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Gideon Bough con il figlio Denny all’interno del capannone
18.04.22 - 19:03
Aggiornamento: 19.04.22 - 00:11

‘Siamo partiti dal mio garage, ora aiutiamo in tutto il Ticino’

L’associazione ‘Garage 18’ di Bioggio è nata per aiutare i profughi ucraini. Il presidente Gideon Bough: ‘Non vogliamo fermarci’

«Ah tu sei il giornalista! Vieni vieni che ti faccio fare il giro e ti spiego. Poi arriva tutta la gente e diventa un casino». Non ha tempo da perdere Gideon Bough, presidente dell’associazione ‘Garage 18’, mentre insieme agli altri volontari è intento a sistemare gli ultimi scatoloni prima che arrivino i profughi ucraini residenti in Ticino. «La nostra associazione è stata fondata un po’ per caso nel garage di casa mia alle 18, da qui questo nome un po’ particolare. Ci occupiamo principalmente della raccolta e distribuzione di beni di prima necessità da destinare a chi è fuggito dalla guerra». Un’azione che ha potuto contare, fin dai primi giorni, anche sul grande sostegno offerto dalla popolazione ticinese. «All’inizio immagazzinavamo il materiale a casa mia, poi avevamo bisogno più spazio e ci siamo trasferiti in un ex grotto. Ora siamo in questo grande capannone a Bioggio, che durante il primo periodo era davvero stracolmo», racconta felice Gideon, ex docente ora in pensione. Sono tante le famiglie, come abbiamo potuto notare durante la nostra breve visita, che sfruttano questo servizio. «Decine ogni giorno», prosegue il nostro interlocutore. «Si tratta principalmente di mamme con bambini piccoli. Qui possono trovare ciò di cui hanno bisogno, come cibo o vestiti. Quello che viene sempre più richiesto, e lo stiamo notando nelle ultime settimane, è anche un sostegno a livello pratico».

‘Non è facile comunicare, fortunatamente abbiamo Denny’

Proprio per questo motivo i volontari, «che sono davvero tanti, non teniamo nemmeno il conto», stanno riflettendo su come portare avanti le loro attività nei prossimi mesi. «Vorremmo allargare l’offerta e aiutare pure in altri ambiti. Riceviamo tante telefonate per chiedere informazioni anche banali, come sapere a chi rivolgersi se c’è bisogno di andare dal dentista», spiega il presidente di ‘Garage 18’, mentre indica a una mamma dove può trovare le scarpe per il proprio figlio. All’interno del capannone tutto è infatti diviso in settori, «abbiamo anche i cartelli con le scritte in russo e in ucraino. Non sempre è facile comunicare, pochi ucraini parlano bene l’inglese». Un grande aiuto è quindi quello offerto da Danny (9 anni), figlio di Gideon. «È cresciuto bilingue perché sua mamma è ucraina. Ci dà una grossa mano come traduttore. È un ruolo che gli piace molto, lo responsabilizza. Quando finisce la scuola viene qui e si mette a disposizione». Una vocazione di famiglia, quella per il volontariato, che rende Gideon molto orgoglioso. «Già mio padre, uno dei primi giocatori di pallacanestro arrivati in Ticino dagli Stati Uniti, aveva a cuore l’aiutare il prossimo. Facciamo quello che possiamo».

I viaggi in Ucraina e i progetti futuri

Le preoccupazioni dell’associazione si rivolgono ora a quelli che saranno i prossimi mesi. Con la situazione in Ucraina che resta incerta, non è facile prevedere quale scenario si presenterà prossimamente. «La maggior parte degli ucraini che incontriamo pensano di poter rientrare in patria prima o poi, ma altri cominciano a valutare l’ipotesi di restare, perché la loro casa è distrutta e non sanno fino a che punto vorrà spingersi Putin. Si deve quindi cominciare a pensare a un’integrazione. Molti di loro già ora chiedono di dare una mano qui al capannone. È un modo per sentirsi utili». Una situazione incerta che i volontari del ‘Garage 18’ vogliono prendere come una sfida. «Siamo nati per rispondere a una necessità e sempre in base alle necessità organizzeremo le nostre attività future. Le prime settimane abbiamo organizzato dei convogli da mandare al fronte, ora invece operiamo sul territorio. In futuro vedremo», spiega il presidente dell’associazione mentre ci mostra il magazzino dove sono raccolti gli scatoloni pieni di vestiti caldi per l’inverno. «La nostra idea ora è di sospendere la distribuzione per il periodo estivo e poi riprendere in autunno, quando serviranno gli abiti per la stagione fredda». E nel frattempo come faranno i profughi? «Stiamo pensando di attivarci con i Comuni e raccogliere donazioni per offrire dei buoni da spendere nei commerci locali. In questo modo chi ha bisogno può acquistare direttamente quello che serve senza dipendere dalla disponibilità di quanto offrono le riserve qui al capannone». Un discorso di solidarietà che si vorrebbe estendere anche ai ticinesi in difficoltà. «Ci sono ma spesso si vergognano a farsi avanti. Interagendo con le autorità vorremmo arrivare anche a loro». La solidarietà, dopo tutto, non conosce confini.

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