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01.09.22 - 14:41
Aggiornamento: 18:07

‘Non solo non è jihadista, ma forse neanche musulmana’

Continua in aula l’arringa dell’avvocato Daniele Iuliucci, con critiche alla gestione del caso da parte delle autorità cantonali e federali e dell’Mpc

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Ti-Press
Siamo al terzo giorno di processo a Bellinzona

«Non fu un attentato terroristico, non ha una convincente motivazione jihadista. Non ci troveremmo qui se l’imputata non avesse blaterato di Isis dopo l’aggressione». Decisamente distante da quella della procuratrice federale Elisabetta Tizzoni, la versione dell’avvocato Daniele Iuliucci. Alla luce, fra l’altro, dei falsi contatti con il jihadismo, secondo il legale della difesa della 29enne autrice del duplice accoltellamento alla Manor di Lugano, la sua assistita è una «donna con evidenti problematiche mentali» e «parlare di terrorismo è irrispettoso nei confronti di chi il terrorismo lo ha davvero visto».

Iuliucci ha iniziato la sua lunga arringa ricordando i principali attentati terroristici in Europa: dal Bataclan di Parigi nel 2015 a Nizza nel 2016, dal concerto di Ariana Grande a Manchester al ponte di Westminster di Londra entrambi nel 2017, dal mercato di Natale di Berlino nel 2016 agli attacchi di Bruxelles nello stesso anno. «Il 24 novembre 2020 di terrorismo non si parla più da un po’. Del resto al-Qaida e Stato Islamico non sono più un problema in Europa da almeno tre anni». È in questo contesto che avvengono i fatti, che l’avvocato ripercorre dichiarando che «una donna ha aggredito un’altra donna». «Ma nessuno fugge. Nessuno pensa allo Stato Islamico». Eppure interviene la Polizia federale, «viste le frasi confuse pronunciate».

Critiche alle autorità cantonali e federali

Al «marasma di sensazionalismo mediatico», come lo definisce Iuliucci, si arriva sostanzialmente a un «gravissimo pregiudizio indotto dalle autorità» federali e cantonali. L’avvocato ricorda, stigmatizzando, infatti che è stata la Polizia giudiziaria federale a «far scoppiare la bomba mediatica» su Twitter, la sera stessa dei fatti, dichiarando che la 29enne era stata già precedentemente indagata dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) nel 2017 dopo che è stata fermata in Turchia tentando di introdursi in Siria per unirsi all’Isis. «Nel 2017 però era stato emesso un non luogo a procedere, l’Mpc capì di avere a che fare con una persona mentalmente invalida alla quale nel 2018 è stata poi riconosciuta un’indennità di invalidità al 100%». Iuliucci ha criticato anche le autorità cantonali, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, quest’ultimo per aver tempestivamente pubblicato sul proprio blog personale un post relativo alla notizia.

‘La confessione non può essere prova acritica’

Per il fatto che si sia parlato fin da subito di atto terroristico, la difesa incolpa dunque l’autorità, criticando tuttavia anche l’operato dell’Mpc. «Le confessioni non sono state oggetto di sufficiente approfondimento. La confessione non può essere valutata come una prova acritica. Non è stata adeguatamente valutata la credibilità delle dichiarazioni dell’imputata, che ha una chiara tendenza a mentire, ingigantire, lavorare di fantasia. I deliri sono talmente frequenti, che non valgono neppure la carta sulla quale sono scritti. Fin dal primo interrogatorio ha palesato i suoi problemi psichiatrici, i limiti mentali e l’assenza di fede islamica. Tutti i verbali sono stati estremamente difficili da condurre in modo logico, infarciti di elementi assurdi e sproloqui. Ha parlato di atti preparatori per attentati a New York, a Roma. Ma dove sono? La preoccupazione di essere ritenuta pazza ha portato l’imputata a inventarsi un mondo che non esiste. E questo, oltre alla sua generale incoerenza, non giova alla sua credibilità».

Non jihadista, ma forse neanche musulmana

Il difensore, oltre a ritenere che la sua cliente non abbia alcun legame con il jihadismo, mette seriamente in dubbio che la donna si sia effettivamente convertita all’islam. «Si sarebbe convertita quando era ancora minorenne, prima a Lugano e poi ad Abbiategrasso (Lombardia, ndr), a suo dire. Tuttavia, ricordiamo che il diritto islamico permette la conversione ai minorenni solo con il permesso dei genitori. L’imam di Lugano inoltre non la conosce, spiega che l’imputata non frequenta la comunità islamica e non si ricordano conversioni di minori da almeno vent’anni in Ticino. Non ha preso un nome musulmano. Non prega, non indossa il velo, non frequenta moschee, non conosce i precetti fondamentali della religione. Non ci sono prove quindi della conversione».

Il nocciolo della questione, dunque risiederebbe nei problemi psichici della donna. «È dopo aver smesso di assumere farmaci che ha iniziato a sentire voci, diventate poi delle allucinazioni vere e proprie».

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