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04.04.22 - 05:30

Locarno, non uno ma 8’670’300 modi di essere svizzeri

Venerdì 8 aprile, la consigliera nazionale Ada Marra sarà ospite del Gruppo integrazione locale per riflettere su identità e integrazione

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Keystone
La vodese Ada Marra, consigliera nazionale socialista

"Ma io sono svizzero!" (reclama il primo); "di carta bollata!" (risponde caustico il secondo). Un’espressione – da dirsi tutta d’un fiato "dicartabollata" – che è stata un ritornello quasi costante, alle elementari prima e alle medie poi, che alcuni miei compagni di classe di origini italiane (ma non solo) si sono sentiti ricordare una ricreazione sì e l’altra pure. (A quelli "senza passaporto" si rammentava invece di tornare da dove fossero venuti, benché alcuni fossero nati a Locarno). Sono trascorsi all’incirca venticinque anni, sono cambiate tante cose e le classi scolastiche sono in buona parte più cosmopolite. Tuttavia ancora oggi la domanda ‘che cosa significa essere svizzeri?’ è di forte attualità, perché ancora c’è chi tenta di cristallizzare e immobilizzare l’identità nazionale su un ideale fuori dal tempo e, soprattutto, esclusivo.

La consigliera nazionale socialista Ada Marra prova a dare una lettura della questione nel suo ‘8’670’300 modi di essere svizzeri’ (Dadò Editore, 2021). La pubblicazione, con la prefazione di Dick Marty e con un titolo di per sé programmatico, si prefigge di analizzare la questione identitaria in un periodo d’irrigidimento, chiedendosi in aggiunta «da quando una persona è considerata parte della famiglia». Lo fa partendo dal suo vissuto personale, ma anche forte dell’esperienza tratta dall’iniziativa parlamentare per la naturalizzazione agevolata della terza generazione, una battaglia politica vinta nel 2017 con il 60,4 per cento dei votanti favorevoli e il sostegno della maggioranza dei Cantoni.

L’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Ada Marra e riportare una riflessione minima sul tema ci è data dall’incontro organizzato dal Gruppo integrazione di Locarno. Ricalcando il titolo del suo libello, l’associazione l’ha invitata come relatrice per una conferenza che si svolgerà nella sala multiuso della Spai di Locarno, venerdì 8 aprile alle 20.30 (al mattino incontrerà gli apprendisti). Il giorno precedente, giovedì 7, Marra prenderà parte a una serata pubblica sul tema alle Scuole Nord di Bellinzona.

Far parte della famiglia

Nata a Losanna nei primi anni Settanta da operai italiani immigrati in Svizzera al principio dei Sessanta, dal 2007 Marra è consigliera nazionale. Nonostante ridotta all’osso, nelle tre righe di presentazione sta parte del contesto che la vodese descrive nella sua pubblicazione, che ha un duplice intento: «Analizzare chi decide chi può diventare membro della famiglia (da intendersi la Svizzera, ndr) andando a vedere che cosa accade a livello amministrativo e politico, per concludere quindi sul modo di essere svizzeri». Spoiler: «Non c’è un modo, ma tanti modi e tutti sono legittimi», dichiara convinta.

«La visione imposta negli ultimi vent’anni è quella della nazionalità a due livelli», afferma. A modo di vedere dell’interlocutrice, il passaporto rossocrociato per taluni si sdoppia: da una parte quello "vero" degli svizzeri di nascita, dall’altra quello "finto" degli svizzeri naturalizzati ("dicartabollata"). Ma «chi definisce e decide chi è svizzero e chi può diventarlo?». Anche qui si snoda un bivio, illustra Marra. Da una parte c’è l’istituzione con la Legge federale sulla cittadinanza svizzera. La legge dà i criteri per poter fare domanda per i quali «si deve essere ricchi e ben istruiti. Questi sono i dati di fatto che emergono dal testo di legge, perché la richiesta è preclusa a chi è al beneficio degli aiuti sociali, da un lato. L’introduzione dell’esame scritto, dall’altro, discrimina coloro che anche nella propria madrelingua non leggono e scrivono bene, che rinunciano dunque in partenza», illustra.

Dall’altra parte – tornando al bivio –, «c’è il discorso politico. Da ormai vent’anni, una certa argomentazione della destra immobilizza la storia accaparrandosi la definizione di chi è svizzero, tradotta anche nelle leggi. Durante la campagna per la naturalizzazione agevolata della terza generazione, chi era contro lo faceva mettendo in discussione il grado d’integrazione... della terza generazione! Qui entra in gioco il mito dello svizzero puro che rischia di essere intaccato», sottolinea e aggiunge che questo tipo di narrazione va decostruita, fra gli intenti soggiacenti al suo libro.

L’integrazione non può essere unilaterale

«L’integrazione e il riconoscimento devono andare di pari passo: io mi sento parte della famiglia, soprattutto quando sono riconosciuto come suo membro. A livello istituzionale è un’illusione credere di oggettivare il concetto d’integrazione, che adesso è di fatto politicizzato», rileva. Nella sua determinazione le varie istanze (federale, comunale e cantonale) «possono dire la loro: far parte della famiglia dipende quindi molto dal luogo in cui si nasce. Una via di mezzo fra lo ius soli e il diritto di sangue sarebbe quella di depoliticizzare le procedure e applicare criteri amministrativi», propone la socialista.

La Svizzera è un insieme di molteplicità, un’essenza plurale che «va valorizzata, senza esclusioni». Prendiamo in prestito un passaggio della prefazione di Dick Marty per riassumere l’idea: "L’essere svizzeri significa in realtà condividere un progetto di società che sin dall’inizio è stato e ha voluto essere un’associazione di culture, lingue e religioni diverse". Come far passare questo messaggio? «Andando nelle classi a dialogare con i giovani, portando il discorso positivo su identità e diversità, ribaltando la narrazione negativa, sospettosa, esclusiva. Il nostro Paese sta insieme per una volontà d’unione. Questo principio va valorizzato», chiosa.

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