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I numeri dell’accoglienza
05.01.22 - 12:00
Aggiornamento: 14:37

Migranti chiusi in un mondo a parte, sospeso

La vita nei centri di accoglienza luganesi della Croce Rossa Svizzera dove c’è chi anziché ‘integrato’ si ritrova... disintegrato

Un passato da dimenticare e un presente ancora tutto da costruire per le famiglie di migranti presenti nei centri di accoglienza della Croce Rossa Svizzera di Cadro e Paradiso. Qui, in pochi metri quadrati, padri, mogli e figli piccoli sono costretti a vivere elaborando la ferita di un doloroso addio alla propria terra, diventata inospitale per diritti e libertà, e di una quotidianità soffocante, tanto da arrivare a decidere di abbattere il muro della paura e di portare al nostro giornale le loro testimonianze. Lì in quei pochi locali, dove sono costretti spesso a vivere interi nuclei familiari, il senso di oppressione e di disagio sembrano essere arrivati a un umano limite. Nei centri è presente una trentina di nazionalità, richiedenti l’asilo sia adulti sia minorenni (quelli non accompagnati accolti nella struttura a loro dedicata del foyer) costretti a convivere con realtà e vissuti diversi. Gli statuti attestano una presa in carico socio-educativa e sanitaria assistenziale. Indicazione importante è la durata, almeno nei formulari in vigore fino a qualche mese fa, della permanenza nel centro, circa 6-10 mesi a dipendenza “della situazione individuale". Molte volte però, se in molti casi vicina alle necessità e alle richieste dei migranti, pare non essere così: «I tempi in tanti casi si allungano e l’uscita è prorogata da motivi non condivisibili». Anche perché il trasloco in un appartamento può avvenire "solo se e quando la persona avrà acquisito un buon livello di autonomia e gestione della vita privata”. Su che base? Chi è chiamato a giudicare questi singoli casi? Con quali parametri comuni?

«Si parla di criteri misurabili quali la padronanza della lingua, le competenze, il comportamento e il grado di indipendenza, ma definire un iter per tutti uguali non è così semplice... – non manca di renderci attenti una persona vicina alle necessità dei migranti –, spesso non vengono attuate neppure, come indicato negli obiettivi, la gestione del post-trauma e la formazione. Gli si propongono stage, spesso e volentieri generici, senza tener conto delle loro peculiarità, studi o interessi. Stage presso aziende o ditte private, neppure pagati, che non hanno alcun beneficio per i migranti e che peraltro non li aiuta a rendersi indipendenti e autonomi».

Fra le criticità, dal tempo che si dilata agli ambienti troppo stretti

La denuncia è, dunque, quella di una condizione che non rispecchia del tutto quanto si propone di fare la Croce Rossa. Dal tempo che si dilata agli ambienti troppo ristretti, difficili da sopportare anche per chi ha già affrontato povertà e miseria umana: «Non possiamo che aspettare... è tutto assurdo – è il grido di allarme di un richiedente l’asilo –. Con figli piccoli e l’impossibilità di trovare un vero e proprio lavoro, anziché stage senza la possibilità di un reale arricchimento e che non ti danno niente, la situazione dentro a questi centri è di vero dramma». Confrontati con promesse di una situazione transitoria, chi occupa questi locali sente il peso di un periodo che si allunga arrivando anche ad anni. E intanto? In un monolocale si possono trovare famiglie composte magari da cinque persone, fra cui chi si è ammalato a un già precario sistema nervoso. «Alla Croce Rossa, che spesso ‘scarica’ la decisione sul Cantone – ci racconta uno fra di loro – ci dicono che possiamo uscire dai centri quando loro decidono se siamo o meno integrati. Userei piuttosto la parola ‘disintegrati’, vai a perdere pezzi, questo significa che se tu sei con la famiglia ti mettono a vivere in spazi limitati e se sei da solo abbinano a certi ’personaggi’, quando ben sappiamo che anche se si è fra amici se ti chiudono in una stanza tutto il giorno per mesi qualcosa poi comincia a non funzionare... Va ricordato che nei centri spesso non si parla la stessa lingua, qualcuno vuol dormire mentre un altro sta sveglio ad ascoltare la radio. Non è facile... Non gli interessa se nel tuo Paese eri medico, ingegnere o piuttosto elettricista. Un avvocato ha dovuto scaricare gratis acqua minerale per un grosso magazzino. Vi pare un lavoro indispensabile per il cammino verso l’integrazione? L’idea è: devi fare tre cose, devi imparare l’italiano (e decidono loro quando l’hai imparato), devi aver fatto uno stage non importa se inutile e dove non impari nulla, e devi frequentare dei corsi che decidono loro, quale quello di cucina dove fai la marmellata... Non impari neppure l’italiano, perché in questi corsi siamo tutti stranieri e chi insegna, seppur conoscendo benino la lingua, è araba. Restiamo quindi ‘isolati’».

