nel volerne discutere, altre volte non intravedo questa stessa ragionevolezza. Per cui preferirei non andare oltre.

Anche perché un impegno chiama. Prima di smettere la veste istituzionale c’è un matrimonio (l’ultimo) da celebrare (il giorno in cui abbiamo incontrato Croci, ndr). Luca e Federica hanno addirittura anticipato la data per farsi sposare dal (vecchio) sindaco. La corsa in auto elettrica a Palazzo comunale, un cambio giacca al volo – «in questi anni – confida – ho sempre tenuto una giacca, una camicia e una cravatta di riserva in ufficio per ogni evenienza» –, gli sposi con i parenti al seguito aspettano già nella Sala dei matrimoni. Un’ultima istantanea da appendere sull’album dei ricordi da sindaco.

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