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23.03.22 - 05:10
Aggiornamento: 19:56

La notte dell’attacco: ‘Un brivido mi ha percorso la schiena’

Artem è un giovane ucraino che vive a Kiev. Ci porta una testimonianza forte e intensa di quello che sta vivendo in quella terra martoriata

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Gli effetti delle bombe

Sono lunghe le notti per Artem Stognijev, 29enne di Kiev. La guerra ha dilatato non solo il buio illuminato dalle bombe, ma le intere sue giornate fatte di attesa e di terrore. Laureato in chimica, dopo l’invasione russa, ha perso il suo lavoro in una grande azienda farmaceutica come capo dipartimento del laboratorio controllo qualità. Ancora celibe e senza figli vive nella capitale. La sua grande famiglia d’origine è rimasta, invece, nell’est dell’Ucraina, nella piccola cittadina di Starobilsk, nella regione di Luhansk, a circa 750 chilometri da lui e a breve distanza dal confine con la Russia: «So quasi tutto della loro delicata situazione...». Il giovane ucraino conosce bene anche il Ticino, vi è stato in passato e mantiene contatti stretti con molti amici luganesi.

«Guardo i telegiornali tutti i giorni, sono sempre stato interessato alla politica – è il racconto che filtra attraverso la nostra conversazione via WhatsApp, nei brevi momenti in cui i social e la rete sono attivi –, come seguo sempre le notizie europee e naturalmente ucraine». Il presente gli pare ancora un terribile incubo: «Per due mesi ogni giorno ci hanno detto che ci sarebbe stata un’offensiva su larga scala da parte della Russia. Ricordo che ci sono stati momenti in cui il governo ucraino ha chiesto di non complicare la situazione e di non creare panico. Una settimana prima del 24 febbraio, giorno dell’attacco, mi trovavo al lavoro e ci hanno mostrato dove si trovava il rifugio antiaereo. Ero persino indignato per questo e non volevo ascoltare... Perché la stragrande maggioranza degli ucraini non credeva alla guerra! Anche perché in gioco c’era la contrapposizione Russia-America e il possibile e pericoloso coinvolgimento degli Stati Uniti. Tutti noi non ci aspettavamo questo... La sera del 23 febbraio sono andato a dormire come al solito. Il giorno dopo, alle 5.30, il mio telefono è squillato, era mia zia e improvvisamente tutto è crollato dentro di me, perché già da questa prima telefonata ho capito che era successo qualcosa di brutto. Sono uscito fuori e ho visto la città piena di auto, le sirene suonavano, era ancora buio, un brivido mi ha percorso la schiena...».

Presto la chiamata nell’esercito

Artem dall’alba del giorno dell’attacco vive uno stato psicologico che lui definisce «grave». Poi aggiunge: «Cambia più volte al giorno. È passato quasi un mese dall’inizio della guerra, mi sveglio spesso di notte e non capisco come possa essere successo tutto questo... Forse perché, apparentemente, la mia coscienza non vuole accettarlo e si difende in questo modo». Il 29enne nel dolore della guerra ha avuto la fortuna, per ora, di non essere mandato al fronte: «Non combatto in questo momento perché non ho esperienza militare. Ora stanno combattendo coloro che hanno acquisito quelle conoscenze militari almeno da otto anni, ovvero dal 2014. Questa al fronte è la prima linea. Pochi giorni fa è iniziata la seconda fase della mobilitazione, composta dai ragazzi che hanno già prestato servizio nell’esercito, ma che non hanno ancora esperienza di combattimento. Io dovrò entrare nell’esercito al terzo o quarto turno».