Cosa succede allora? O meglio non succede...? «Quando hai scaricato le bottiglie, hai fatto la marmellata per venti volte, quando hai pulito le gabbie di un rifugio per animali, quando decidono che ha imparato l’italiano, dopo diversi mesi cominciano a cercarti un appartamento. E non gli interessa niente della tua salute psichica! Conosco una donna andata in tilt! Decine di certificati medici invitano la Croce Rossa a farla uscire ma nulla si muove. È una costante, tante persone sono confrontate con questa situazione. Uomini già considerati integrati che raggiunti dalla famiglia sono costretti a ripetere tutta la trafila. Oltretutto non si può decidere dove andare in Ticino, bisogna accettare quello che decidono loro. Se qualcuno ha già un appartamento può invece essere raggiunto dalla famiglia. È una questione di fortuna, tutto sembra non aver senso. Per essere giusti alcuni stage sono interessanti, ma sono troppo pochi e non affidati con cognizione».

Per chi spezza quotidianamente una lancia a favore dei migranti le situazioni «si presentano spesso drammatiche. Invece che essere propositivi, di spronare a un riscatto vedo persone che entrano con tanta voglia di fare, di imparare, pieni di idee e poi, col tempo, li vedo invece deperire, andare indietro di giorno in giorno, non hanno più alcun interesse, nessuna speranza, potrei dire che perdono la motivazione, la fiducia, si lasciano andare, c’è chi va via dal Ticino e chi rimane non ha più voglia di fare o di confrontarsi, non parlano più». Per chi vive questa situazione ormai da mesi «è faticoso e angosciante. È una prigione! Vedo le persone che muoiono dentro, che non sono più nessuno».

La testimonianza: ‘Vivere fra queste mura’

Un figlio di migranti, integrato nella scuola e sensibile al vissuto di chi gli sta vicino, parla al padre di sé e di quanto vede e sente intorno. Racconta di barriere fisiche oltre che psicologiche di tutti quei ragazzi e bambini che vivono come lui all’interno dei centri, isolati dal resto del mondo: tornando alla propria abitazione di “accoglienza” si varca un confine. Nessuna persona esterna, nessun amico, compagno di scuola ha il permesso di entrarci, di superare quella delimitazione per far visita a chi si trova dentro. Si entra in un mondo a parte, blindato. Chiusi fra queste mura non hanno a disposizione spazi comuni di condivisione, di gioco o studio, né libri cui attingere come sostegno a un percorso personale e scolastico. Tutto avviene nell’unico angusto locale in cui convivono a stretto contatto con i genitori, di giorno e di notte. A nessuno è concesso uno spazio di intimità. Si vive un estenuante presente senza immaginare una fine. A rafforzare il disagio, alle 21 arriva la ronda degli agenti di sicurezza che bussano alla porta in divisa per assicurarsi che tutti i membri della famiglia siano all’interno del locale. Queste esperienze provocano nell’animo di un bambino la sensazione di controllo e prigionia che facilmente vengono associate all’idea di colpa. Come ci si può sentire quando non si ha nient’altro da offrire al proprio figlio per mesi, per anni? Chi fin da piccolo ha avuto l’esperienza destabilizzante della separazione e della fuga rivive discriminazioni, inspiegabili diversità, rispetto ai bambini che vivono fuori (nel mondo vero), ricevendo a volte da loro scherni, umiliazioni e angherie anche fisiche. Là dove non c’è conoscenza vige l’incomprensione e l’ignoranza acceca. L’integrazione non è scambio, incontro, ospitalità da ambo le parti? Quanto si perde chi sta dentro, ma che grande occasione perduta pure per chi sta fuori…

