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18.04.20 - 18:00

Coronavirus, anche le Ong dovranno reinventare l'aiuto

Mentre è stata creata una task force di dialogo con la Confederazione, due interviste per capire la crisi per chi fa aiuto alla cooperazione

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Bolivia, Cochabamba: Lisa Macconi, cooperante di Comundo e membro della Fundación Estrellas en la calle, assieme a un collega informa un gruppo di senzatetto sul Coronavirus. 16.3.2020

«Non si può pensare che si farà aiuto allo sviluppo come prima». Per Marianne Villaret, l'emergenza Coronavirus cambierà il mondo della cooperazione, anche se è ancora presto dire come. Il Covid-19 ha raggiunto ormai praticamente tutti i Paesi del mondo, compresi quelli meno sviluppati dove fortunatamente la pandemia non sembrerebbe aver per ora colpito duro come in Europa. Questo dal profilo sanitario, perché sotto altri aspetti la crisi è già manifesta. Intervista alla segretaria generale della Fosit, la Federazione delle Organizzazioni non governative (Ong) della Svizzera italiana.

Cos'è cambiato sul terreno? 

Al momento molti progetti sono fermi, ma questo varia a dipendenza del tipo di attività e dei continenti. In molte situazioni, i Paesi sono in lockdown come noi. Questo significa che i progetti legati all'edilizia o alla scuola sono stati bloccati. Senza generalizzare, siamo comunque in un momento di pausa. Molti Paesi africani hanno già dei protocolli in caso di epidemia, perché sono Paesi dove le malattie infettive rappresentano già normalmente purtroppo un problema. 

Alcune Ong, come Medici senza frontiere ed Emergency, sono attive nella lotta diretta al Covid-19. Questo vale anche per quelle riunite nella Fosit? 

Quelle già nel settore sanitario, sì. I membri tradizionalmente non sono attivi nell'aiuto umanitario e d'emergenza, ma possono trovarsi confrontati con situazioni d'emergenza. Per tutti i bisogni cambiano, potrebbe esserci bisogno ad esempio di mascherine e guanti. Chi sostiene strutture educative ha nuovi bisogni, nuove direttive locali. Chi ha sempre fatto cooperazione con associazioni o comunità da lungo tempo potrebbe avere un problema di urgenza umanitaria. Magari sono bloccate le vie di comunicazione o manca carburante per trasporti o generatori di elettricità. La pandemia potrebbe scatenare problemi di ordine sociale. Ma il problema più grande sarà quello economico: non ci sono più esportazioni né turismo. In alcuni Paesi scarseggiano i prodotti di base.

Si può già tracciare un primo bilancio?

È presto. Dobbiamo comunque aspettarci un aumento della povertà. L'altro problema economico è che molti Paesi dipendono da sostegni internazionali. Fondi che potrebbero venir diminuiti per varie ragioni. Perché i Paesi ricchi in questo momento potrebbero avere altre priorità. La crisi sarà fortissima e avrà un impatto soprattutto sui più vulnerabili. Persone alle quali basta poco per scivolare nella povertà più estrema. Parliamo di non avere accesso all'acqua, all'igiene, all'alimentazione, alla salute.

Il bisogno aumenta, ma la raccolta fondi è diventata più complicata...

Proprio così. In questo momento serate di gala o bancarelle sono impensabili. C'è chi lo fa online, ma il problema resta. Questa situazione esige dalle Ong un modo diverso di fare raccolta fondi: c'è chi mantiene un contatto più diretto e costante coi donatori.    Un modo diverso però anche di pianificazione. Non si può più pensare che si farà del sostegno allo sviluppo come prima. Ci sono aspetti legati a un'economia in difficoltà che dovranno probabilmente essere affrontati con altre priorità. Sono situazioni variabili che vanno a sommarsi a contesti di vulnerabilità già esistenti. Si dovranno fare delle scelte e sarà difficile, ma dobbiamo ricordarci anche dei più deboli.

È ipotizzabile un riorientamento delle Ong?

L'anno scorso la Fosit ha messo nei propri statuti anche l'aiuto umanitario, proprio perché ci siamo resi conto che non c'è più questa barriera fra sviluppo durevole (formazione, ricostruzione, ecc., ndr) ed emergenza. Forti del fatto che ora abbiamo anche l'aiuto umanitario, possiamo discutere in un futuro di sostenere anche questo, ma attualmente i fondi che abbiamo sono legati ad attività di cooperazione. Speriamo di poterne liberare per l'aiuto umanitario il prima possibile. 

