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29.08.22 - 14:39
Aggiornamento: 15:36

‘Se potessi tornare indietro lo rifarei, ma meglio’

Accoltellamento Manor: prosegue al Tpf con l’interrogatorio all’imputata, che non rinnega le proprie convinzioni radicalizzate, il processo alla 29enne

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Ti-Press
Agenti sul posto la sera di quel drammatico 24 novembre

«Se potessi tornare indietro? Sì, lo rifarei. Ma meglio, con dei complici». Parole taglienti come quelle della lama da 22 centimetri che ha usato per accoltellare due donne, per fortuna non a morte, alla Manor di Lugano quasi due anni fa. Non sembra mostrare né pentimento né dispiacere la 29enne accusata di ripetuto tentato assassinio. Di fronte a nulla. Di fronte alla Corte del Tribunale penale federale di Bellinzona sta ripercorrendo quanto commesso, incalzata dalla presidente della Corte Fiorenza Bergomi e dai giudici a latere Roy Garré e Monica Galliker. Di fronte alle immagini dell’arma utilizzata e delle ferite provocate. Di fronte al video, trentaquattro interminabili secondi durante i quali non si vede l’aggressione direttamente, se non poco chiaramente in un riflesso, ma appare evidentemente la concitazione al quinto piano dei Grandi Magazzini, la gente che fugge.

‘Le foto non mi fanno effetto’

Non ha indietreggiato di fronte a niente, anzi. «Non ho nulla da dire, solo che Allah è grande – ha replicato a Bergomi, che le ha chiesto conto di quanto fatto –. Le foto non mi fanno assolutamente nessun effetto. Io rimango della mia idea, lo rifarei meglio e con dei complici. Avrei voluto procedere il 24 dicembre, ma ci sarebbe stata più gente e più polizia». In aula è stato ripercorso dettagliatamente quel giorno, dallo shopping al centro commerciale al sopralluogo alla Manor un’oretta prima di colpire. Ha spiegato poi la scelta dell’orario e del negozio. Rispettivamente: «C’è gente, ma non troppa, avrei potuto scappare facilmente»; «alla Manor di Vezia conosco alcune persone, ci fanno la spesa i miei familiari, gli ex compagni di scuola, non avrei voluto colpirli anche se sono miscredenti».

Perché l’ha fatto? ‘Per dimostrare che non solo gli uomini sono capaci di compiere atti terroristici’

Un colpo ben studiato dunque, al quale avrebbero dovuto prendere parte anche dei presunti complici, che tuttavia la procuratrice federale Elisabetta Tizzoni non è riuscita a rintracciare. «Era da anni che volevo fare qualcosa». «Perché?», le ha chiesto Bergomi. «Per dimostrare a chi amo che non sono solo gli uomini capaci di compiere un atto terroristico». E chi ama la 29enne è un siriano, uno dei due coi quali era in contatto, affiliati all’Isis e coi quali era in contatto su social come Facebook e WhatsApp, coi quali si è scambiata migliaia di messaggi e che erano a conoscenza di quanto pianificava. Ma che l’avrebbero sconsigliata, visto il rischio di agire da sola. Proprio tramite loro sarebbe avvenuta la radicalizzazione e non a causa dell’ex marito, un cittadino afghano. Quello del quale si era invaghita le aveva persino mandato dei video «per mostrarmi come eliminare i miscredenti».

La Guerra santa? ‘È una cosa fantastica’