Ad Artem non resta che aspettare: «La cosa più difficile in città è sopravvivere. E per questo hai bisogno di cibo, acqua e medicine. Le code sono enormi. Le farmacie non hanno la maggior parte dei farmaci necessari quotidianamente, come quelli per il cuore». Poi il pensiero torna ai suoi affetti: «La cittadina dove vive la mia famiglia è già occupata. Lì la situazione è molto più complicata. L’Ucraina non controlla più in alcun modo quel territorio. Non ci sono soldi a disposizione negli sportelli automatici, non c’è connessione mobile e i prodotti alimentari non vengono consegnati ai supermercati. Comunico con la mia famiglia tramite messaggeria, siamo separati e non so quando li vedrò e se li vedrò del tutto. È questo soprattutto quello che mi fa tanta paura...». Per il giovane il futuro è pieno di nubi: «Vivere sotto le bombe è come giocare alla roulette... russa. Anche se ora non voglio neppure pronunciare quell’aggettivo... I bombardamenti continuano ogni giorno e in modo caotico. È impossibile prevedere quando è sicuro e dove. Le sirene suonano frequentemente. E io devo correre subito al rifugio prima che si riempia e non si riesca più a entrare; il maggiore timore per molta gente è però quello di rimanere intrappolati se il rifugio dovesse venire distrutto. Nei territori occupati mancano gli ortaggi più semplici, come patate, cipolle, carote. I prezzi sono aumentati di 2-3 volte. Le persone vendono il cibo che producono nella loro fattoria ma non basta... Eppure c’è tanto sostegno reciproco fra le persone che raccolgono quello che hanno per aiutare chi è rimasto senza un tetto sopra la testa. Questa guerra ci ha reso tutti più ‘vicini’ e più misericordiosi gli uni con gli altri».


Tutto è distrutto

Lo sguardo volge così alla solidarietà internazionale: «Sono grato al mondo intero, a tutte le persone che oggi stanno aiutando così tanto il mio Paese. Non mi sarei aspettato una tale unione delle altre nazioni a sostegno dell’Ucraina! Sono grato inoltre a tutti i soldati che oggi stanno svolgendo professionalmente il loro lavoro. Sa, in Russia si vantavano spesso della loro forza e del loro esercito e dicevano sempre che avrebbero conquistato Kiev in due giorni... Penso che Putin contasse su questo e che non si aspettasse di affrontare un confronto così forte, che non si aspettasse che il mondo reagisse in questo modo. Questa guerra non sta andando secondo i piani di Putin, ne sono certo! Allo stesso tempo, però, capisco perché alcuni Paesi sono lenti a condannare questa guerra: la Russia è stata un grande attore economico e molti vogliono mantenere i propri soldi...».

Perché la scelta di restare? «Non posso lasciare il mio Paese, perché agli uomini fra i 18 e i 60 anni ora è vietato. Eccezioni vi sono solo per chi ha tre o più figli o si prende cura e accompagna una persona con disabilità. Come cittadino rispetterò quindi questo requisito di legge fino a nuovo avviso! Qui ora vige la censura, ma lasciatemi dire una cosa: il dolore è portato in egual misura dalla bomba russa e da quella ucraina!». È un giovane uomo Artem e le sue parole dimostrano, una volta di più, come questo conflitto non sia condiviso dai giovani di qua e al di là dal confine: «Temo per la mia vita, perché so che ci sono persone che non saranno in grado di sopportare il dolore se me ne sarò andato. Fisicamente, ho fatto i conti con il fatto che potrei morire, ma è spaventoso anche solo pensare che la mia famiglia debba venire poi a conoscenza di questa notizia. Quindi combatterò. La cosa difficile da sopportare è che ho messo così tanto impegno nei miei studi all’università e successivamente nella mia carriera professionale. Ho anche raggiunto il successo. Ma in una mattina è crollato tutto. Sfortunatamente, il mio Paese è distrutto. Io sono responsabile della mia famiglia, e per quanto io ami il mio Paese, credo che dovrei lasciarlo per poter aiutare in altro modo i miei parenti».

C’è, infatti, un dolore ancora più grande che mina il cuore di Artem: «Vorrei gridare al mondo intero, in modo che tutti possano sentirlo, la mia vergogna. Il perché? Quando c’è stata la guerra in Siria, in Libia, seguivo le notizie al telegiornale ma dopo un po’ ho perso interesse per quei conflitti. Così mi voglio rivolgere a tutti, donne, madri, uomini, anziani, a tutta la gente: non ripetete questo mio errore. Vi chiedo di tenere d’occhio quello che sta succedendo nel mondo, anche se questa notizia vi stanca e vi turba. Fintanto che tutti seguiranno i fatti ucraini, la situazione può ancora essere controllata. Quando perderete interesse per noi, nell’Ucraina, moriremo tutti, non ci saremo più! E questa aggressione potrebbe accadere di nuovo. Noi ucraini pensiamo come tutti voi, sentiamo, amiamo, vogliamo vivere e goderci una nuova primavera. Non dimenticateci!».

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