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09.06.22 - 16:03
Aggiornamento: 17:52

Truffe Covid, tutti condannati gli 8 imputati ‘traditori’

La Corte: ‘Erano gonfiate le cifre d’affari indicate nei formulari. Hanno approfittato della crisi pandemica e dell’assenza di controlli’

di Guido Grilli
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Così sfruttarono l’emergenza pandemica

«Gli imputati hanno indicato nei formulari cifre d’affari gonfiate, riferite oltretutto ad attività estere e nessuna attività in Svizzera»; «La Corte è giunta alla conclusione che in tempi normali mai gli istituti di credito avrebbero concesso i crediti Covid indicati nell’atto d’accusa – oltre 1 milione di franchi (620mila franchi di crediti ottenuti e 800mila franchi di indennità di lavoro ridotto) – durante la pandemia invece sì perché si era in una situazione eccezionale e vi erano meno controlli. Un momento in cui si soffriva, un momento di grande incertezza». E ancora: «Le società utilizzate dagli imputati si sono rivelate scatole vuote, prive di liquidità. Fa male perché in quel periodo la gente piangeva. È questo l’aspetto grave, come pure che i crediti ottenuti non sono stati utilizzati per essere reinvestiti nelle società, bensì per un night club, per targhe a tre cifre, per veicoli. Tutto questo è irrispettoso per chi ha sofferto. Gli imputati hanno sfruttato il momento di solidarietà delle nostre autorità statali. Gli 8 imputati, che hanno agito tra il marzo 2020 e il 2021, sono tutti colpevoli di truffa e cattiva gestione di società». Così, con una articolata motivazione il giudice Siro Quadri, presidente della Corte delle Assise criminali di Lugano, ha emesso un verdetto di colpevolezza nel maxiprocesso svoltosi una settimana fa nei confronti degli 8 imputati.

Il presidente della Corte, prima di pronunciare la sentenza, ha formulato un ampio preambolo, rievocando la situazione di crisi pandemica e dell’intervento dello Stato messo in campo in aiuto alle aziende e ai lavoratori. «Tutto parte dal momento in cui il Consiglio federale a Berna si è riunito il 16 marzo 2020 in una seduta straordinaria e a seguito dell’emergenza Covid ha inasprito le limitazioni per la cittadinanza. Per tutelare il Paese erano stati effettuati controlli alla frontiera. E come metodo per sostenere chi da questa situazione ci perdeva sono stati impiegati 8mila militari e previsti degli aiuti ai privati che consistevano in prestiti e sono state intensificate le possibilità di lavoro ridotto a chi ne aveva bisogno. Non è questa la prima sentenza che riguarda questi temi, ma forse questa è la più particolare perché riguarda sia crediti Covid sia indennità di lavoro ridotto. Erano aiuti senza troppi controlli: il 20 marzo, il Consiglio federale aveva previsto di evitare lungaggini burocratiche, provvedendo a emanare la relativa ordinanza. Un periodo in cui le imprese non avevano liquidità per far fronte a spese e salari». Ordinanze di necessità e straordinarie per evitare fallimenti causati dal coronavirus – ha evidenziato la Corte. «Fino a 500mila franchi venivano erogati crediti in breve tempo. E in breve tempo non si possono effettuare controlli. Tutto avveniva in base alla fiducia, attraverso autodichiarazioni. Una fiducia tradita dagli imputati. Complessivamente 76mila i crediti erogati in Svizzera, per complessivi 14 miliardi. Solo più tardi, nell’insorgere di abusi, sono arrivati i controlli» ha sottolineato il presidente della Corte.

Impianto accusatorio confermato. Le difese valutano il ricorso in Appello

Tutte le imputazioni contenute nell’atto d’accusa, stilato dalla pp Raffaella Rigamonti, sono state accolte dai giudici. Ma ecco le singole pene pronunciate dalla Corte. Nei confronti dell’avvocato italiano 50enne – considerato tra principali imputati – i giudici hanno pronunciato 4 anni di carcere e l’espulsione dalla Svizzera per 8 anni. «Sapeva che i bilanci erano falsificati, ottenendo crediti Covid e indennità di lavoro ridotto».

Pena di 3 anni sospesa in ragione di 28 mesi e per la rimanenza da espiare è stata inflitta al 49enne ticinese, «seppure si sia pentito e abbia ammesso le sue colpe». All’altro avvocato italiano, 46enne, il presidente della Corte ha rimproverato fra l’altro di «aver riempito, con un ruolo preponderante i formulari e di non essere sembrato uno sprovveduto. Dalla sua parte, la restituzione del maltolto». Per lui la pena è stata di 2 anni e mezzo, sospesa in ragione di 24 mesi e per la rimanenza da espiare. Condonata invece l’espulsione dalla Svizzera. Per il 66enne del Bellinzonese, «un uomo in pensione che ha cercato di arrotondare le entrate, con faciloneria: in veste di capo di un Consiglio d’amministrazione ha assecondato richieste senza responsabilità». Per lui la Corte ha irrogato una condanna di 2 anni sospesi con la condizionale per 4 anni di prova.

Per il 40enne italiano dimorante a Chiasso «che sapeva degli atti illeciti» e considerato correo, è stato inflitta una pena di 6 mesi sospesi per due anni. Per il 37enne italiano giudicato in contumacia (assente dall’aula per malattia) i giudici hanno inflitto una pena di 12 mesi sospesi con la condizionale ed espulsione per 5 anni. Per il 46enne italiano («anche lui sapeva del raggiro» ha detto il presidente della Corte) 1 anno sospeso con la condizionale ed espulsione dalla Svizzera per 5 anni. Per l’ingegnere, classe 1981, la Corte ha infine irrogato una pena di 6 mesi sospesi per due anni.

Al processo, lo scorso 1 giugno, la procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti, aveva formulato richieste di condanna fino a 4 anni e 4 mesi di carcere. Le difese si erano invece battute per massicce riduzioni di pena, in parte ottenute. All’uscita dall’aula alcuni dei legali hanno dichiarato di non escludere di ricorrere in Appello contro la sentenza.

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