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24.10.22 - 18:44
Aggiornamento: 25.10.22 - 10:02

Sassi contro Palazzo di giustizia, si dibatte sulle cure

La Corte delle Assise criminali di Lugano chiamata a giudicare un 30enne per tentate lesioni gravi. Resta da capire se l’incarto è completo o no.

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archivio Ti-Press
Palazzo di giustizia

Dovrà aspettare ancora qualche giorno per sapere se verrà curato con un trattamento stazionario o con una misura ambulatoriale e se verrà scarcerato il 30enne del Luganese comparso oggi davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano per rispondere di tentate lesioni gravi (sub. tentate lesioni semplici); minaccia, danneggiamento aggravato e furto di poca entità. L’istanza presentata dal Procuratore pubblico Pablo Fäh chiede una misura stazionaria. L’avvocato Filip Cerimanovic, legale dell’imputato, ha sollevato diverse problematiche che hanno spinto il giudice Mauro Ermani a sospendere il dibattimento per «capire se l’incarto è maturo per poter prendere una decisione». Se la Corte stabilirà che sono necessari ulteriori accertamenti, la carcerazione di sicurezza del 30enne, che terminerà nei prossimi giorni, dovrà essere prorogata. La Corte comunicherà la sua decisione nei prossimi giorni.

Sassi contro la vetrina di Palazzo di giustizia

I fatti che hanno portato l’uomo in aula risalgono al 4 marzo di quest’anno. «Sono uscito per manifestare contro le ingiustizie che ho subito – ha detto in aula –. Ho tirato i sassi – e infranto le due vetrate – seguendo i miei ragionamenti illogici: il palazzo dove sono stato condannato era questo». Nel 2018 il 30enne era infatti stato condannato a 3 anni e 3 mesi per tentato omicidio. Prima di accanirsi contro Palazzo di giustizia, l’uomo si è recato nello studio del suo avvocato di allora. Come si legge nell’istanza, ha cercato di aprire la porta in vetro infrangibile colpendola a più riprese con un bastone («lo avevo in casa, la maglietta con il messaggio l’ho attaccata con lo scotch»). Dopo che un impiegato di una società gli ha aperto la porta, l’imputato ha colpito e distrutto una foto incorniciata appena nell’atrio, chiedendo – senza esito – di vedere l’avvocato e abbandonando poi i locali. Il 30enne è stato arrestato a Vezia, dove ha sottratto una bibita. Nell’allontanarsi («non sono scappato») alcuni testimoni lo hanno sentito parlare di ‘immunità diplomatica’. Già due giorni prima dei fatti, aveva commesso un furto in un supermercato, annunciando alla commessa che non avrebbe pagato e dicendole di parlare con il Cantone o il Governo". L’uomo è poi stato ricoverato a Mendrisio. «Volevo andare in un posto dove sapevo che non avrei fatto altre stupidate».

L’esito della perizia

La perizia psichiatrica ha stabilito che l’uomo soffre di un disturbo paranoide e di un delirio di tipo persecutorio. Dall’arresto assume antipsicotici di seconda generazione. Come citato nell’istanza, "viene rilevato che il trattamento adeguato per la patologia da cui è affetto è di tipo stazionario, e ciò preliminarmente per valutare l’adeguatezza e mettere in atto una terapia farmacologica necessaria al contenimento". Il tutto per un periodo di "almeno 6 mesi-un anno". Sarà poi necessario "impostare un trattamento farmacologico nella forma del depot". Una conclusione a cui il procuratore pubblico si è associato, ritenendo «prematuro» il passaggio a un trattamento ambulatoriale.

‘Misura ingiustificata e sproporzionata’

Per la difesa, invece, il trattamento stazionario è «una misura ingiustificata e sproporzionata – ha sottolineato l’avvocato Cerimanovic, chiedendo anche un’equa indennità per ingiusta carcerazione –. Se ritenuto necessario, un trattamento ambulatoriale è più che sufficiente». Questo perché, secondo la tesi difensiva, quel giorno il 30enne – e lo dimostrerebbero le didascalie di due video postati sui social – «voleva solo protestare sventolando la bandiera bianca in suo possesso. È andato dall’avvocato per una semplice coincidenza, e non per aggredirlo ma per parlarci come aveva già fatto in passato». L’unico obiettivo dell’imputato era quello «di dimostrare che l’esercito aveva sbagliato, non ha mai pensato di farsi giustizia da solo». A segnare il cambiamento di comportamento del giovane sarebbe infatti stato un problema di salute durante il servizio a Davos.

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