Parola alle istituzioni: le due fasi dell’integrazione

Interrogativi, denunce, preoccupazioni che abbiamo girato a Renzo Zanini, capo dell’Ufficio cantonale dei richiedenti l’asilo e dei rifugiati, e a Debora Banchini-Fersini, vicedirettrice della sezione del Sottoceneri della Croce Rossa Svizzera e capo della Divisione della migrazione.

Perché i migranti nei centri d’accoglienza arrivano a doverci restare fino ad anni?

La prima fase d’integrazione delle persone afferenti al settore dell’asilo attribuite al Cantone viene svolta nei Centri d’alloggio collettivo gestiti da Croce Rossa Svizzera, sezione del Sottoceneri, su mandato cantonale. In questa prima e delicata fase seguono un percorso composto da 8 moduli: economia domestica, finanze, scuola e formazione, salute, usi e costumi, integrazione professionale, informatica e, infine, lingua italiana. Parallelamente acquisiscono, tramite corsi di formazione e pratiche professionali, le competenze necessarie per potersi muovere in maniera indipendente sul territorio e per potersi integrare con successo nel tessuto sociale e professionale del cantone. Per poter raggiungere questo obiettivo è necessario che i richiedenti l’asilo siano ospitati in una struttura che possa offrire loro, oltre a soluzioni alloggiative adeguate e alla presa a carico di ogni ospite dal punto di vista sociale, medico e psicologico, anche delle attività d’integrazione. Si tratta di veri e propri laboratori d’integrazione. La permanenza media nei centri d’alloggio collettivo è in media di circa 11 mesi, ma ogni situazione è diversa e gli aspetti da considerare sono numerosi: esperienze pregresse e le capacità di ogni ospite; struttura familiare; impegni in corso; stato di salute; procedura d’asilo. È quindi evidente che – proprio perché i tempi di integrazione sono differenti - in rari casi le persone restino nei centri anche per un periodo più lungo.

L’integrazione non è una situazione soggettiva e difficilmente giudicabile con parametri generalisti?

Il compito della Croce Rossa, responsabile della prima fase di integrazione, è di fornire gli strumenti indispensabili per permettere alle persone di rendersi indipendenti dal punto di vista sociale e di accompagnare le persone in modo individualizzato, affinché apprendano dapprima la lingua italiana e in seguito trovino il loro percorso di integrazione. Il lavoro dei job coach, insieme a quello dei case manager, è accompagnare le persone in questo complesso processo e trovare insieme a loro delle strategie che li sostengano nel quotidiano. La valutazione del processo avviene tramite degli indicatori, allestiti secondo le indicazioni fornite dall’Agenda Integrazione Svizzera, che vengono adattati alle diverse persone per le quali si attiva un sostegno individualizzato con l’obiettivo di misurarne i progressi.

Non è possibile riservare ai nuclei familiari spazi più ampi?

Le famiglie vengono collocate negli spazi a disposizione nei centri e viene dato loro uno spazio riservato; laddove possibile si inserisce un numero di persone inferiore rispetto ai letti previsti per offrire il maggior agio possibile.

Perché proporre stage che nulla hanno a che vedere con la formazione e il background dei migranti?

