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26.11.22 - 05:30

‘Non si può ammazzare una donna per un ciuffo di capelli’

Tre 18enni che frequentano il Liceo Papio hanno deciso di compiere un gesto simbolico a sostegno delle donne iraniane che lottano per i propri diritti

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Un gesto all’apparenza semplice e banale, che da poco meno di due mesi ha però assunto un significato simbolico potentissimo: una ciocca di capelli tagliata per ricordare chi per quello stesso pugno di capelli fuori posto è morto, Masha Amini, 22enne del Kurdistan iraniano arrestata lo scorso 13 settembre a Teheran dalla "Polizia morale" per l’hijab (il velo islamico) non indossato perfettamente e deceduta tre giorni dopo in ospedale dopo essere stata (probabilmente) picchiata a morte dagli stessi agenti. Un episodio che ha scatenato proteste (sfociate anche in scontri violenti) in tutto il Paese e portato centinaia di donne ad affrontare il regime islamico bruciando in piazza il loro hijab e tagliandosi appunto i capelli, pubblicando poi il video sui social per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale. Un’onda lunga di sdegno che è arrivata anche in Qatar, ai Mondiali di calcio, dove la Nazionale maschile iraniana ha deciso, in occasione della sua prima partita contro l’Inghilterra, di non cantare l’inno nazionale. Un silenzio che ha generato molto rumore e che ha fatto arrabbiare il regime integralista, tanto da spingere i giocatori (probabilmente costretti anche dalle pressioni sulle proprie famiglie in patria) a intonare invece l’inno nel secondo match, giocato ieri contro il Galles. Ma il messaggio era ormai lanciato.

Il tema di italiano e quel trafiletto sul giornale ‘troppo piccolo’

Un messaggio di sostegno alle donne iraniane (e non solo) che hanno voluto ribadire, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, anche tre giovani ticinesi. Michelle, Salomé e Giulia (tutte 18enni) venerdì si sono così ritrovate davanti al Liceo Papio (che frequentano) e, forbici alla mano, si sono tagliate una ciocca di capelli.

«Tutto è nato durante una lezione di italiano – ci racconta Michelle, colei che ha preso l’iniziativa coinvolgendo poi le amiche, che ne condividono i pensieri –. Dovevamo sfogliare il giornale per individuare un argomento d’attualità sul quale redigere un tema e stavo per scegliere una notizia sulla Russia, quando mi è caduto l’occhio su un trafiletto riguardante l’uccisione della "ragazza con la coda", anche lei diventata un simbolo delle proteste in Iran, dove molte altre persone sono morte a causa della repressione. Ho quindi deciso di focalizzarmi su quella tematica, in primis perché mi interessano molto i diritti delle donne, ma anche perché mi ha sorpreso lo spazio limitato concesso a una notizia così importante».

E non è l’unico aspetto che ha fatto "arrabbiare" Michelle… «La prima volta che ho sentito parlare di quanto capitato a Masha, non mi sono resa bene conto di cosa ci fosse dietro, ma quando ho capito che è stata uccisa per una cosa così stupida, mi sono davvero incazzata. Non voglio assolutamente andare contro la loro religione, che rispetto, ma c’è un limite a tutto, non si può ammazzare una donna perché ha mostrato un ciuffo di capelli. Così come non trovo giusto imporre alle donne il velo e tutto il resto, dovrebbe essere una scelta. In questo senso mi fa molto piacere vedere molti uomini protestare, compresi i giocatori della Nazionale iraniana ai Mondiali, hanno avuto coraggio».

‘Noi siamo liberi, ma proprio per questo è importante sostenere chi non lo è’

Nella giovane di Ascona cresce così la voglia di dire la sua, anche perché ha la sensazione che «se ne parla troppo poco. Stanno morendo così tante persone che hanno il solo torto di difendere una causa giusta come i loro diritti, ma sembra quasi una cosa normale e non lo trovo giusto. In classe ho diverse compagne che possiamo definire femministe, ma a nessuna sembra interessare quanto sta succedendo in Iran. Questo mi ha colpito e dopo averne parlato anche con mamma, che mi ha sostenuta, ho deciso di compiere un gesto simbolico. Io e le mie amiche siamo consapevoli che non è che le cose cambieranno domani grazie a noi, però trovavamo giusto lanciare, anche nel nostro piccolo, un messaggio. Perché noi qui in Svizzera siamo liberi di fare quello che vogliamo, ma in altri Paesi non è così e nel limite del possibile dobbiamo essere vicini a chi lotta ogni giorno per i propri diritti».

In questo senso, sia per denunciare, sia per informarsi ed eventualmente prendere posizione, i social media sono fondamentali... «Ammetto di non essere una ragazza molto attiva sui social, in particolare Instagram mi sembra molto superficiale e preferisco informarmi attraverso giornali e televisione, ma effettivamente in casi simili sono una cassa di risonanza impressionante e permettono, quando non censurati, di amplificare la voce di chi viene oppresso. E noi ci tenevamo ad aggiungere anche la nostra al coro di proteste».

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