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Lugano
09.02.22 - 17:16
Aggiornamento: 20:26

‘Comportamenti offensivi e umilianti’ nel pattinaggio

La federazione critica il club di Lugano, in seguito alla denuncia di due giovani atlete

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Ti-Press

“Comportamenti offensivi e umilianti” da parte di due allenatori nei confronti di altrettante giovani pattinatrici. Sono pesanti le conclusioni, in pratica una sentenza, cui è pervenuto il Tribunale arbitrale di Swiss ice skating, la federazione svizzera di pattinaggio su ghiaccio, relativamente a un caso riguardante il Club Pattinaggio Lugano, di cui ha riferito il portale liberatv.ch. Una brutta storia, dove la parola mobbing viene pronunciata senza timori. La federazione ora chiede provvedimenti, in particolare un richiamo nei confronti di una allenatrice, al servizio del Cpl da 9 anni dove a quanto ci risulta è tutt’ora operativa. Anche il Municipio di Lugano è stato sollecitato dai genitori delle ragazze e adesso ci vuole vedere chiaro. In particolare attende un rapporto dal club cittadino, per verificare la situazione ed eventualmente accompagnare il sodalizio nella soluzione dei problemi emersi. Il club in serata ha tenuto una riunione di comitato per affrontare la situazione; la presidente Fausta Alberti, da noi interpellata, “Noi lo scritto della federazione l’abbiamo ricevuto a gennaio, ma ho chiesto di poter accedere alla documentazione che poi mi è stata data da qualche giorno fa. Non potevo prendere provvedimenti su cose di non siamo a conoscenza, di mobbing o maltrattamenti non avevo mai sentito. Le sanzioni vanno prese e devono essere proporzionate ai fatti, nessuno deve essere leso. Domani (giovedì) manderemo un comunicato stampa a tutti. Certo non è una situazione facile, non sono abituata a queste cose”.

Grave disagio

Protagoniste loro malgrado della vicenda, due giovani pattinatrici di talento, a quanto pare già nell’orbita delle nazionali rossocrociate. Messe in grave disagio dal trattamento degli allenatori hanno deciso di abbandonare il club e di denunciare la situazione alla federazione svizzera. Quello che è successo negli scorsi mesi si può paragonare a un’inchiesta, con tanto di convocazione a Berna dei vertici del Club Pattinaggio Lugano, così come delle denuncianti, che sono state ritenute credibili. Il ‘verdetto’ sotto forma di rapporto finale giudica “deplorevole che questo caso abbia raggiunto tali proporzioni”, ritenendo “che le accuse mosse avrebbero potuto e dovuto essere risolte direttamente con il Comitato del Club Pattinaggio Lugano”. La situazione verificata pone molti dubbi sul ruolo pedagogico nell’insegnamento da parte dell’allenatore: la raccomandazione fatta al club è quella di richiamarlo a riflettere su questo aspetto. Ma più pesante è il giudizio sull’istruttrice: le testimonianze incrociate raccolte dal Tribunale sarebbero “incriminanti e gravi”, si legge, “ritenendo indispensabile che il comitato del club indaghi seriamente sulla questione e “che prenda tutte le misure necessarie per assicurare che parole o comportamenti offensivi e umilianti nei confronti delle atlete non si ripetano in futuro”. La federazione ha sottoposto questo rapporto anche al proprio legale, secondo cui “il club non ha adempiuto sufficientemente ai suoi obblighi nei confronti dell’istruttrice”, per cui non sarebbe sufficiente suggerire al club, in presenza di una violazione riconosciuta dell’etica, soltanto di “indagare seriamente la questione”. Bisognerebbe invece “almeno formalizzare un avvertimento scritto” nei confronti dell’istruttrice.

Il Municipio aspetta un rapporto

Insomma a Berna hanno preso decisamente sul serio quanto capita dalle parti della Resega. A tre mesi di distanza però tutto sembrava tacere, al punto che le famiglie delle due giovani decidono di rivolgersi al Municipio, chiedendo in pratica di verificare se il Club Pattinaggio sta mettendo in pratica o meno le raccomandazioni della federazione. Il Municipio cittadino però a questo punto vuole un rapporto scritto. “Abbiamo ricevuto questa sollecitazione all’inizio di gennaio, ci è stato chiesto di verificare che il club di pattinaggio abbia messo in pratica le raccomandazioni ricevute dalla federazione” ci risponde Roberto Mazza, direttore del Dicastero sport di Lugano. “Attendiamo una risposta del Cpl entro la fine di febbraio. Quello che vorremmo capire è la dimensione dell’accaduto, per vederci chiaro ma anche per fornire eventualmente un supporto al club nell’affrontare il rapporto con i giovani sportivi, dal momento che noi come Comune non possiamo intervenire direttamente. Personalmente non avevo mai sentito una cosa del genere” ci dice, anche per quanto riguarda il Club Pattinaggio che esiste dal lontano 1962 e conta oltre cento praticanti.

Una cultura da modificare

Si attende quindi un riscontro dal sodalizio, anche se la vicenda sembra in gran parte accertata, almeno dagli organi federali. Sia pure con contorni diversi, va a inserirsi nella casistica abbastanza preoccupante relativa a quegli sport, come la ginnastica artistica e appunto il pattinaggio, dove la ricerca della prestazione è spinta fin dalla tenera età, specialmente nel settore femminile. “C’è tutta una cultura da modificare soprattutto nella ginnastica artistica e ritmica, va smontata la mentalità imperante che senza sofferenza non si raggiungono risultati” dichiarò al nostro giornale lo psicologo dello sport Mattia Piffaretti due anni fa in seguito a maltrattamenti emersi a Macolin nell’ambito della ginnastica ritmica. “Stiamo parlando di preadolescenti, in piena fase evolutiva e alla ricerca della loro identità, a cui si chiedono prestazioni da atleti professionisti adulti. L’investimento psichico ed emotivo è molto elevato, devono allenarsi per tante ore (dalle 28 alle 35 a settimana) rinchiuse nei quattro muri della palestra. Una miscela esplosiva nella quale deambulano ginnaste in una fase di sviluppo altamente delicata a livello psicologico e un allenatore – con cui trascorrono tante ore – in veste d’adulto di riferimento senza la certezza che lui, o lei, abbia fatto pace con un trascorso segnato anch’esso da abusi di ogni genere”. “È proprio nella formazione e nell’accompagnamento degli allenatori, che risiede il più ampio margine di miglioramento. La psicologia dello sport ha tutte le carte in regola per accentuare – perché già si sta muovendo molto – un cambiamento epocale per contraccambiare la fiducia con cui le famiglie e le atlete abbracciano la magnifica e gratificante via che può essere lo sport d’élite”.

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