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L'intervista
26.08.20 - 06:00
Aggiornamento: 09:58

'Quando si usa violenza sui minori, si insegna violenza'

Myriam Caranzano Maître lascia il timone della Fondazione della Svizzera italiana per l'aiuto, il sostegno e la protezione dell'infanzia dopo oltre vent'anni

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Myriam Caranzano Maître con novembre passerà le redini dell'Aspi, la fondazione della Svizzera italiana per l'aiuto, il sostegno e la protezione dell'infanzia, con sede a Breganzona. Un impegno, quello del medico pediatra, che l'ha portata a percorrere la difficile e delicata strada della 'violenza zero' sui minori. Con lei abbiamo toccato e ricordato le principali tappe che hanno portato al presente e precorso i traguardi futuri, che restano ancora molti.

Quasi trent'anni nell'Aspi (da quando la fondazione era ancora associazione), ventitrè al suo timone e dal 2009 direttrice, a cui si affianca la precedente militanza, dal 1982, nel Kinderschutz, la fondazione per la protezione dell'infanzia a livello svizzero. Si sarebbe aspettata che dopo un quarto di secolo la tematica degli abusi sessuali e dei maltrattamenti sui minori continuasse così a essere di stretta attualità?

Da una parte, mi sarei aspettata una maggiore consapevolezza dell'entità del problema. Quello che è successo è che, abbastanza rapidamente, la gente ha preso coscienza del problema degli abusi sessuali sui bambini, ma molto meno delle altre forme di maltrattamento, tutto quello che è cioè maltrattamento fisico, psicologico-emozionale e la trascuratezza. Oggi come oggi c'è ancora tanta gente che non riconosce che c'è un problema molto più vasto degli abusi sessuali e che le conseguenze di questi maltrattamenti, in tutte le loro forme, sono da prendere sul serio. Dall'altra parte, osservando da una prospettiva più ampia nella storia dell'umanità questi sono cambiamenti che richiedono molto tempo. Tante cose sono comunque cambiate in questi decenni e io credo che bisogna essere ottimisti: sempre più gente oggi riconosce che c'è un problema e noi dobbiamo rendere consapevoli del fatto che si può fare qualcosa, non è una fatalità che ci siano dei maltrattamenti, si possono cambiare le cose. Si sa come fare, si sa cosa fare, perciò bisogna attivarsi sempre di più, far sapere che ci sono delle strategie che portano un cambiamento veramente molto importante. Queste strategie, denominate Inspire, sono portate avanti dall'Organizzazione mondiale della sanità e dal partenariato mondiale per porre fine alla violenza sui bambini, di cui Aspi è membro.

Dottoressa, l'hanno definita una pioniera nell'ambito della prevenzione. Cosa resta ancora da fare per concretizzare la 'violenza zero'?

A livello internazionale l'Oms ha indicato delle strategie così da porre fine alla violenza sui bambini. Sono raggruppati in un documento e dice che bisogna lavorare a più livelli. Sono strategie tutte comprovate. Un livello sta nell'implementazione delle leggi che definiscono che non è permesso usare violenza sui bambini. Un altro aspetto sul quale lavorare sono le norme e i valori, far evolvere la consapevolezza che la violenza non va mai bene. Il terzo elemento tocca la sicurezza dell'ambiente nel quale vivono i bambini e le famiglie, ridurre per esempio tutto quanto porta alla violenza, la droga, l'alcol. Un altro aspetto ancora è il sostegno ai genitori, senza dimenticare l'aspetto economico così che le famiglie possano vivere dignitosamente. Ciò, ovvero la povertà, è un problema anche da noi, non solo nei Paesi in via di sviluppo. Non mancherei di citare la strategia che riguarda l'aiuto alle vittime. Tutte le altre strategie vogliono evitare che la violenza sui bambini accada, quest'ultima ha l'obiettivo di far star meglio la vittima, aiutarla a guarire e ad evitare di diventare, a volte, autore di violenza. Un ultimo pacchetto strategico tocca l'educazione, nel quale l'Aspi in particolare è molto attiva. Tutto questo va nel senso di diffondere i messaggi di prevenzione e di promuovere il 'buon trattamento' dei minori. Una fondazione come la nostra può fare la sua parte, ma non basta, bisogna tutti mettersi al lavoro, come singolo e come società.

Come ha avvertito in questi più di vent'anni il grado di protezione dell'infanzia nella Svizzera italiana? La legge è migliorata?

Sicuramente tanto è migliorato, anche se c'è ancora tanto da migliorare. Se torno indietro a quando frequentavo l'università o quando ero giovane medico, si vedevano solo i casi più gravi, dove gli indicatori di maltrattamento erano eclatanti. Oggi c'è una maggiore sensibilizzazione e anche formazione dei professionisti dell'infanzia, in ambito sanitario ma anche pedagogico, insomma tutti coloro che hanno a che fare con bambini sono, di solito, molto meglio preparati, formati, per riconoscere sospetti di violenza e meglio reagire nella protezione del bambino. Anche a livello di legge la situazione è evoluta, diverse cose sono migliorate, quello che manca assolutamente è una legge che dica in modo chiarissimo che non si può usare alcun tipo di violenza, di punizione corporale su un bambino, e in Svizzera è ancora purtroppo tanto un tabù, in modo particolare nella Svizzera italiana. Dunque anche lo schiaffo o la sculacciata. Non per mandare in galera i genitori, attenzione, ma per affermare che la violenza non la si può mai giustificare. Può succedere che qualcuno perda la pazienza, nessuno è perfetto, però smettiamola di dire che va bene ed è educativo. Perché quando si usa la violenza si insegna la violenza. L'importanza, dunque, anche da noi di una legge che faccia chiarezza una volta per tutte e che hanno già 60 Paesi nel mondo. Se la sberla è un reato fra adulti perché non lo deve essere verso i bambini?

