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03.09.22 - 09:05

Tra guerre, peste e siccità finisce l’era delle fortezze

Pietro Montorfani, responsabile della Biblioteca Salita dei Frati, ci accompagna nella storia del Basso Medioevo, in vista della festa di Redde

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Se ne parlerà a Tesserete

La festa di Redde, che si terrà da oggi al 10 settembre sulla collina di san Clemente, dove una volta sorgeva l’omonimo villaggio, è l’occasione di ripercorrere la storia e soprattutto il contesto politico sociale della regione e del Ticino nel Basso Medioevo. Ne abbiamo parlato con lo storico Pietro Montorfani, ex responsabile dell’Archivio storico della Città di Lugano, attualmente responsabile della Biblioteca Salita dei frati, che martedì 6 settembre alle 20.15 all’oratorio di Tesserete, parlerà del Luganese nella seconda metà del XV secolo. Come noto, la celebrazione è a carattere medievale, si svolgerà nei pressi della chiesa si san Clemente e della torre, attorno alla quale sorgeva il piccolo borgo abbandonato verso il 1’300.

Comincerei dal titolo della conferenza, per chiederle: qual è il filo conduttore del suo intervento?

Dato il contesto nel quale si inserisce la mia relazione, quello di un’associazione che con grandi meriti tiene viva la memoria di una torre medievale, ho pensato di dedicare un piccolo approfondimento al secolo (il Quattrocento) che in modo burrascoso ha chiuso per sempre l’epoca dei castelli nella nostra regione. Ripercorrerò quindi le lotte politiche tra guelfi e ghibellini, tra i Sanseverino e i Rusca, che hanno insanguinato il Luganese in quei decenni, prima dell’arrivo degli Svizzeri e della loro pace imposta dall’alto a noi litigiosi ticinesi.

Com’era e quali sono le caratteristiche principali del Luganese nell’ultimo secolo del Medioevo?

La chiave di lettura principale è il nostro rapporto con Milano: prima sotto il dominio dei Visconti (fino al 1447) poi, dopo la breve parentesi della Repubblica Ambrosiana (1447-50), sotto quello degli Sforza (1450-98). Il cambiare degli equilibri a sud aveva sempre delle ripercussioni presso di noi, sovente anche drammatiche. Ma il Quattrocento è anche un secolo affascinante dal punto di vista delle autonomie locali: all’inizio del secolo il Sottoceneri si stacca definitivamente da Como, poi il Luganese e il Mendrisiotto si separano, insomma inizia a intravedersi la fisionomia territoriale che conosciamo, e che la
conquista confederata ha di fatto congelato fino a oggi.

Chi detiene il potere in quel periodo?

Il Luganese era una terra ambita e offerta dai Duchi ai loro feudatari in cambio del loro aiuto sui molti fronti bellici della Penisola. Feudatari che spesso non risiedevano nella regione, ma mandavano luogotenenti e vicari, non sempre di specchiata moralità. La popolazione soffriva e le comunità locali facevano di tutto per cercare di ottenere una dipendenza diretta da Milano, cercando di bypassare gli intermediari. Ci riuscirono soltanto sul finire del secolo, ma oramai i giochi erano fatti e le guerre d’Italia, con la calata dei Francesi e degli Svizzeri a sud delle Alpi, sarebbero giunte a cambiare per sempre il destino della regione (la parabola involutiva di Ludovico il Moro è l’esempio lampante di questa crisi).

Quali sono i fatti principali che contraddistinguono il secolo nella regione?

Se astraiamo dalle tensioni politiche, che caratterizzavano quasi ogni famiglia perché tutti si riconoscevano nell’uno o nell’altro fronte, e tutti erano toccati da quella che potremmo chiamare una guerra civile a intermittenza (pensiamo ai rapporti molto tesi tra Sala e Ponte Capriasca, per restare in zona), i grandi fatti del secolo sono ancora di natura drammatica: innanzitutto il ciclico ritornare della peste, che davvero non ha lasciato in pace i nostri antenati. Nel solo 1486 morirono nel borgo di Lugano 250 persone, cioè oltre il dieci per cento della popolazione. Se aggiungiamo le carestie e gli scompensi climatici –
nel 1493 ci fu una siccità mai vista, tre mesi consecutivi senza pioggie – il quadro è completo. Ma spesso nella Storia ai grandi drammi si associano grandi capolavori, come la Chiesa di Santa Maria degli Angeli che proprio in quegli anni inizia a sorgere alla porta sud del borgo.

Si possono azzardare parallelismi tra la peste che colpì anche alle nostre latitudini, con la pandemia di Covid?

I parallelismi sono sempre affascinanti quanto rischiosi. Diciamo che la lettura del nostro passato ci insegna innanzitutto a restare umili, perché ci ricorda che nonostante l’indiscutibile evoluzione scientifica e tecnologica degli ultimi secoli, ci sono dei tratti che non cambiano nell’esperienza umana sulla terra. La nostra fragilità è una di queste costanti, e possiamo soltanto illuderci di averla in qualche modo risolta. Nello specifico, se leggiamo una testimonianza preziosa come la Cronaca quattrocentesca di Niccolò Maria Laghi, che era un medico e aveva, per quanto possibile, cognizione di causa, vediamo che
i picchi di peste corrispondevano alla stagione invernale (come per il Covid) e che anche allora si dava molta importanza al cosiddetto "paziente 0", con tanto di nomi e cognomi. All’epoca c’era forse più superstizione (sottolineo il forse) e una devozione diversa da quella di oggi: la cappella luganese di Santa Maria delle Grazie, nella cattedrale di San Lorenzo, fu costruita proprio per un ex voto della comunità sopravvissuta alla peste.

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