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30.08.22 - 12:40
Aggiornamento: 01.09.22 - 12:16

Accoltellamento Manor, ‘lo rifarei, ma non in Svizzera’

L’imputata cambia leggermente versione al secondo giorno processuale, sostiene che tornando indietro tenterebbe nuovamente di uccidere, ma in Siria

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Due donne ferite, una gravemente

«Lo rifarei, ma non in Svizzera». Cambia, leggermente, versione dei fatti l’imputata al processo per il duplice accoltellamento alla Manor di Lugano del 24 novembre 2020. Dopo aver dichiarato durante l’interrogatorio di ieri che se tornasse indietro, rifarebbe nuovamente ciò che ha commesso, ossia tentare di uccidere due donne, sollecitata dai suoi legali oggi ha fornito una spiegazione diversa su questo delicato punto.

Innamorata di un jihadista

«In Svizzera non lo rifarei, ma in un altro Paese sì – ha detto –. Sarei partita, li avrei raggiunti e avrei fatto lì quel che ho fatto alla Manor di Lugano». L’allusione è ai contatti che aveva stabilito tramite Facebook e WhatsApp con due jihadisti siriani e coi quali per anni si è scambiata migliaia di messaggi. Di uno dei due, a suo dire fratelli, in particolare si era innamorata e avevano intrecciato una sorta di relazione sentimentale a distanza. La 29enne ha effettivamente cercato di raggiungerla, la Siria, nel 2017, venendo tuttavia bloccata dalle autorità turche poco prima del confine e rispedita in Svizzera dove poi è stata arrestata direttamente all’aeroporto di Zurigo.

‘Aveva detto che non l’avrebbe rifatto’

Una versione dei fatti dunque leggermente modificata, ma che in realtà, a detta degli avvocati difensori Daniele Iuliucci e Simone Creazzo, sarebbe una terza versione dato che precedentemente al processo l’imputata avrebbe anche dichiarato che no, tornando indietro non avrebbe rifatto quanto fatto. Aspetti, questi, che probabilmente verranno approfonditi durante l’arringa in programma giovedì, così come la requisitoria. Oggi, invece, era in programma solo l’interrogatorio alla dottoressa Alessandra Canuto, che ha effettuato la seconda perizia psichiatrica un anno dopo quella del dottor Carlo Calanchini, sempre su mandato del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). Un secondo, breve, interrogatorio dell’imputata non era dunque previsto, ma è stato richiesto dalla difesa, proprio per chiarire alcuni aspetti relativi ai due contatti siriani della donna.

Ha mandato 18’000 franchi in Siria

E proprio questo rapporto è all’origine dell’estensione delle accuse nei confronti della 29enne da parte dell’Mpc. Come ha dichiarato ieri, l’imputata ha infatti inviato circa 18’000 franchi ai due in Siria, soldi che sarebbero coscientemente stati destinati alla guerra. Denaro risparmiato, in parte con l’esercizio (illecito) della prostituzione e in parte grazie alle indennità dell’assistenza sociale prima e alle rendite d’invalidità poi. Di fronte a tali dichiarazioni, la procuratrice federale Elisabetta Tizzoni ha esteso dunque le imputazioni al reato di sostegno nonché ripetuto finanziamento di terrorismo, in concorso con il reato di violazione della Legge federale che vieta i gruppi al-Qaida e Stato Islamico nonché le organizzazioni associate.

Le perizie psichiatriche concordano...

Tornando alla seconda perizia, Canuto – alla quale era stato chiesto un complemento peritale concernente soprattutto gli aspetti legati all’esecuzione di eventuali misure e ai trattamenti da prescrivere all’imputata – sostanzialmente concorda per sommi capi con Calanchini. «Le due diagnosi non dimostrano grandi differenze – ha detto alla Corte del Tribunale penale federale di Bellinzona, presieduta da Fiorenza Bergomi –. Non ci sono grandi margini di lavoro sulla coscienza del reato commesso, sull’empatia. Non ci sono stati fenomeni né di pentimento né di rimorso rispetto a quanto successo». Canuto ha però riscontrato dei «piccoli segnali»: la 29enne si è dimostrata meno oppositiva, ha stretto legami con altre detenute e iniziato una formazione in carcere. Inoltre, negli ultimi mesi al disturbo psicotico si sarebbe aggiunta «una componente più affettiva», aggiungendo così un disturbo schizoaffettivo alla diagnosi.

... ma non sul luogo di espiazione della pena

Sostanzialmente ‘dettagli’ clinici, è stato detto. Canuto e Calanchini non concordano invece sull’espiazione della pena. Di base entrambi gli esperti ritengono che ci voglia un trattamento stazionario chiuso, visto anche il rischio di recidiva medio-alto, ma se per Calanchini è sufficiente anche il penitenziario cantonale a Lugano, per Canuto non è così: «Alla terapia è necessario abbinare un trattamento chiuso con approccio psico-affettivo. In Ticino non credo esistano strutture con un approccio sufficientemente largo e globale. Alla Stampa il servizio psichiatrico esegue misure essenzialmente di tipo ambulatoriale. Meglio una presa a carico multidisciplinare». Pertanto, Canuto consiglia o il carcere per detenuti psichiatrici pericolosi Curabilis nel canton Ginevra o il penitenziario femminile di Hindelbank, nel canton Berna.

Giovedì si procederà con requisitoria e arringa, il 19 settembre è invece prevista la sentenza.

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