Vi sono diversi tipi di stage che perseguono obiettivi diversi, per questo motivo possono essere attivati anche in professioni differenti rispetto a quelle apprese. Ad esempio, ci sono stage di osservazione – di breve durata – che ambiscono a una ripresa del ritmo, all’autostima e allo svolgere un’esperienza professionale in Svizzera. In questo caso le persone possono essere attivate anche in contesti professionali diversi rispetto alle esperienze pregresse. Altri sono stage che sperimentano altre professioni e verificano se le competenze professionali pregresse siano spendibili in contesti differenti, altri ancora vengono svolti nei medesimi contesti lavorativi sperimentati nel Paese di origine.

Ritenete corretto che aziende private ricevano manodopera gratuita per lavori pesanti e ripetitivi da migranti che non ne traggono alcun vantaggio, evitando di assumere personale? Come possono essere veicolo di integrazione lavori avulsi da un contesto di scambio linguistico e umano che non permettono di ampliare le proprie competenze personali, sociali e lavorative?

Non si tratta di manodopera gratuita, ma di un percorso strutturato di integrazione che segue i principi per l’integrazione socio-professionale dei residenti sul nostro territorio afferenti il settore dell’asilo definiti in un’apposita strategia. Proprio per questo motivo le misure di inserimento sul percorso sociale e formativo si svolgono in collaborazione con organizzatori senza scopo di lucro, attenti alle esperienze pregresse di queste persone. Per persone più vicine al mondo del lavoro è permesso attivarsi presso aziende private con un contratto di stage che ha una durata limitata e prevede una retribuzione, in accordo con gli uffici che hanno l’onere di vigilanza sul mercato del lavoro. Oltre alle attività pratiche, che si possono svolgere in diversi contesti e possono includere anche attività come quelle descritte, le persone sono accompagnate da diverse figure professionali. L’integrazione è un processo lungo e che spesso si confronta con le fragilità personali legate al difficile percorso superato per giungere in Svizzera.

Su che base scegliete questi datori di lavoro?

In base alla loro disponibilità ad accogliere nella loro organizzazione persone fragili con più o meno marcate difficoltà di comunicazione. La rete del sostegno sociale è molto articolata sul territorio. Si è molto attenti nella scelta dei partner, è importante che da parte loro ci sia un occhio di riguardo, oltre che consapevolezza, sul particolare vissuto delle persone a loro affidate. È tuttavia giusto ricordare l’importanza, qualora vi dovessero essere situazioni critiche, che queste vengano prontamente segnalate agli Uffici cantonali competenti.

Visto che i migranti, a differenza degli altri Cantoni, possono scegliere il proprio alloggio in Ticino, quali criteri vengono presi per l’assegnazione di una casa?

I Cantoni hanno la facoltà di attribuire un alloggio alle persone afferenti al settore dell’asilo, decisione presa in accordo con i partner istituzionali e i mandatari di prestazione della prima e seconda fase d’integrazione dopo un’attenta ponderazione degli interessi che contempla diversi ambiti, tra i quali salute, necessità mediche, scolarizzazione, attività professionale o di formazione. Lo stesso viene assegnato – tenendo conto delle esigenze della persona – cercando di suddividere le persone in modo equo su tutto il territorio cantonale, al fine di garantire l’accesso ai servizi presenti (scuole, servizi medici e psichiatrici, ospedali, ecc.) senza creare un sovraccarico a livello regionale o comunale, in quanto sono i Comuni che dovranno seguire le singole situazioni. Un’equa distribuzione sul territorio permette anche alle quattro sedi di Soccorso operaio svizzero, che accompagna nella seconda fase, di svolgere al meglio il proprio compito. Essa permette anche di avere un ampio bacino per la ricerca di stage e di posti di apprendistato o impiego. Oltre a ciò bisogna considerare la difficoltà nel reperimento di alloggi idonei, in relazione al prezzo e alla qualità. Al centro di questo processo si trova sempre la ricerca del benessere a lungo termine delle persone e la possibilità di una loro integrazione socio-professionale al fine di evitarne l’esclusione. Anche se la decisione presa dalla rete cerca di coniugare al meglio le opportunità presenti sul territorio ai bisogni di medio-lungo termine delle singole persone, essa non coincide sempre con i desideri immediati di tutti gli utenti.

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