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Un pugno non senso (Ti-Press)
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13.07.21 - 05:10
Aggiornamento: 14:35

Pugni e calci troppo facili nel Luganese

Numerosi casi, soprattutto fra i giovani, di violenza ‘gratuita’. Una parola e il facile appiglio per menare le mani, senza considerarne i pericoli

Non sono più i lampioni ad essere presi di mira. Oggi chi si trova confrontato con l’argento vivo di un’esistenza, e di un temperamento, ancora tutti da costruire, con ormoni scatenati o ricerche, non sempre facili, di un proprio spazio nel mondo, e soprattutto fra coetanei, punta dritto allo scontro fisico, senza, nella maggior parte dei casi, valutarne i pericoli e le conseguenze. Un segnale chiaro è stato lanciato recentemente dal sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, preoccupato “per l’esuberanza giovanile che si fa sempre più molesta, anche per il troppo bere e per i troppi soldi in tasca”, tanto da richiamare le famiglie a un maggiore controllo sui figli. Scenario non molto lontano, anzi piuttosto simile, anche alle nostre latitudini. In città, a Lugano, come nei suoi quartieri o in altri comuni ticinesi, la violenza, per di più gratuita, sembra trovare sempre più terreno fertile nelle nuove generazioni.

Giusto un paio di venerdì fa, un ventenne lo ha provato direttamente sulla propria pelle. Un giro in centro con gli amici si è trasformato, improvvisamente, in qualcosa, anziché di divertente, di doloroso. La serata lo aveva portato alla Foce, complice il desiderio di un po’ di fresco e di quattro chiacchiere con gli amici. Insieme, ormai a tarda notte, se ne stavano per i ‘fatti loro’ quando un altro gruppo di ragazzi si è avvicinato con fare minaccioso e con il desiderio, neanche troppo celato, di passare alle maniere pesanti. ‘Cazzo guardi?’, neppure il tempo di rispondere in modo diversamente più pacato che il giovane si ritrova per terra. Un pugno lo colpisce al viso provocandogli un taglio al sopracciglio. Portato all’ospedale da un’ambulanza – dopo l’intervento di una pattuglia della polizia – il ragazzo viene dimesso dopo essere stato medicato. Con la ferita resta la consapevolezza di essere stato vittima di un’aggressione ‘gratuita’ in piena regola. L’amico che era con lui riesce quantomeno a scamparla: erano in due contro cinque.

Dalla Foce la serata finisce all’ospedale

La notizia dei calci e pugni fa subito il giro di Instagram. Una ragazza, che vive nello stesso paese, vede sul suo cellulare il volto tumefatto del giovane. Quella sera non si trovava a Lugano, dove spesso si reca con la sua compagnia: «Non ero presente, sono venuta a saperlo tramite social. Quando non sono via per l’Università frequento spesso Lugano e personalmente mi sento sicura, forse perché fortunatamente non sono mai stata coinvolta direttamente in una rissa. Però è successo, purtroppo, a diversi miei amici. E questo più che trasmettermi insicurezza mi trasmette tristezza, più che altro perché noi ragazzi siamo lì per la stessa ragione e cioè per divertirci e non capisco perché debbano crearsi queste situazioni, spiacevoli alla fine per tutti perché vai a rovinare una serata. Da quello che sento sembra vi sia un aumento fra noi giovani di casi di violenza gratuita. Certo non capita solo a Lugano, si sente spesso di casi anche in altre città. A un paio di miei amici luganesi è capitato di essere picchiati fuori da un locale di Como. Il problema è che molti nostri coetanei muovono le mani senza alcun motivo. Vi sono anche adolescenti, e può capitare di assistere a più di una rissa durante la stessa serata, magari con lo stesso gruppo di persone. Quando sono in giro per Lugano vedo molte automobili della polizia, probabilmente però chi cerca lo scontro attende che si allontanino... evidentemente gli agenti non possono essere presenti ovunque... Peraltro anche i passanti molte volte per il timore di intervenire preferiscono far finta di niente, oppure guardano e poi se ne vanno... Del resto il pericolo è anche quello che esca un coltello o qualche altra arma. Non nascondo che l’abuso di alcol o altre sostanze faccia poi il resto...».

