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28.02.22 - 05:30
Aggiornamento: 14:57

La vecchia Lugano che ‘tira’ sui social

Il successo dei gruppi specializzati nelle immagini d’epoca, tra storia e nostalgia

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La vecchia funicolare, via Nassa, persone eleganti ai ‘caffè’. Gli immancabili hotel di una volta, allineati lungo il ‘quai’. Sono le struggenti immagini in bianco e nero, cartoline, scatti di rinomati fotografi, poste a impietoso confronto con la città di oggi, criticata per il suo progressivo imbruttimento. Questi scorci del passato popolano sempre più le bacheche dei social network: il gruppo privato Facebook ‘Lugano come era’ conta la bellezza di oltre 5’200 membri, una bella fetta della popolazione residente, ma un successo simile lo riscuotono altri gruppi analoghi come ‘Mendrisiotto di una volta’, 3’700 membri, o ‘Ticino foto d’epoca’, 9’700, giusto per dirne un paio. Il bianco e nero dilaga proprio nel ‘moderno’ web.

‘Una passione’

Un fenomeno a metà fra la ricostruzione storica e il rimpianto di una città perduta. Qual è il vero sentimento, il motivo che porta migliaia di persone a seguire e postare scorci del passato? Iniziamo col chiederlo a uno dei maggiori contributori di ‘Lugano come era’, Federico Anderegg, che di mestiere fa tutt’altro, un ingegnere attivo nella ristrutturazione d’interni. «È una passione ereditata dai miei genitori, che erano collezionisti d’antiquariato. Mio nonno inoltre aveva tantissime cartoline e francobolli. Una decina d’anni fa ho ceduto questa collezione di mio nonno, prima però ho digitalizzato le immagini per conservarne almeno il ricordo. Due anni fa ho scoperto questo gruppo su Facebook e così ho cominciato a pubblicarle. Altre immagini le ho recuperate con mie ricerche personali... Insomma è diventato un mio hobby». I suoi scorci di Lugano ripercorrono tutto il Novecento ma Federico, 52 anni, non si sente un nostalgico. «Vedo che sul gruppo in molti hanno tra i 30 e i 45 anni, poi chiaramente ci sono anche molte persone legate alla Lugano degli anni 40 o 50, una città dove ci si conosceva un po’ tutti, almeno da quello che mi raccontava mio papà. Esistono anche delle belle pubblicazioni, che acquisto regolarmente, come quella uscita da poco sul quartiere Sassello, che venne demolito nel ’39. Ma io non sono nostalgico, ai tempi della nostra gioventù la città aveva una forma piuttosto moderna, i danni alla Lugano bella erano già stati fatti. Il gruppo è molto critico su tutto ciò che è stato deturpato a livello paesaggistico e architettonico. Il maggiore rimpianto? Penso che il castello di Trevano sia stato l’esempio dello scempio massimo, senza parlare delle ville e degli alberghi spariti. Il fascino di questa hotellerie è scomparso. Mi pare che oggi ci sia più sensibilità nel voler proteggere i beni culturali, però gli abbattimenti continuano, penso alla Romantica di Melide».

Le case... degli altri

«Il mezzo di comunicazione cambia, ma il fenomeno, almeno per quanto riguarda ‘Lugano come era’ che seguo ogni tanto, mi sembra un po’ una riproduzione di quei libri di Plinio Grossi, Piero Bianconi o Mario Agliati che negli anni 60/70/80 andavano molto come strenne natalizie» ci risponde lo storico Maurizio Binaghi, docente al Liceo Lugano 1. «Secondo me esprime una ‘vague’ nostalgica di confronto fotografico già presente e che oggi ha trovato spazio nei social anche perché vi si possono mettere molte immagini». C’è una certa contraddizione, dice Binaghi, tra questa ondata di rimpianto del bel tempo antico, per il Ticino agricolo che fu, «un lamento anche di sapore un po’ nostalgico quando sappiamo che molti ticinesi sono proprietari di fondi e case, quindi è una nostalgia che tocca... le case degli altri. Io almeno la inquadro così, poi forse c’è altro...» chiosa Binaghi ricordando anche la bocciatura della legge urbanistica ticinese, nel 1969, decisione che diede via libera a un incontrollato ‘boom’ edilizio, con relative vendite e abbattimenti di antiche magioni.

Una fonte preziosa

A seguire con particolare attenzione ciò che viene pubblicato su ‘Lugano come era’ c’è un qualificato internauta: Pietro Montorfani, direttore dell’Archivio storico della Città di Lugano. «Io il gruppo lo uso nei due modi: quando il nostro Archivio propone delle novità, che sia una pubblicazione o un ciclo di conferenze, la condivido. È un modo per far conoscere la nostra attività che spesso resta sotto radar. E poi ne approfitto per contattare persone che spesso ne sanno più di noi: appassionate del territorio e che hanno una memoria, un archivio di famiglia. Per cui le informazioni vanno nei due sensi. È una fonte interessante, che va sempre verificata e contestualizzata siccome ogni tanto in questo campo girano anche delle leggende. Una cosa che non apprezzo è quando passa il messaggio ‘si stava meglio quando si stava peggio’. Si guarda il bell’albergo dell’Ottocento e poi ci si dimentica che in certi quartieri di Lugano si moriva di fame. Nella Venezia del ’700 probabilmente saremmo morti nel giro di una settimana di salmonellosi o di peste... insomma non si dovrebbe mitizzare troppo il passato, è un rischio che vedo in questi gruppi. Però spesso gli iscritti tirano fuori dei cimeli notevoli, forse non dovrei dirlo ma talvolta anche noi facciamo copie digitali d’immagini o cartoline che appaiono su questi siti, per completare il nostro database».

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