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25.07.22 - 09:02
Aggiornamento: 17:38

Riciclaggio nelle filiali luganesi, indagate due banche svizzere

La Procura di Milano ha chiesto l’interdizione per gli istituti per non aver prevenuto il riciclaggio da parte di dirigenti per conto di evasori italiani

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Ti-Press

Ci sarebbe una sorta di "servizio" di riciclaggio di denaro a favore di clienti evasori fiscali italiani, da parte di due dirigenti e di un consulente delle succursali di Lugano, alla base della decisione della Procura di Milano di sequestrare 23,5 milioni di euro a due banche svizzere, la Cramer & Cie Sa e la Reyl & Cie Sa (che dal 2021 è del gruppo Intesa San Paolo): nei confronti delle due banche è stata poi chiesta, prima volta per istituti di credito svizzeri, l’interdizione dall’attività bancaria per responsabilità amministrativa, in quanto non avrebbero messo in atto i modelli organizzativi interni necessari a prevenire i riciclaggi da parte dei propri dirigenti nell’interesse dell’azienda. Ne dà notizia il Corriere della Sera. Secondo gli investigatori milanesi, non si tratterebbe infatti di atti isolati da parte di singoli, ma di una "politica di impresa tossica", che prevedeva, accanto a una struttura aziendale "ufficiale" nel rispetto delle regole, un’altra parallela e "informale" tesa a normalizzare illeciti finanziari.

Secondo quanto dichiarato dal consulente, già condannato a sei anni per riciclaggio, le banche svizzere, per tutelare i clienti quando si iniziava a parlare di scambio di informazioni fra Italia e Svizzera, trasferivano i conti presso le loro filiali alle Bahamas, cosicché era possibile per i clienti prelevare il denaro in Svizzera ma come se si trovassero nelle isole caraibiche. "Servizio" che, stando alle dichiarazioni del consulente, era stato a lui chiesto direttamente dai due dirigenti, in quanto le banche temevano di continuare a protrarlo direttamente: l’uomo afferma dunque di essere stato ingaggiato dal 2010 al 2018 con l’incarico di procacciatore d’affari ma con la clausola di "non dare l’impressione, nei confronti di terzi, di agire quale rappresentante della banca". Il giudice delle indagini preliminari, per inciso, ha respinto la richiesta di arresto per i due dirigenti, che oggi lavorano altrove, in quanto non sussiste l’attualità delle esigenze cautelari.

Proprio uno dei due dirigenti aveva chiesto al consulente, in occasione di un’ispezione della banca centrale delle Bahamas nei confronti dell’istituto bancario Pib, controllato da Cramer, di "sistemare" una serie di transazioni fornendo una base contrattuale o una pezza giustificativa per l’antiriciclaggio. Il coinvolgimento della banca posta ai Caraibi risulterebbe da alcune e-mail scambiate dal dirigente e dal consulente con la dirigente di Banca Pib, che fanno intendere che l’istituto sia "non a caso interessato a conseguire quanto utile ad archiviare le pendenze antiriciclaggio". E ad aggiungere altre ombre ci sarebbe anche, secondo il Corsera, la testimonianza di un cliente che cita una frase pronunciata dal dirigente durante il loro incontro presso la filiale luganese della banca: "Qui non siamo in Svizzera, ma alle Bahamas".

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