Come si stanno muovendo le Ong in Svizzera?

In Svizzera abbiamo sette Federazioni – la nostra e sei romande – che riuniscono in totale 262 Ong. Abbiamo più di 300 progetti in corso cofinanziati da fondi pubblici, senza contare le attività non finanziate. Lavoriamo assieme già da alcuni in anni in modo molto più intenso di prima per poterci coordinare, imparare gli uni dagli altri e adottare buone soluzioni magari testate in altri contesti. Le parole d'ordine adesso sono flessibilità e vicinanza ai nostri membri. Abbiamo dovuto spostare delle partenze. Le visite di terreno e gli invii di cooperanti sono sospesi. Ci sono Paesi nei quali, oltre a quella sanitaria e socioeconomica, inizia la crisi politica. So che diversi cooperanti sono rientrati anche per una questione di sicurezza, non solo di salute. Tutti si stanno dando un gran da fare per cercare di securizzare sia il personale locale, sia il materiale, sia le strutture. Per chi come noi forma le Ong, eroga fondi e veglia la qualità, lo scopo ora è fare di tutto affinché la macchina non si fermi.

E mentre Helvetas ha comunicato di aver avviato già da giorni la distribuzione di kit igienici e impianti mobili per il lavaggio delle mani in diversi Paesi del Sud del mondo, abbiamo sentito la responsabile di un'altra Ong, Corinne Sala di Comundo, per capire concretamente com'è cambiato il loro lavoro in queste settimane.

I vostri cooperanti sono rimasti nei Paesi dov'erano attivi?

Abbiamo sul terreno un centinaio di cooperanti, in otto Paesi diversi. Da ognuno di questi ne sono rientrati alcuni. Abbiamo fatto rientrare subito all'inizio quelli dei gruppi a rischio. Alcuni hanno anticipato il rientro, altri sono venuti qui preferendo aspettare la fine della pandemia in Svizzera. Ma la maggior parte sono rimasti. Poi ci sono anche i casi di partenze programmate e annullate. Infatti abbiamo deciso, almeno fino a giugno, di elargire loro dei sostegni extra, perché si tratta di persone che si erano già licenziate, avevano già dato le proprie disdette, e ora si ritrovano forzatamente a restare in Svizzera. 

E chi è rimasto fuori, come lavora?

Dipende. In Colombia, Perù e Bolivia ad esempio c'è il lockdown totale: nessuno può uscire di casa, tranne un giorno alla settimana per fare la spesa. Lì i progetti sono forzatamente fermi. C'è chi lavora coi ragazzi di strada, particolarmente vulnerabili, e loro – in accordo con le autorità locali – continuano a lavorare, distribuendo ad esempio i generi di prima necessità e facendo prevenzione. In generale, molti stanno facendo home office, anche se non tutto si può fare in quella modalità. 

Cosa potete fare per prevenire i contagi?

Nel nostro raggio d'azione si può fare sensibilizzazione sulle misure di precauzione. Per esempio, in Nicaragua dove non c'è un lockdown, abbiamo messo in piedi linee d'azione con le organizzazioni con le quali lavoriamo, per proteggere loro e le persone con le quali entrano in contatto. Sono state introdotte ad esempio negli uffici misure d'igiene e di distanziamento sociale più severe. 

Siccome si prospetta anche da noi una crisi economica, c'è il rischio che i fondi per la cooperazione vengano tagliati?

Il rischio c'è. È già stata creata una task force 'Covid-19' della piattaforma delle Ong svizzere, che è in dialogo con la Dsc (Direzione sviluppo e cooperazione del Dipartimento federale degli esteri, ndr): vogliamo spiegare loro le conseguenze sul terreno della crisi e i possibili rischi a livello di raccolta fondi. Il dialogo però è in una fase ancora embrionale. Inoltre, anche le fondazioni private può darsi che decidano di sostenere progetti in loco, perché anche qui ci sarà bisogno. È difficile. Nei prossimi giorni abbiamo una riunione per valutare tutti gli scenari: cosa fare le donazioni scendono del 10, del 20, del 30%? Dobbiamo prepararci a varie possibilità, riorientandoci o ristrutturandoci. 

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