Karin Valenzano Rossi, capodicastero Sicurezza e spazi urbani, ce lo conferma: «Avvertiamo nella nostra cittadina una crescente aggressività fra i giovani e uno scarso riconoscimento dell’autorità e delle regole. Una volta bastava il passaggio di un agente per autoregolarsi, ora non è più così. Un tema che non è solo degli ultimi mesi, ma che in questi ultimi tempi registra ad ogni modo un trend in aumento. Va pur detto che non lo si riscontra solo nei giovani, che data la loro età e le maggiori fragilità ci porta ad un’allerta maggiore; sarebbe insomma sbagliato confinarlo esclusivamente fra le nuove generazioni. Attaccar briga sembra diventato un fatto usuale... Episodi che abbiamo visto alla Foce, al Parco Ciani, nei dintorni del Quartiere Maghetti, alla Pensilina. Del resto Lugano, è confermato da molti elementi, è diventato il crocevia di molti ragazzi provenienti dal sud e dal nord del cantone, che qui trovano occasioni di incontri. Soprattutto dopo il periodo difficile per tutti dettato dalla pandemia. Pensiamo anche a tutte le attività ricreative, sportive e tanto altro bloccate dall’emergenza sanitaria. Può essere questo un motivo di tanta aggressività? Forse, ma non dovrebbe esserne una giustificazione, pur in un periodo storico così difficile. In generale vedo una deriva della nostra società».

Ma, come detto, non c’è solo la città. A Bissone, zona lido, è successo già in un paio di occasioni: «Questo periodo molto strano per tutti, ci ha trasmesso un problema reale, che c’è e che va risolto – raccogliamo il commento del sindaco Andrea Incerti –. Sulla violenza gratuita? Non si può che esserne preoccupati! Abbiamo avuto dei ragazzi che si sono ritrovati, si sono picchiati fra di loro, alcuni dicono per il calcio, altri per questioni amorose. Se da un lato vogliamo però comprendere il disagio vissuto in questo ultimo anno con i cambiamenti della quotidianità, dei contatti, di una socialità imbrigliata, dall’altro lato pare che non abbiano remore nel trovare una scusa per far esplodere l’aggressività. Spesso, va detto, ogni scusa è buona per sferrare una sberla, uno spintone al coetaneo, ancor di più se condita da birre e superalcolici, tanto che, anche noi adulti, si ha spesso timore a riprenderli».

Spesso fuochi di paglia, ma gravi conseguenze

Motivi futili, conseguenze pesanti? «È molto preoccupante tutto ciò – risponde ai nostri interrogativi Pierre Kahn, psicologo e psicoterapeuta –, ma non tanto sorprendente perché da diversi anni osservo come, comunque, molti giovani hanno meno limiti imposti e quanto in parallelo sia difficile in generale per i genitori imporre questi limiti ai propri figli. Sarebbe interessante interrogare un sociologo perché potrebbe portare una lettura diacronica sui cambiamenti sociali all’interno della famiglia negli anni. Forse ci spiegherebbe che i genitori adottano degli atteggiamenti o dei metodi educativi che sono opposti a quelli che hanno vissuto o subìto dai propri genitori nel loro passato di figli». Una lettura della società che porta a una seconda considerazione: «Oggi – continua Kahn – assistiamo, e questo invece è dal mio punto di vista un dato positivo, a dei padri che sono molto più presenti quotidianamente e nella continuità della cura dei figli, forse per via di un cambiamento di paradigma o forse a causa della ricerca di un lavoro a tempo parziale o magari anche per un partitine ‘forzato’ perché diverse donne, dico anche giustamente, vogliono comunque lavorare parzialmente e non vi rinunciano per una maternità raggiunta. E forse questo essere più coinvolti con i figli da parte di questi padri impedisce loro di essere un po’ il ‘polo limitante’, anche se dal mio punto di vista l’essere più coinvolti non dovrebbe togliere loro autorevolezza che ovviamente è diverso da autorità. Anzi potrebbero fare le due cose: essere più presenti a livello educativo e affettivo ma comunque essere limitanti per quello che è giusto nella crescita dei figli. Questi limiti costrittivi indirettamente i ragazzi li hanno forse ritrovati con le imposizioni legate al periodo Covid anche se questo periodo, pur particolare, non può spiegare da solo queste ‘esplosioni’ alle quali stiamo assistendo solo per via degli allentamenti in atto».