Quali contesti (famiglia, scuola, parrocchia, ecc) restano fra i più sensibili nell'opera di prevenzione?

Tutti coloro che vengono a contatto con bambini dovrebbero avere questa sensibilità e sapere a chi rivolgersi. Se vedono che un bambino non sta bene, che soffre, saper come fare per poterlo aiutare, saperlo ascoltare. Ora, la scuola sta facendo un enorme lavoro da parecchi anni in questo senso, noi come Aspi con i nostri programmi siamo partner, la stessa Chiesa cattolica ha fatto un grande lavoro di sensibilizzazione, altri enti anche. Direi che un ambiente particolarmente difficile da raggiungere sono le famiglie, soprattutto le famiglie 'disfunzionanti'. Come si fa allora a raggiungerle? I genitori in difficoltà non per forza partecipano alle attività proposte sul territorio. Spesso poi chi è in difficoltà non osa dirlo, si vergogna, perciò è bene far passare il messaggio di chiedere aiuto. Anche chi è fuori a guardare dovrebbe togliersi gli occhiali del giudizio e passare a una cultura dell'aiuto. Un altro aspetto che riguarda le famiglie tocca i bambini molto piccoli, dai 0 ai 3 anni, considerati molto a rischio. Recentemente ho sentito ancora una mamma che urlava con un bebè e mi è venuta la pelle d'oca! Chissà cosa provava questo bambino? Una soluzione che ha dato buoni frutti a livello internazionale sono le visite a domicilio rivolte alle famiglie con bambini da 0 a 3 anni. Vorrei rendere attenti a certi pregiudizi in merito a chi maltratta. Se la povertà gioca un ruolo importante, ho potuto vedere famiglie ticinesi o svizzeri doc benestanti maltrattare i propri figli in modo spaventoso, in famiglie che vivevano in una bellissima casa, dove tutto dall'esterno sembrava perfetto.
La povertà può essere un fattore di rischio ma non deve farci dimenticare, o non vedere, che il maltrattamento può avvenire in tutti gli strati sociali, in tutte le famiglie del mondo, così anche da noi.

È stata confrontata nella nostra realtà ticinese con casi di gravi violenze fisiche e/o psicologiche? Quali storie si porta nel cuore con più dolore?

Mi restano nel cuore tanti casi, soprattutto quelli più gravi di cui mi ricordo bene la situazione, casi di bambini particolarmente segnati. Spesso ci penso, chiedendomi come vanno... Vorrei risalire a loro, ma non ho alcuna possibilità di poterlo fare. Oppure quei casi di sofferenza dove non si è riusciti a documentare a fondo le cause, dove non vi sono state prove reali e dunque non vi è stata la possibilità di intervenire come avrei voluto.

Violenze e maltrattamenti, restano in generale, un tabù per chi li subisce e per coloro che ne sono testimoni indiretti (insegnanti, genitori, compagni, vicini di casa), spesso chiusi nel silenzio anziché autori di denunce?

Sicuramente esiste ancora questo tabù. Ho l'impressione che spesso vi sia la paura di segnalare o denunciare per timore di sbagliare, di scatenare chissà quali problemi agli adulti. C'è tanta empatia per l'adulto che magari si pensa potrebbe essere segnalato a torto. Io vorrei che ci fosse la stessa empatia per i bambini che non sono segnalati per paura di sbagliare. L'importante è fidarsi dei professionisti e dei servizi chiamati a gestire queste situazioni e che lo fanno nel miglior interesse del bambino e della sua famiglia.

Si è mai voluta dare una risposta, una 'giustificazione' (una parola che può sembrare fuori luogo), ai motivi, alle scuse portate da chi è autore di questi incresciosi atti sui minori?

Ma certo, è da tantissimo tempo che fra colleghi ci si chiede come un adulto può arrivare a commettere queste cose, come è possibile. È una domanda importantissima e una parte della risposta la si conosce. Vi sono molti studi che evidenziano le dinamiche di trasmissione della violenza, ossia la si impara come modalità di relazionarsi già nell'infanzia. La mamma stanca, il papà disperato perché ha perso il lavoro, molto spesso ci si rende conto che sono persone che hanno imparato il linguaggio della violenza, anche perché in passato era così che si faceva, il potere dell'adulto sul bambino con metodi basati sulla violenza. Come detto, quando si usa violenza si insegna violenza e da qualche parte la si è anche spesso subita. Ebbene bisogna interrompere questo circolo vizioso della violenza. Ogni volta che proteggiamo un bambino e che gli si dice che la violenza non è mai una soluzione facciamo prevenzione. Per questo non basta solo andare contro il maltrattamento, ma promuovere il 'buon trattamento'.

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