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17.01.22 - 20:53

Locarno, ‘non vedevo mia figlia da mesi’

Un papà in attesa di un appuntamento a Casa Santa Elisabetta. ‘Tantissime richieste in tutto il cantone. Ci siamo adoperati per migliorare il servizio’

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Per rimettere insieme i pezzi

«Non vedo mia figlia da diversi mesi. È pesante. Sono disperato, perché non riesco ad arrivare a capo della situazione, umanamente inaccettabile. Sono costretto ad andare fuori da scuola per vederla da lontano, ma non posso trascorrere del tempo con lei». A raccontarlo qualche tempo fa era il padre di una bambina in età scolare, domiciliato nella regione (il cui nome è noto alla redazione), che si trovava nella logorante situazione di non poterla incontrare.

Va comunque aggiunto, come riferiva il nostro interlocutore, che fino all’inizio dello scorso anno la bambina stava con lui due giorni alla settimana. Come spesso accade, le cose sono poi cambiate, la situazione si è spaccata ed è precipitata. Dopo una decisione del tribunale ad aprile, è stato stabilito che la bambina vedesse il papà al punto d’incontro locarnese gestito dall’associazione Casa Santa Elisabetta, un servizio attivo che offre un luogo neutro a minorenni e genitori, affidatari e non, un ambiente rassicurante e protetto allo scopo di ripristinare le relazioni con il genitore dal quale vive separato, riporta la spiegazione.

Tuttavia, «è da agosto che telefono all’associazione per stabilire il primo incontro e mi viene sempre risposto che devo pazientare, di richiamare ancora, che la lista d’attesa è lunga», spiegava l’intervistato. «Con il mio avvocato abbiamo anche pensato d’inoltrare domanda per poter avere accesso a punti d’incontro a pagamento».

Al di là del caso privato e della storia personale, andando oltre una situazione familiare che per competenza e buonsenso non sta a noi giudicare né tantomeno risolvere, quando un figlio, per ragioni a lui estranee, non può vedere uno dei genitori per diversi mesi è ingiusto.

Poco spazio e tantissime domande: ‘Non dormivo la notte’

Dalla vicenda – comune a molti – ci è parso interessante comprendere quali siano le ragioni di una non indifferente attesa. Ci siamo quindi chiesti come funzionino i punti d’incontro e come mai ci siano ritardi nello stabilire gli appuntamenti, operazione resa ancora più complessa dalla pandemia (dopo ogni seduta, ci è stato spiegato, diverso tempo va impiegato alla disinfezione dei locali, oggetti, areazione spazi). A occuparsi di queste situazioni tramite mandato cantonale, come abbiamo scritto qualche riga più su, è l’associazione Casa Santa Elisabetta, che gestisce quattro punti d’incontro sul territorio cantonale: Locarno, Bellinzona, Lugano, Chiasso.

«In tutto il cantone, le richieste sono tantissime. All’inizio non dormivo la notte a causa di questa situazione». È il commento a caldo di Jessica Consoli, direttrice dell’Associazione Casa Santa Elisabetta. La sua carica è iniziata nel giugno del 2021: «Da tempo i punti d’incontro erano saturi di appuntamenti con lunghe liste d’attesa; purtroppo, con gli spazi, gli orari d’apertura e l’organico impiegato non si riusciva a sbrigarli. Il pensiero che un genitore non potesse vedere suo figlio per limiti di risorse non mi lasciava dormire la notte», ribadisce. Una penuria che va inevitabilmente a cozzare con l’alto numero di domande. «Mi sono subito adoperata per implementare ulteriormente il servizio, che aveva già iniziato il cambiamento grazie alla stretta collaborazione con l’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani (Ufag), puntando alla qualità, ad aperture aggiuntive e potenziamento del personale». Inizialmente, racconta la direttrice, l’ente è riuscito ad assorbire le liste d’attesa dei punti d’incontro luganese e bellinzonese. «Locarno rimaneva ancora scoperto, ma dallo scorso autunno abbiamo iniziato ad aumentare e migliorare anche quel punto d’incontro (ampliandone l’apertura), al fine di poter rispondere appropriatamente alla mole di richieste». Per far fronte all’affollamento, in un primo momento alcune famiglie sono state «dirottate su Bellinzona», aggiunge. Va ricordato però che in alcuni frangenti la lunga attesa è dovuta alla definizione degli incontri per i quali il genitore affidatario deve collaborare; oltre a ciò, concorrono i tempi di lavoro e verifica delle Autorità regionali di protezione, dei servizi sociali eccetera.

Consoli a proposito della modalità di visita anticipa che in futuro si attuerà un ulteriore cambiamento di concetto: «Finora gli incontri vengono svolti al chiuso. L’idea invece, là dove sarà possibile, è di uscire dalle quattro mura per dare spazio ad attività alternative, come ad esempio un pranzo o una cena, per sostenere maggiormente le capacità genitoriali nelle situazioni quotidiane». La direttrice tiene quindi a sottolineare come il lavoro del loro ente – così come tutte le istituzioni che si occupano di questioni familiari – parta dall’imprescindibile presupposto che «il diritto di relazione è basilare dal punto di vista dei bambini», ed è dalla loro prospettiva che si agisce.

Una lunga storia di accoglienza

Il punto d’incontro gestito dall’associazione Casa Santa Elisabetta, coordinato da Giovanni Aurecchia, è un servizio attivo che offre un luogo neutro a minorenni e genitori, un ambiente protetto in cui ripristinare le relazioni con il genitore non affidatario. Punto fermo dell’operato dell’associazione (e di tutti gli enti che si occupano di diritto familiare) è la salvaguardia del diritto fondamentale del minorenne di mantenere una relazione continuativa con entrambi i genitori, a prescindere dalla loro separazione (in atto o avvenuta). Si ricorda che “nel 1997 la Svizzera ha firmato la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989 che ha portato uno sguardo nuovo sulla prima infanzia e i diritti dei bambini nel nostro Paese”. Il servizio è a disposizione delle autorità e dei servizi sociali e il suo scopo è “accogliere un disagio e trovare, in accordo con i genitori e nel rispetto dei ritmi e dei bisogni dei bambini, possibili soluzioni”, è spiegato sul sito, affinché si possa favorire, nel limite del possibile, “una gestione autonoma del diritto/dovere di visita da parte di entrambi i genitori. Il sostegno alla genitorialità si esplica nell’accogliere e accompagnare il genitore non affidatario a ricostruire la relazione con il figlio”.

L’obiettivo è quello di fornire aiuto e accompagnamento alla relazione: “lo scopo ultimo è quello di ripristinare la capacità di dialogo nella coppia genitoriale-parentale, almeno per quanto attiene all’assunzione delle responsabilità nel confronto dei figli. Mettere al centro l’unicità dei bisogni del bambino rispetto alle tematiche conflittuali emerse all’interno della coppia. Le visite hanno finalità di accompagnamento, tutela e protezione, nelle situazioni in cui vi è in corso un provvedimento giudiziario nel quale è emerso un comportamento pregiudizievole nei confronti del minore”.

Nel frattempo

Trascorsa qualche settimana, contattato nuovamente dalla redazione, il padre domiciliato nel Locarnese dice che da dicembre gli incontri sono iniziati: «Due prima di Natale e uno dopo la prima settimana di gennaio». L’interlocutore spiega quindi che, per un tempo ancora indefinito, lui e sua figlia potranno vedersi per un’ora ogni due settimane.

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