Pandemia a parte c’è, dunque, un’altra possibile lettura: «Un elemento importante dal mio punto di vista, e che può spiegare almeno parzialmente quello che sta succedendo – avanza il nostro interlocutore – è l’incapacità per certi giovani dell’immedesimarsi negli altri, del capire cosa provano gli altri. Credo che su questo elemento preciso gli adulti in generale, che poi siano genitori, insegnanti, formatori, allenatori, dovrebbero lavorare molto di più. Perché se un ragazzo fosse capace di fare questa operazione non invaderebbe aggressivamente lo spazio dell’altro aggredendolo per qualsiasi futile motivo o con un impeto che è sconsiderato. Ovviamente questo non impedirebbe in assoluto il ricorso alla violenza, il pugno per un qualcosa di veramente grave, però potrebbe far diminuire drasticamente il numero di passaggi all’atto e sicuramente l’accanimento senza senso che vediamo in certe situazioni e che mettono seriamente in pericolo l’incolumità dell’altro se non a volte addirittura la vita stessa». Da considerare, peraltro, «inevitabilmente è la variabile della costruzione dell’identità dell’adolescente che in quella fase specifica di evoluzione passa molto attraverso l’apparire, nel costruire la propria immagine forte e vincente. E nel 2021 purtroppo i social network gli danno una mano sconsiderata. Oggi cioè fotografare, filmare, inserire in rete, diffondere sono delle operazioni molto facili e alla portata di tutti. In pochi attimi, in base al numero di condivisioni, sei dappertutto, attraversi le frontiere e ti senti falsamente forte, importante e famoso. E tutto questo non può frenare ciò a cui assistiamo ma, anzi, può portare a emulare e amplificare. D’altra parte non penso proprio che l’adolescente di oggi sia più stupido o cattivo rispetto a venti, trent’anni fa; si muove solo in una cornice più labile, o come oggi è di moda dire più ‘liquida’, e quindi si permette di più non rendendosi facilmente conto del male che arreca sicuramente agli altri ma molto a se stesso, perché comunque paghi. È come lanciare un boomerang dimenticandosi che torna indietro, rischia di spaccarti i denti, quello che magari hai appena fatto al povero coetaneo che giace ai tuoi piedi».

Emulazione, un sentimento che se non usato con la testa risulta spesso pericoloso: «E qui possiamo parlare anche dei videogiochi detti violenti che in mano a certi adolescenti diventano un facile strumento per passare dal virtuale al reale non rendendosi conto delle conseguenze di questi gesti perché nel gioco si muore senza danni e non si soffre minimamente. Abbiamo assistito purtroppo nell’ultimo decennio a fatti tragici, anche se generalmente più di massa, ma non per questo non possiamo escludere che queste emulazioni ispirino certi giovani anche a singoli episodi o singole azioni di violenza gratuita – non manca di evidenziare Kahn –. Quindi se lo devo guardare dal mio osservatorio dico di assolutamente limitare, perché tutti abbiamo bisogno di limiti, ma anche di istruire i giovani a capire e a rispettare l’altro. Martin Luther King disse: “La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”. Mi piacerebbe completare questo concetto dicendo “la mia libertà finisce dove inizia la sofferenza dell’altro”».

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