«Ho cercato contatti nel 2015/2016 – ha spiegato –. Volevo vedere che cos’era lo Stato Islamico, prima mi sono collegata ad Hamas, poi a Hezbollah. Ci ho messo mesi a trovare questi contatti (i due siriani coi quali poi è rimasta in contatto, ndr). Con uno di loro poi ho avuto una relazione a distanza. Loro mi hanno spiegato cosa significa vivere e morire per Allah, cos’è la Guerra santa. È una cosa fantastica». «Sono tuttora le sue convinzioni» ha chiesto la giudice? «Sì». Convinzioni che l’hanno portata a partire per la Siria, ricevendo consigli dai suoi contatti sull’organizzazione del viaggio. «Mi sono innamorata, non avevo paura dei pericoli. Sono partita in bus per Milano, da lì in aereo per Istanbul. In Turchia ho trascorso una notte in hotel e sono partita all’alba pagando 2’700 euro al tassista per portarmi a Kilis (città turca al confine con la Siria, ndr)». Da lì ha cercato di entrare nel Paese in guerra due volte, fallendo entrambe le volte e venendo arrestata perché aveva rifiutato di mostrare i documenti alle autorità turche. Sono seguiti il rimpatrio e l’arresto all’aeroporto di Zurigo, era il dicembre del 2017.

‘Pensavo non fosse abbastanza una sola vittima’

Radicalizzata da anni dunque, il 24 novembre 2020 l’attacco terroristico alla Manor, raccontato con una facilità disorientante. «Avevo già inquadrato la vittima, una donna: era un obiettivo più facile. Un uomo avrebbe potuto difendersi, oltre che alzare le mani e toccarmi. Sono musulmana, non voglio. Lei mi sembrava la persona giusta», ha spiegato. «Mi sono avvicinata cercando di non dare troppo nell’occhio. Ho urlato tre volte Allah U Akbar e l’ho colpita: è stato come tagliare il pane. Pensavo di averla finita, così ne ho cercato subito un’altra. Perché? Pensavo non fosse abbastanza una sola vittima». L’imputata ha spiegato di non aver progettato alcun piano di fuga, perché sapeva che sarebbe stata fermata prima o poi.

Sui messaggi: ‘Sinagoghe e chiese da far saltare in aria in Svizzera’

L’interrogatorio è poi proseguito con le altre due imputazioni: violazione della Legge federale che vieta i gruppi al-Qaida e Stato Islamico, nonché ripetuto esercizio illecito della prostituzione. Sebbene prima dell’attentato l’imputata abbia fatto un reset di entrambi i cellulari che aveva, gli inquirenti sono risaliti sia ai messaggi che si scambiava con i contatti in Siria sia a quelli con i clienti in Ticino. Su Facebook in particolare è stato raccolto tantissimo materiale, tra questo le immagini dell’ex capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi e quelle dei combattenti jihadisti che la donna inviava ai suoi contatti. Tra i messaggi ammessi dalla donna, la volontà di far saltare in aria sinagoghe e chiese cristiane in Svizzera. Attività estremiste, a causa delle quali è stata anche bloccata su una piattaforma italiana.

Mandava i soldi in Siria, ‘per il cibo e per la Jihad’

E con il radicalismo islamico sembrerebbe avere un nesso anche la prostituzione, che le faceva guadagnare fino a 5’000 franchi al mese. Soldi che in parte metteva da parte – 9’000 euro li ha portati con sé durante il tentato viaggio in Siria – e in parte inviava ai contatti siriani, affinché potessero «comprare armi per la Jihad e cibo». Sentite queste ultime dichiarazioni, il pubblico ministero ha esteso l’accusa anche all’invio di denaro allo Stato Islamico, finalizzato a finanziare la guerra.

L’ex marito la picchiava e la tradiva

Dall’interrogatorio sono infine emersi diversi dettagli della vita della donna: un’infanzia e un’adolescenza difficili, sfociate in percorsi scolastici incompiuti o solo parzialmente e in difficoltà di inserimento professionale nella vita adulta. Una vita caratterizzata anche da ricoveri in cliniche psichiatriche, problemi psichici poi riconosciuti in una rendita di invalidità al 100%, pessimo rapporto con la famiglia, curatele e assistenza sociale. E poi un figlio non voluto, adottato poi dai nonni materni, avuto dall’ex marito, un afghano che beveva, la picchiava e la tradiva, come sottolineato dall’avvocato difensore Daniele Iuliucci. Un ex marito che l’ha avvicinata all’islam, ma che una volta scoperta la sua radicalizzazione ha preso le distanze da lei.

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